Come accadde che il mio piede produsse latte
Ho ricevuto una mail bellissima. E' la storia di una nascita e l'autrice mi ha dato il permesso di farvela leggere.
«Le donne che hanno appena partorito sono fragili. Lo sono un po’ di più quelle che hanno appena partorito il primo figlio. Un po’ di più ancora, a parer mio, quelle che hanno avuto un parto, anche se non problematico, di tipo cesareo, che ha come conseguenza di farti grattare per il prurito una notte intera, lasciarti allettata e con catetere per un paio di giorni (mentre vorresti disperatamente cullare il tuo bambino), farti gonfiare le gambe, provocarti crampi atroci al ventre mentre con vero senso sadico le ostetriche ti lasciano il bambino in camera, anche se non riesci a nemmeno a reggerti in piedi, figurarsi a prenderlo in braccio. Tutto questo senza che al corso preparto nessuno ti abbia spiegato niente in merito, perché il cesareo lo fanno solo le pappemolli.
E che ti lascia per sempre il rimpianto di non essere stata protagonista davvero di quella meraviglia che è l’inizio di una vita, la vita di tuo figlio.
Sono particolarmente, disperatamente fragili, le donne che oltre alle condizioni di cui sopra, durante tutta la gravidanza, un po’ per il bene del bimbo, un po’ per la fifa dei medici, hanno dovuto rinunciare ai noti farmaci “tiratisu” e “staitranquilla”. Io faccio parte di quest’ultima categoria. Raggiunto il settimo mese di gestazione, veramente disperata, ho finalmente trovato un medico capace di prendersi le sue responsabilità e di prescrivermi il “tiratisu”, che se non ti tiri su va a finire che ti butti giù, te con il tuo bimbo dentro, e tutti questi sacrifici non saranno serviti a nulla. E’ noto a tutti (ma forse non ai ginecologi ignoranti e agli psicologi con manie di onnnipotenza che cercano di propinarti inutili palliativi come l’ipnosi) che i farmaci della categoria “tiratisu” cominciano a fare davvero effetto solo dopo un mese che hai cominciato ad assumerli. Prima di quel mese invece di stare meglio stai molto peggio, ma se sei fortunata stai male come prima.
Sono arrivata al giorno in cui il pupo podalico ruppe le acque assolutamente prostrata. Avevo esaurito tutte le mie energie, e tante me ne sarebbero servite in seguito, perché ancora doveva venire il bello.
Infatti tutti sembrano ignorare il fatto che la gravidanza va affrontata con il giusto spirito positivo e ottimista (spirito che per mancanza dello “staitranquilla” nel mio caso mancava del tutto), che il parto naturale è la cosa più bella del mondo, ma non è colpa tua se il monello decide di mettersi a piedi in giù, i medici non ce la fanno a girarlo perché è paffutello e cocciuto e le ostetriche (forse perché non sono più semplici levatrici) hanno perso la capacità di far nascere i podalici. Che allattare è giusto e doveroso, ma a volte non ce la fai, specie se la tua ansia viene accresciuta da indicazioni contrastanti.
E che dopo tutto ciò ti mandano a casa senza libretto di istruzioni, e tu sei sola con il tuo nanetto e la tua paura. Non sai nemmeno fargli il bagnetto, perché te lo hanno fatto solo vedere su una vidoregistrazione.
Le mia prima foto col bambino, scattata il giorno stesso della nascita, mostra un viso tondo da mamma, sorridente e soddisfatto.
Le foto scattate nei giorni successivi mostrano un viso sempre più teso e disperato.
Della mia permanenza in ospedale ho ricordi confusi, sovrapposti, a macchie.
Il bimbo che non si attaccava, o forse si attaccava e non trovava niente quindi si incavolava di brutto e, rivelando fin da subito il suo carattere forte e testardo, urlava come un pazzo e si rifiutava di riattaccarsi.
Un’ostetrica che mi dice che dopo il cesareo la montata lattea arriva con più difficoltà. Io che non avevo nemmeno il colostro.
La mia vicina di letto invadente che dice questo bimbo è nervoso per la fame, adesso lo allatto io. Io che non riesco nemmeno a pensare, ma vorrei dirle questo bambino è mio, tu gioca con il tuo.
Io che piegata quasi a novanta gradi per il dolore spingo la carrozzina lungo un corridoio interminabile per raggiungere la sala dove c’è tutto l’occorrente per il cambio e poi gli metto il pannolino alla rovescia.
Un’ostetrica, chiamata in soccorso da una collega che non riusciva in nessun modo a convincere il bimbo ad attaccarsi, che mi insegna la posizione a palla di rugby, fa attaccare il bimbo per un nanosecondo e poi se ne va. Il bimbo che si stacca subito.
Un’ostetrica che dice questo bambino non ha proprio nessuna intenzione di attaccarsi. Mi schiaccia la tetta, esce un po’ di latte, dice “Che ben di Dio”, lo raccoglie col dito, io penso questa è talmente fanatica che adesso se lo ciuccia. Invece lo usa per disinfettarmi l’areola. Poi se ne va. Da allora non sopporto più l’espressione “Che ben di Dio”. In casa è vietata.
In sei giorni di degenza nutro il figlio con svariate tecniche, senza capirne né assimilarne nessuna:
- con il biberon di latte artificiale
- con la tetta e il paracapezzolo che ho paura che se lo ingoi
- con un milligrammo di colostro uscito faticosamente tramite tiralatte – tanto che la nutrice di turno della nursery lo mostra a tutte le colleghe trionfante: guardate cosa ha fatto la 19 (era il mio numero di letto, non lo scorderò mai), come se avesse assistito ad un miracolo. Il prezioso rarissimo liquido viene conservato in un reliquiario a siringhetta – senza ago naturalmente – che poi verrà infilata nella boccuccia del bebè
- con tentativo di poppata naturale seguita da disperata ansiosa attesa della preparazione del biberon di latte artificiale – attesa sadicamente protratta ad arte – mentre il pupo urla così forte che le altre mamme lo soprannominano “ugola d’oro”
Il tutto senza dimenticare la doppia pesata.
Io che mi tiro la tetta a mo’di mucca e non esce niente, ma proprio niente. Nel contenitore dopo tanta fatica c’è solo qualche rimasuglio di amuchina.
Io che piangendo supplico mio marito di parlare con la capo ostetrica e di chiederle di non tormentarmi più. Lui che torna indottrinato e plagiato più di me, e mi spiega che l’allattamento è un efficace antidepressivo, molto meglio del “tiratisu”, e che ce la posso ancora fare, devo sforzarmi ancora, per il bene mio e del bambino.
C’era ogni giorno uno spazio di tempo fantastico in cui si poteva dormire (tre ore la mattina, mentre lavavano, pesavano e controllavano i bebè) – anche se nell’ordine ti svegliavano per: provarti la pressione, provarti la temperatura, controllarti in punti vari non nominabili, rifarti il letto e quindi svegliarti proprio e farti alzare, urlarti nell’orecchio: Signoraaaa, la colazioneeee, si svegliiii!
Durante uno di questi periodi di semicoscienza una giovanissima recluta mi scuote con delicatezza e mi dice che mi vogliono nella nursery. Penso che sia successo qualcosa di grave, anche perché mi era stato detto che quel giorno mio figlio avrebbe fatto controlli neurologici perché si muoveva in modo strano (nulla di che, si rivelò poi, ma che paura!). Arrivo tremante alla nursery e una Crudelia mi dice “Ha fame, lo attacchi”. Scoppio a piangere come una fontana, il latte non ce l’ho, lui non si attacca, lasciatemi in pace, sono stanca, non torturatemi, ho sonno, non ce la faccio più. Una collega di Crudelia fa capolino dalla porta e mi dice sottovoce sei tu la mamma, decidi tu, non farti influenzare, avrai tante cose da fare, elimina il problema se non ce la fai, crescerà lo stesso.
Come vorrei sapere come si chiamava per correre ad abbracciarla.
Di notte, stanca, con petto, pancia e cicatrice doloranti, riesco a riempire con il mio colostro il contenitore del tiralatte. Lo maneggio maldestramente con gli occhi che si chiudono dal sonno e lo faccio cadere quasi tutto. A questo punto mi incavolo davvero, tiro di nuovo, molto oltre il tempo consigliato, fino a riempire ancora fino all’orlo.
E finalmente arriva un po’ di febbre e la montata lattea.
Il latte. Che soddisfazione. Adesso sono degna di essere mamma. Ma sono talmente stanca e frastornata che ci vedo male, oppure ho le allucinazioni: mi esce latte da un dito del piede. Chiedo a mio marito di controllare (eroico, le cesarizzate non riescono a lavarsi molto bene, specie i piedi): si tratta di abbondante pus perché l’unghia dell’alluce si è incarnita a causa del gonfiore post anestesia.
Per un giorno intero riesco ad allattare il mio bambino solo al seno, e il suo peso il giorno successivo rivela un buon aumento. Dimentico di specificare all’ostetrica che si è trattato di un giorno intero nel senso che il bambino per 24 ore non si è mai staccato dal mio petto e io non ho dormito mai.
Mi dimettono con le indicazioni “allattamento totale al seno”, anche se io obietto che forse sarebbe meglio il misto. Nooooo, tu sei pieeeeeena di latteeeeeeeee! E che succede con il “tiratisu”? Nienteeeee, non succede nieeeeeeente, al bambino non fa assolutamente male (bè, non potevate dirmelo nove mesi fa?)
Torniamo a casa, tutti e tre. Felici, spaventati.
La seconda notte ho avuto un attacco di panico terrificante, colossale, il peggiore della mia vita. Mio marito ha preso il bambino e mi ha detto: “ci penso io, tu adesso dormi”. Previdenti, avevamo da settimane predisposto in casa tutto ciò che serve per l’allattamente artificiale (cosa che se raccontata avrebbe causato grave disappunto alla docente del corso preparto). Mi sono sparata una cinquantina di gocce di “staitranquilla” e finalmente ho dormito. Quando ripenso a quella notte ancora ho i brividi. Forse, se il bimbo ed io siamo ancora qui, è solo grazie a mio marito.
La mattina dopo mio marito mi ha riportato al reparto maternità per capire cosa fare col mio seno. Lì l’ostetrica plagiatrice e indottrinatrice mi ha abbracciato e consolato mentre tirandomi il latte piangevo e non riuscivo a tenere su la testa per effetto dell’attacco di panico e dello “staitranquilla”. Ha convenuto che in effetti il latte era poco per un bimbo così grossino e affamato, ma era troppo per farlo andare via solo con le pastiglie. Ha dato tutte le istruzioni a mio marito su come fare ad affittare un tiralatte. Fantastico. Dovevo tirarmi il latte due volte al giorno (secondo loro avrei anche potuto darlo al bambino, ma io lo buttavo via perché un pediatra luminare consultato durante la gravidanza mia aveva detto che c’era la possibilità che lo “staitranquillla”, che stavo oramai assumendo in quantità industriali, passasse nel latte e che c’erano in letteratura casi provati).
Non so come facciano quelle mamme eroiche che prima si tirano il latte e poi lo danno al bimbo (ad esempio, in caso di prematuri) senza riposare mai. Io quelle due tirate giornaliere le odiavo. Dopo circa un mese, il giorno del mio compleanno, la ginecologa mi ha finalmente prescritto le pastiglie per far andare via il latte. E’ stato il regalo di compleanno più bello, fino a quel momento. Esattamente un anno dopo, mio figlio me ne ha fatto uno meraviglioso, insuperabile: mi ha dato la manina e ha camminato.
Tornata a casa, ho pensato lo amo così tanto, il figlio gliel’ho fatto, ed è venuto sano nonostante tutto. Adesso di me può succedere qualunque cosa, posso restare per sempre in questo letto, possono anche decidere di ricoverarmi in manicomio, non importa. Ho dormito dormito dormito. Poi mi sono svegliata e ho deciso che dovevo reagire. Tutti si sono stupiti della velocità con la quale mi sono ripresa, in confronto a crisi meno pesanti che avevo avuto in passato.
Non appena sono stata in grado di guidare sono andata dalla mia estetista, che con successivi abili trattamenti mi ha salvato il ditone da una eventuale operazione per unghia incarnita. E’ bravissama, la consiglio a tutti.
Mio figlio adesso ha quattro anni e mezzo, e onestamente è bellissimo. E’ socievole, simpatico, intellegente e particolarmente cocciuto. Gli piace molto andare all’asilo e non sta mai zitto.
Tutto sommato, fino ad ora, le cose sono andate bene, anche se il rapporto a triangolo tra il cibo, mio figlio e me è rimasto pessimo. Ed è stato uno dei pochi motivi di litigio con mio marito.
Vado per i 38 anni, per molti mesi ho avuto scompensi ormonali, ho avuto 2 aborti spontanei, ho 2 ernie al disco, continuo a farmi di “tiratisu” in buone dosi (il medico - quello saggio - ha detto che dopo le mie vicende è normale che non riesca a diminuirle, anche se ci ho provato più volte) e talvolta modiche quantità di “staitranquilla”. Però spero ancora di riuscire ad avere un altro bambino, e magari anche di allattarlo.
Magari in un altro ospedale».
Ho traslocato su erounabravamamma.it
Vi aspetto!
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lunedì 1 febbraio 2010
martedì 23 giugno 2009
Ho visto cose che voi umani non potreste neanche immaginare
Voi forse pensavate che tutti i latti artificiali fossero uguali
Io certamente lo credevo, e vorrei capire anche qual è la vostra esperienza sull'argomento. E' andata così: quando il Pupo - mostrando il suo carattere fermo e determinato - ha deciso di smettere di farsi allattare da me, più o meno al compimento del settimo mese, mi sono rivolta con fiducia, per questioni ideologiche oltre che economiche, al più "alternativo" dei latti formulati. Quello che è stato immesso sul mercato da una grande catena commerciale a un prezzo di rottura, circa la metà degli altri. Quello reclamizzato con lo slogan "nuova formula" e la confezione arancione.
Il Pupo non ha mai mostrato di apprezzarlo particolarmente. Un giorno poi gliel'abbiamo servito forse un po' troppo caldo, o forse l'ha bevuto troppo in fretta, e a fine poppata l'ha gomitato. Da allora associa l'odore di quel latte al vomito, e appena lo vede strilla.
La pediatra, la dottoressa ZiaBubu, mi ha consigliato: "Finché non trovi quello giusto, sostituisci con lo yogurt. Prova le altre marche, vedrai che prima o poi si dimentica dell'esperienza sgradevole e si riaffeziona al biberon".
Non so, forse il Pupo è uno che se la lega al dito. Sta di fatto che li ho provati tutti: quello della marca X, "arricchito con prebiotici". Poi quello della marca Y, "preparato con una speciale formulazione e arricchito con speciali integrazioni". Poi quello della marca Z, "appositamente studiato per soddisfare le esigenze nutrizionali del lattante". Naturalmente ho tentato anche con la marca H, "il latte garantito biologico e arricchito con ferro".
Lasciamo stare il fatto che l'esborso economico è notevole. Si tratta di una questione secondaria. No, il problema non è questo. Quel che davvero mi brucia è che dopo tanto peregrinare siamo arrivati all'Innominabile, prodotto dalla ditta che personalmente boicotto da vent'anni perché con le sue sciagurate azioni di promozione del latte artificiale nei paesi in via di sviluppo mette in pericolo la vita dei bambini, che in Africa e dintorni se la cavano molto meglio se vengono allattati al seno. Per sovrannumero nel 2005 l'Innominabile è anche stato condannato, in Italia, dal temuto Tribunale di Giarre perché nelle confezioni di latte a un certo punto hanno trovato tracce di inchiostro.
Io detesto l'Innominabile. Per carità: so che le altre multinazionali tanto innocenti non saranno, ma insomma, l'Innominabile ha compiuto svariate imprese discutibili e assai documentate. Pensate che ho proibito persino alla Pupa di mangiare i noti formaggini quadrati a marchio Innominabile, nonostante fossero i suoi preferiti.
Ebbene. Accostate le sante labbra a un biberon ricolmo di latte artificiale Innominabile, il Pupo, ha immediatamente aperto la boccuccia e dopo giorni di sciopero della sete ha cominciato a ciucciare. Al termine della poppata ha espresso un ruttino simile a un boato e si è addormentato pacifico, finalmente soddisfatto.
sabato 30 maggio 2009
Smettere di allattare
E i vostri nati torcano il viso da voi
Di recente su questo blog ho avuto un proficuo scambio con altre mamme a proposito dell'allattamento al seno, con cui ho sempre avuto un rapporto conflittuale. E' vero che il latte materno è l'alimento ideale per il bambino perché fornisce tutti i nutrimenti di cui ha bisogno nella prima fase della vita, ed è vero che fa bene anche alle donne: tutto spiegato con grande chiarezza qui. Sull'argomento sono stati scritti interi libri, e noi mamme del terzo millennio non osiamo nemmeno pensare che allattare non sia sacrosanto. Però, soprattutto con il Pupo, ho fatto una grande fatica. Fisica, prima di tutto. Essendo il delizioso infante assai vorace, a ogni poppata restavo spremuta come un tubetto di dentifricio usato da un'intera caserma, e per reintegrare le energie (e il latte) sono arrivata a bere sei litri di liquidi (tra cui circa sei centilitri di alcolici) al giorno, senza contare gli integratori vitaminici e i magnesi e i potassi che neanche uno scalatore del Nanga Parbat. E così ho salutato con giubilo l'ora delle pappe, e della mia ritrovata - ancorché estremamente parziale - indipendenza. Ora, dovete sapere che il Pupo mangerebbe anche l'asfalto. Gli piace tutto. Potrei scommettere che da adulto farà parte del 3 percento della popolazione che ama alla follia persino rognone, trippa e cervella.
Voi, amiche del gruppo di Feisbuk "Baciarsi i gomiti", ora mi direte: devi baciarti i gomiti, per una volta, un Pupo che mangia senza fare storie. E avete ragione: il problema è che negli ultimi giorni, arrivato a regime - due pappe quotidiane, frutta, yogurt - il Pupo non vuole più il seno. Volta la testa dall'altra parte quand'è il momento della poppata di colazione. Volta la testa pure a merenda. Se voglio allattarlo devo coglierlo di sorpresa, durante la notte. Il mio latte, come è naturale che sia, è in costante diminuzione. Ieri sera gli abbiamo dato un biberon di latte artificiale. Ha ciucciato 210 ml in 4 minuti, felice e soddisfatto. "Si sta svezzando da solo", mi ha scritto saggiamente la mia amica Luisa. Già.
Dovrei essere contenta.
Già.
Eppure.
(La verità è che sono vagamente depressa e lo scrivo in piccolo perché questo è un blog dai contenuti lievi, il cui primo obiettivo è quello di sdrammatizzare situazioni drammatiche e non viceversa. Sto anche pensando di farmi una grappa, per consolarmi. In fondo sono, dunque, 9 mesi + quasi 7 = 16 mesi che non ne tocco una)
Di recente su questo blog ho avuto un proficuo scambio con altre mamme a proposito dell'allattamento al seno, con cui ho sempre avuto un rapporto conflittuale. E' vero che il latte materno è l'alimento ideale per il bambino perché fornisce tutti i nutrimenti di cui ha bisogno nella prima fase della vita, ed è vero che fa bene anche alle donne: tutto spiegato con grande chiarezza qui. Sull'argomento sono stati scritti interi libri, e noi mamme del terzo millennio non osiamo nemmeno pensare che allattare non sia sacrosanto. Però, soprattutto con il Pupo, ho fatto una grande fatica. Fisica, prima di tutto. Essendo il delizioso infante assai vorace, a ogni poppata restavo spremuta come un tubetto di dentifricio usato da un'intera caserma, e per reintegrare le energie (e il latte) sono arrivata a bere sei litri di liquidi (tra cui circa sei centilitri di alcolici) al giorno, senza contare gli integratori vitaminici e i magnesi e i potassi che neanche uno scalatore del Nanga Parbat. E così ho salutato con giubilo l'ora delle pappe, e della mia ritrovata - ancorché estremamente parziale - indipendenza. Ora, dovete sapere che il Pupo mangerebbe anche l'asfalto. Gli piace tutto. Potrei scommettere che da adulto farà parte del 3 percento della popolazione che ama alla follia persino rognone, trippa e cervella.
Voi, amiche del gruppo di Feisbuk "Baciarsi i gomiti", ora mi direte: devi baciarti i gomiti, per una volta, un Pupo che mangia senza fare storie. E avete ragione: il problema è che negli ultimi giorni, arrivato a regime - due pappe quotidiane, frutta, yogurt - il Pupo non vuole più il seno. Volta la testa dall'altra parte quand'è il momento della poppata di colazione. Volta la testa pure a merenda. Se voglio allattarlo devo coglierlo di sorpresa, durante la notte. Il mio latte, come è naturale che sia, è in costante diminuzione. Ieri sera gli abbiamo dato un biberon di latte artificiale. Ha ciucciato 210 ml in 4 minuti, felice e soddisfatto. "Si sta svezzando da solo", mi ha scritto saggiamente la mia amica Luisa. Già.
Dovrei essere contenta.
Già.
Eppure.
(La verità è che sono vagamente depressa e lo scrivo in piccolo perché questo è un blog dai contenuti lievi, il cui primo obiettivo è quello di sdrammatizzare situazioni drammatiche e non viceversa. Sto anche pensando di farmi una grappa, per consolarmi. In fondo sono, dunque, 9 mesi + quasi 7 = 16 mesi che non ne tocco una)
giovedì 21 maggio 2009
"Allatti ancora?" "Eh, sì. E' un bambino così in gamba, merita il meglio"
Ha da passa' 'a nuttata
A volte penso che il Pupo voglia prendermi in giro. Una notte dorme ininterrottamente fino alle sei del mattino e m'illude, quella successiva si sveglia tre volte urlando. Riaddormentarlo col ciuccio è un'impresa titanica. Finisce che si innervosisce e comincia a sbattere le gambe sul materasso, come se stesse subendo un elettrochoc, poi inarca la schiena a mo' di saltatore di Fosbury (a proposito, quanto saltavate a Fosbury alle scuole medie? Io pochissimo, credo 60 o 70 centimetri. Però mi divertivo molto).
Tornando al Pupo, come ho già scritto in qualche post precedente, quasi sempre l'unica soluzione è allattarlo. Sì, sì, so cosa state per dire. La maestra di aqua-baby, che è anche una maestra di vita, mi rassicura sempre: è normale, il Pupo è ancora molto piccolo, non te la prendere, prima o poi passa.
Il problema vero è che adesso il Pupo morde. Lo fa senza preavviso. Gnam! E i suoi non sono i dolci morsicini di un amante appassionato, ma una micidiale, infallibile tenaglia che pinza il capezzolo senza lasciare scampo.
Il Pupo a quanto pare è in ottima compagnia. Un sacco di neonati combinano lo stesso scherzo alla loro mamma. Lo fanno per vedere l'effetto che fa, perché i denti sono una novità, perché attraverso la bocca imparano a conoscere il mondo. Quelli della Lega del Latte, organizzazione che promuove l'allattamento al seno, danno una serie di consigli utili per convincere il bambino "dispettoso" ad abbandonare la sua pessima abitudine. Sono consigli efficaci e ve li giro (li trovate qui). A uno a uno li sto mettendo in pratica tutti, anche se considerata la testardaggine media dei componenti della mia famiglia il Pupo potrebbe necessitare di alcune ere geologiche per smettere. Di solito la scena si svolge così:
(Nella notte)
(Pupo): "Ciuc, ciuc, ciuc. Munch!"
(Io): "Aaah! Pupo, ti sei rimbambito? All'improvviso hai il Q.I. di una crema solare? Non si morde la mamma!"
(Pupo, trovando il gioco molto interessante): "Ah ah ah".
E si ricomincia.
Ora. Il titolo di questo post è lo slogan della Lega del Latte. Io rispetto, stimo e ammiro la Lega del Latte tutta. Ma sto seriamente pensando di smettere. Mi viene in mente Aldo Fabrizi che in Lulù (1971) cantava: "I baci mordaci tuoi... i baci mordaaaci tuoi... Mortacci tuoi!". E sto per lanciare un ultimatum al Pupo - se vi va, provate a dissuadermi.
A volte penso che il Pupo voglia prendermi in giro. Una notte dorme ininterrottamente fino alle sei del mattino e m'illude, quella successiva si sveglia tre volte urlando. Riaddormentarlo col ciuccio è un'impresa titanica. Finisce che si innervosisce e comincia a sbattere le gambe sul materasso, come se stesse subendo un elettrochoc, poi inarca la schiena a mo' di saltatore di Fosbury (a proposito, quanto saltavate a Fosbury alle scuole medie? Io pochissimo, credo 60 o 70 centimetri. Però mi divertivo molto).
Tornando al Pupo, come ho già scritto in qualche post precedente, quasi sempre l'unica soluzione è allattarlo. Sì, sì, so cosa state per dire. La maestra di aqua-baby, che è anche una maestra di vita, mi rassicura sempre: è normale, il Pupo è ancora molto piccolo, non te la prendere, prima o poi passa.
Il problema vero è che adesso il Pupo morde. Lo fa senza preavviso. Gnam! E i suoi non sono i dolci morsicini di un amante appassionato, ma una micidiale, infallibile tenaglia che pinza il capezzolo senza lasciare scampo.
Il Pupo a quanto pare è in ottima compagnia. Un sacco di neonati combinano lo stesso scherzo alla loro mamma. Lo fanno per vedere l'effetto che fa, perché i denti sono una novità, perché attraverso la bocca imparano a conoscere il mondo. Quelli della Lega del Latte, organizzazione che promuove l'allattamento al seno, danno una serie di consigli utili per convincere il bambino "dispettoso" ad abbandonare la sua pessima abitudine. Sono consigli efficaci e ve li giro (li trovate qui). A uno a uno li sto mettendo in pratica tutti, anche se considerata la testardaggine media dei componenti della mia famiglia il Pupo potrebbe necessitare di alcune ere geologiche per smettere. Di solito la scena si svolge così:
(Nella notte)
(Pupo): "Ciuc, ciuc, ciuc. Munch!"
(Io): "Aaah! Pupo, ti sei rimbambito? All'improvviso hai il Q.I. di una crema solare? Non si morde la mamma!"
(Pupo, trovando il gioco molto interessante): "Ah ah ah".
E si ricomincia.
Ora. Il titolo di questo post è lo slogan della Lega del Latte. Io rispetto, stimo e ammiro la Lega del Latte tutta. Ma sto seriamente pensando di smettere. Mi viene in mente Aldo Fabrizi che in Lulù (1971) cantava: "I baci mordaci tuoi... i baci mordaaaci tuoi... Mortacci tuoi!". E sto per lanciare un ultimatum al Pupo - se vi va, provate a dissuadermi.
lunedì 6 aprile 2009
Quando il bambino è sonnambulo - Incubi notturni
Non fidatevi di chi vi dice "Il mio dorme tutta la notte" perché quasi certamente sta mentendo (a meno che suo figlio non abbia già compiuto diciott'anni)
Ho capito di essere troppo stanca la notte che nella culla accanto al mio letto qualcosa si è messo a frignare e io ho cercato di spegnerlo con la mano, più volte, prima di accorgermi che si trattava del Pupo e non di una radio sveglia.
Avrete sentito dire che la privazione del sonno è una forma di tortura.
Impedire sistematicamente a qualcuno di dormire può causare addirittura paranoia e allucinazioni. Anche senza arrivare a tanto, di certo tra le difficoltà dei neogenitori c'è quella di non riposare abbastanza. Prima di avere un figlio non sapevo cosa volesse dire sentirsi sempre esausti, e adesso trovo fastidiosi i manuali che suggeriscono: dormite quando dorme il bambino, dimenticatevi le notti di sonno filato, fate piuttosto tanti sonnellini di due o tre ore, imparerete a trovarli rigeneranti. Sì, forse a novant'anni, dico io, e poi un essere umano adulto non si accende e spegne con la stessa facilità delle lucine a intermittenza di un albero di Natale. E per chi ha più di un figlio le cose si complicano orribilmente - nel momento in cui il Pupo piccolo dorme, all'improvviso la Pupa grande ha un attacco di otite e bisogna correre dal pediatra; quando la Pupa grande crolla, per il Pupo piccolo è ora del corso di nuoto; e così via, in una serie di variazioni sul tema deliziosamente intricate che hanno un unico risultato, quello di lasciare libere per il riposo intercapedini di venticinque minuti giornalieri - con conseguente, inevitabile sfinimento della mamma.
Infatti in genere ai papà le cose vanno meglio. Quando la mia amica Luisa, alla nascita della sua primogenita, mi aveva confidato di usare i tappi per le orecchie in modo che a svegliarsi fosse il marito, l'avevo trovata vagamente eccessiva. Ora che entrambe abbiamo avuto il secondo non più. Ora i tappi li uso anch'io, ma purtroppo anche in questo modo riesco a sentire i richiami dei Pupi meglio di Mike Delfino.
(Io): "Mike Delfino, vai per piacere. Il Pupo sta pigolando, mettigli il ciuccio, io mi sono già alzata due volte stanotte".
(Mike Delfino): "Mmmmggggg".
(Pop - rumore di un tappo tolto dall'orecchio): "Mike Delfino, non ti riaddormentare. Prima della nascita del Pupo mi avevi detto che saresti stato 'come di vedetta', che avresti avuto la situazione sotto controllo, che nottetempo ti saresti alzato per tenermi la manina e prepararmi l'orrida tisana al finocchio. Non ti avevo creduto neanche per un secondo e infatti niente di tutto questo è avvenuto ma giustocielo, almeno quando ti prendo a gomitate, per piacere e in nome dell'amore che ho per te, vuoi provarci tu a fare riaddormentare il Pupo?"
(Mike Delfino): "Mmmggààattato?" (Trad. "L'hai già allattato?")
(Pop - Secondo tappo tolto): "Sì, l'ho già allattato. Ha solo perso il ciuccio".
(Mike Delfino): "Mmmhòraaho" (Trad. "Ho capito. Ora faccio il mio dovere, cioè mi alzo e vado lì")
Di solito a questo punto sono perfettamente sveglia e ci impiego un'altra ora a riaddormentarmi. Ma a distruggermi non è la routine - i due o tre risvegli per notte - bensì gli imprevisti. Come l'altra sera: abbiamo festeggiato il mio compleanno con una trentina di amici, a casa nostra. Abbiamo offerto un aperitivo e poi, verso le 21.30, abbiamo (garbatamente) sospinto gli ospiti verso la porta. Tutti si stavano divertendo e saremmo andati avanti fino all'una di notte, ma il Pupo andava allattato e la Pupa, che normalmente va a letto alle 21, era già ipereccitata e oltre il livello di guardia.
Certe imprudenze si pagano. Infatti, verso le due del mattino, dalla sua stanza:
(Pupa): "Vogliofareilbagno vogliofareilbagno vogliofareilbagnoooooooo!"
(Io, in un picosecondo al suo capezzale, tuonata come se mi avesse investito un autotreno): "Pupa, amore mio, stai calma, la mamma è qui accanto a te. Ora dormi amore che alla mamma sono venuti i capelli bianchi e Mike Delfino ha un infarto in corso".
(Pupa, urlando ancora più forte, senza dar mostra di accorgersi della mia presenza): "Vogliofareilbagno vogliofareilbagno vogliofareilbagnoooooooo! Ho detto che voglio fare il bagnooooooo!"
Nella penombra della stanza l'ho guardata. Teneva le palpebre serrate e i pugni stretti. Strillava a più non posso, seduta sul letto, e per quanto cercassi di rassicurarla sembrava che non mi sentisse.
Il mio neurone superstite ha ripescato l'informazione necessaria a decifrare quel comportamento bizzarro: il suo era pavor nocturnus, in italiano terrore notturno, un disturbo del sonno che colpisce i bambini in età prescolare e che spesso fa seguito a cambiamenti improvvisi in famiglia o eventi traumatici o particolarmente eccitanti (vedi festa). In pratica si tratta di una specie di sonnambulismo da Pupi, del tutto innocuo (per il Pupo. Per i genitori un po' meno) e che va arginato calmando il piccolo dolcemente, senza cercare di svegliarlo, finché non torni spontaneamente a dormire. Il problema è che il bambino può impiegare alcuni minuti a farlo, come un'ora (a me l'altra notte è andata bene). C'è un sito interessante, Il bambino felice, in cui un illustre pediatra cerca di aiutare i genitori, sia ad abbattere il numero dei risvegli notturni che a sdrammatizzarli. Questo paziente signore risponde a chiunque gli scriva dispensando consigli e insistendo molto su un concetto: "Non vi preoccupate, tra due/tre/quattro anni passerà, e ne riderete tutti assieme". Che voi nel frattempo per la stanchezza siate diventate strabiche, al galantuomo di cui sopra - giustamente - non importa un ciuffo.
Ho capito di essere troppo stanca la notte che nella culla accanto al mio letto qualcosa si è messo a frignare e io ho cercato di spegnerlo con la mano, più volte, prima di accorgermi che si trattava del Pupo e non di una radio sveglia.
Avrete sentito dire che la privazione del sonno è una forma di tortura.
Impedire sistematicamente a qualcuno di dormire può causare addirittura paranoia e allucinazioni. Anche senza arrivare a tanto, di certo tra le difficoltà dei neogenitori c'è quella di non riposare abbastanza. Prima di avere un figlio non sapevo cosa volesse dire sentirsi sempre esausti, e adesso trovo fastidiosi i manuali che suggeriscono: dormite quando dorme il bambino, dimenticatevi le notti di sonno filato, fate piuttosto tanti sonnellini di due o tre ore, imparerete a trovarli rigeneranti. Sì, forse a novant'anni, dico io, e poi un essere umano adulto non si accende e spegne con la stessa facilità delle lucine a intermittenza di un albero di Natale. E per chi ha più di un figlio le cose si complicano orribilmente - nel momento in cui il Pupo piccolo dorme, all'improvviso la Pupa grande ha un attacco di otite e bisogna correre dal pediatra; quando la Pupa grande crolla, per il Pupo piccolo è ora del corso di nuoto; e così via, in una serie di variazioni sul tema deliziosamente intricate che hanno un unico risultato, quello di lasciare libere per il riposo intercapedini di venticinque minuti giornalieri - con conseguente, inevitabile sfinimento della mamma.
Infatti in genere ai papà le cose vanno meglio. Quando la mia amica Luisa, alla nascita della sua primogenita, mi aveva confidato di usare i tappi per le orecchie in modo che a svegliarsi fosse il marito, l'avevo trovata vagamente eccessiva. Ora che entrambe abbiamo avuto il secondo non più. Ora i tappi li uso anch'io, ma purtroppo anche in questo modo riesco a sentire i richiami dei Pupi meglio di Mike Delfino.
(Io): "Mike Delfino, vai per piacere. Il Pupo sta pigolando, mettigli il ciuccio, io mi sono già alzata due volte stanotte".
(Mike Delfino): "Mmmmggggg".
(Pop - rumore di un tappo tolto dall'orecchio): "Mike Delfino, non ti riaddormentare. Prima della nascita del Pupo mi avevi detto che saresti stato 'come di vedetta', che avresti avuto la situazione sotto controllo, che nottetempo ti saresti alzato per tenermi la manina e prepararmi l'orrida tisana al finocchio. Non ti avevo creduto neanche per un secondo e infatti niente di tutto questo è avvenuto ma giustocielo, almeno quando ti prendo a gomitate, per piacere e in nome dell'amore che ho per te, vuoi provarci tu a fare riaddormentare il Pupo?"
(Mike Delfino): "Mmmggààattato?" (Trad. "L'hai già allattato?")
(Pop - Secondo tappo tolto): "Sì, l'ho già allattato. Ha solo perso il ciuccio".
(Mike Delfino): "Mmmhòraaho" (Trad. "Ho capito. Ora faccio il mio dovere, cioè mi alzo e vado lì")
Di solito a questo punto sono perfettamente sveglia e ci impiego un'altra ora a riaddormentarmi. Ma a distruggermi non è la routine - i due o tre risvegli per notte - bensì gli imprevisti. Come l'altra sera: abbiamo festeggiato il mio compleanno con una trentina di amici, a casa nostra. Abbiamo offerto un aperitivo e poi, verso le 21.30, abbiamo (garbatamente) sospinto gli ospiti verso la porta. Tutti si stavano divertendo e saremmo andati avanti fino all'una di notte, ma il Pupo andava allattato e la Pupa, che normalmente va a letto alle 21, era già ipereccitata e oltre il livello di guardia.
Certe imprudenze si pagano. Infatti, verso le due del mattino, dalla sua stanza:
(Pupa): "Vogliofareilbagno vogliofareilbagno vogliofareilbagnoooooooo!"
(Io, in un picosecondo al suo capezzale, tuonata come se mi avesse investito un autotreno): "Pupa, amore mio, stai calma, la mamma è qui accanto a te. Ora dormi amore che alla mamma sono venuti i capelli bianchi e Mike Delfino ha un infarto in corso".
(Pupa, urlando ancora più forte, senza dar mostra di accorgersi della mia presenza): "Vogliofareilbagno vogliofareilbagno vogliofareilbagnoooooooo! Ho detto che voglio fare il bagnooooooo!"
Nella penombra della stanza l'ho guardata. Teneva le palpebre serrate e i pugni stretti. Strillava a più non posso, seduta sul letto, e per quanto cercassi di rassicurarla sembrava che non mi sentisse.
Il mio neurone superstite ha ripescato l'informazione necessaria a decifrare quel comportamento bizzarro: il suo era pavor nocturnus, in italiano terrore notturno, un disturbo del sonno che colpisce i bambini in età prescolare e che spesso fa seguito a cambiamenti improvvisi in famiglia o eventi traumatici o particolarmente eccitanti (vedi festa). In pratica si tratta di una specie di sonnambulismo da Pupi, del tutto innocuo (per il Pupo. Per i genitori un po' meno) e che va arginato calmando il piccolo dolcemente, senza cercare di svegliarlo, finché non torni spontaneamente a dormire. Il problema è che il bambino può impiegare alcuni minuti a farlo, come un'ora (a me l'altra notte è andata bene). C'è un sito interessante, Il bambino felice, in cui un illustre pediatra cerca di aiutare i genitori, sia ad abbattere il numero dei risvegli notturni che a sdrammatizzarli. Questo paziente signore risponde a chiunque gli scriva dispensando consigli e insistendo molto su un concetto: "Non vi preoccupate, tra due/tre/quattro anni passerà, e ne riderete tutti assieme". Che voi nel frattempo per la stanchezza siate diventate strabiche, al galantuomo di cui sopra - giustamente - non importa un ciuffo.
sabato 4 aprile 2009
Per i più pigrotti: link per acquistare il mio libro senza fare sforzi
Ricordandovi che è appena uscito, e se voleste acquistarlo (anche per regalarlo)
Lo trovereste qui. Oppure qui. E anche qui (l'elenco potrebbe proseguire, ma lascio alla vostra libera iniziativa il compito di ulteriori ricerche). In buona sostanza, un po' dappertutto. Dunque, non aspettate!
Lo trovereste qui. Oppure qui. E anche qui (l'elenco potrebbe proseguire, ma lascio alla vostra libera iniziativa il compito di ulteriori ricerche). In buona sostanza, un po' dappertutto. Dunque, non aspettate!
mercoledì 25 marzo 2009
Scherzi a parte, due o tre consigli sull'allattamento
Dicono
Dicono che allattare al seno sia vantaggioso per un sacco di motivi. Costa poco. E' pronto all'uso. Pratico (può capitare in effetti che usciate dimenticandovi a casa lo scaldabiberon, ma le tette ce le avete sempre con voi, si suppone). Fa pure dimagrire, dicono. In teoria è vero perché chi allatta consuma 600 calorie supplementari al giorno, ma in pratica per non perdere il latte la neomamma media ne ingurgita 6000, di calorie (e quindi al netto dell'operazione ingrassa un chilo a settimana). Si fanno pasti frequenti, alle ore più strane. In allattamento raccomando una dieta varia, e a onor del vero va detto che si impara a mangiare di tutto, compreso il triplo concentrato di pomodoro e i dadi da brodo: uscire con un neonato è difficile, a volte il frigo è vuoto. Si diventa brave ad allattare anche quando si è in pubblico, e nel giro di poche settimane ognuna trova il metodo migliore; c'è la disinvolta che allatta tranquilla in piazza, la vergognosa che va in giro con un burka per tetta, ma insomma, bene o male tutte se la cavano. L'incubo vero è che bisogna bere, bere, bere - chi dice tre, chi addirittura quattro litri al giorno.
Ora. Qualcuno tra i furbetti che raccomandano di farlo ha idea di quanto tempo ci voglia a bere quattro litri di roba, e di quanto sia noiosa l'operazione considerato che non un singolo bicchiere di Negroni può essere inserito nel cumulo di liquidi necessario a comporre i quattro litri? E si rendono conto, questi furbetti, di quante volte sia di conseguenza necessario andare in bagno a fare pipì (anche considerato che la vescica delle donne subisce gravi affronti durante la gravidanza e soprattutto durante il parto)?
Una cosa è certamente vera: per motivi squisitamente scientifici allattare fa bene alla mamma (diminuisce il rischio di tumore al seno, come potete leggere qui) e al bambino (oggi come oggi: se la Pupa e il Pupo buscano un malanno, la Pupa quasi certamente sta a letto una settimana con la febbre alta; il Pupo, ancora allattato, grazie ai miei anticorpi se la cava in tre giorni, e senza febbre). Già solo per questo fatto vale la pena di continuare a farsi ciancicare i capezzoli da voraci quanto adorabili creaturine. Per il resto, con poche eccezioni - e in genere si tratta di squilibrate come Salma Hayek- ogni neomamma sogna il giorno in cui riuscirà a staccarsi la propria personale, minuscola cozza di dosso, e tornare a essere nudo scoglio. In attesa di quel giorno, due accorgimenti: bere tisane fa bene, purché contengano fieno greco (tutto il resto è più o meno fuffa, come spiegato chiaramente qui) e, se non volete perdere troppi capelli e diventare tachicardiche (può succedere se oltre a non dormire avete un deficit di magnesio e potassio), non dimenticatevi un integratore di vitamine e minerali. Ce ne sono tanti in commercio, anche di molto famosi. Evitate le note marche e affidatevi a un generico, e soprattutto lasciate stare quelli che sulla confezione hanno in bella evidenza la scritta "specifico per gravidanza e allattamento". Se confrontate i componenti con quelli della formulazione tradizionale, scoprirete che sono pressoché identici. Ma che, come tutte le cose pensate per le mamme, costano il doppio o il triplo.
Dicono che allattare al seno sia vantaggioso per un sacco di motivi. Costa poco. E' pronto all'uso. Pratico (può capitare in effetti che usciate dimenticandovi a casa lo scaldabiberon, ma le tette ce le avete sempre con voi, si suppone). Fa pure dimagrire, dicono. In teoria è vero perché chi allatta consuma 600 calorie supplementari al giorno, ma in pratica per non perdere il latte la neomamma media ne ingurgita 6000, di calorie (e quindi al netto dell'operazione ingrassa un chilo a settimana). Si fanno pasti frequenti, alle ore più strane. In allattamento raccomando una dieta varia, e a onor del vero va detto che si impara a mangiare di tutto, compreso il triplo concentrato di pomodoro e i dadi da brodo: uscire con un neonato è difficile, a volte il frigo è vuoto. Si diventa brave ad allattare anche quando si è in pubblico, e nel giro di poche settimane ognuna trova il metodo migliore; c'è la disinvolta che allatta tranquilla in piazza, la vergognosa che va in giro con un burka per tetta, ma insomma, bene o male tutte se la cavano. L'incubo vero è che bisogna bere, bere, bere - chi dice tre, chi addirittura quattro litri al giorno.
Ora. Qualcuno tra i furbetti che raccomandano di farlo ha idea di quanto tempo ci voglia a bere quattro litri di roba, e di quanto sia noiosa l'operazione considerato che non un singolo bicchiere di Negroni può essere inserito nel cumulo di liquidi necessario a comporre i quattro litri? E si rendono conto, questi furbetti, di quante volte sia di conseguenza necessario andare in bagno a fare pipì (anche considerato che la vescica delle donne subisce gravi affronti durante la gravidanza e soprattutto durante il parto)?
Una cosa è certamente vera: per motivi squisitamente scientifici allattare fa bene alla mamma (diminuisce il rischio di tumore al seno, come potete leggere qui) e al bambino (oggi come oggi: se la Pupa e il Pupo buscano un malanno, la Pupa quasi certamente sta a letto una settimana con la febbre alta; il Pupo, ancora allattato, grazie ai miei anticorpi se la cava in tre giorni, e senza febbre). Già solo per questo fatto vale la pena di continuare a farsi ciancicare i capezzoli da voraci quanto adorabili creaturine. Per il resto, con poche eccezioni - e in genere si tratta di squilibrate come Salma Hayek- ogni neomamma sogna il giorno in cui riuscirà a staccarsi la propria personale, minuscola cozza di dosso, e tornare a essere nudo scoglio. In attesa di quel giorno, due accorgimenti: bere tisane fa bene, purché contengano fieno greco (tutto il resto è più o meno fuffa, come spiegato chiaramente qui) e, se non volete perdere troppi capelli e diventare tachicardiche (può succedere se oltre a non dormire avete un deficit di magnesio e potassio), non dimenticatevi un integratore di vitamine e minerali. Ce ne sono tanti in commercio, anche di molto famosi. Evitate le note marche e affidatevi a un generico, e soprattutto lasciate stare quelli che sulla confezione hanno in bella evidenza la scritta "specifico per gravidanza e allattamento". Se confrontate i componenti con quelli della formulazione tradizionale, scoprirete che sono pressoché identici. Ma che, come tutte le cose pensate per le mamme, costano il doppio o il triplo.
Storie vere di vita vissuta: perché ero una Pessima Madre
Mamma Igiene e Mamma Anna
Questo blog è appena nato e già funziona meglio del confessionale del Grande Fratello. Due lettrici, Mamma Igiene e Mamma Anna, si sono auto-denunciate. Non hanno allattato al seno i propri figli. La polizia postale è sulle loro tracce. Ecco le loro dichiarazioni, tratte da commenti recenti ai miei post, che pubblico in homepage perché tutti possano leggerle:
Anna: "Per mia fortuna non ho avuto il baby-blues né al primo né al secondo figlio. In compenso però hanno tentato di farmelo venire tutte le ostetriche che ho incontrato. Non potendo allattare, sono passata direttamente nella categoria delle Pessime Madri! A sentir loro, tutte le malattie che i miei bimbi avrebbero avuto: dall'influenza al colera passando per la miopia, il ginocchio valgo, le carie e la peste bubbonica sarebbero dipese dal fatto che non sono riuscita ad attaccarli alla tetta. I miei torelli per fortuna hanno sfatato la leggenda e quando il grande è andato al nido e la pediatra mi ha detto: 'complimenti! E' il bambino che ha fatto meno assenze per malattia, si vede che ha allattato a lungo!', mi sono tolta la soddisfazione di risponderle: 'Certo! Nidina 1 per i primi 6 mesi e Nidina 2 fino all'anno!'. Adesso però mi domando: il fatto che sia ciuccio in matematica e non pensi altro che all'Inter non dipenderà dal tipo d'allattamento?"
Ed ecco il commento di Igiene (tra l'altro, è lei stessa a spiegare il perché di questo bizzarro nome): "Ah, la sterilizzazione... in quanto pessima madre (così credevo) non sono riuscita ad allattare il pupo al seno ... quindi la sterilizzazione è stata un obbligo/ossessione: povero figliolo, privo degli indispensabili anticorpi contenuti nel sacro latte di mamma. Ho comprato un mitico sterilizzatore a vapore (per altro, devo ammetterlo, comodissimo) per la modica cifra di circa 100 euro. Sterilizzava 6 bibe alla volta, che poi io estraevo con pinzetta anch'essa sterilizzata tenuta con mani pulitissime e che poi riempivo con latte in polvere tramite apposito misurino livellato con precisione scientifica tramite coltello anch'esso sterilizzato, in una cucina il più possibile priva di germi. Non sopportavo che nessun altro lo facesse, perchè solo la mamma garantisce l'igiene. Mio marito mi chiamava Igiene invece di Irene. Felice dell'efficientissimo macchinario, ci sterilizzavo anche i ciucci. Avrei voluto sterilizzarci anche i giochini, ma al primo tentativo (tre bellissime chiavine in plastica tutte colorate) il giochino suddetto si è sciolto".
Igiene, Anna, un accorato appello: consegnatevi alle autorità. Quante altre lettrici di questo blog si sono macchiate della stessa colpa? Ragazze, fatevi coraggio: con noi potete parlare.
Questo blog è appena nato e già funziona meglio del confessionale del Grande Fratello. Due lettrici, Mamma Igiene e Mamma Anna, si sono auto-denunciate. Non hanno allattato al seno i propri figli. La polizia postale è sulle loro tracce. Ecco le loro dichiarazioni, tratte da commenti recenti ai miei post, che pubblico in homepage perché tutti possano leggerle:
Anna: "Per mia fortuna non ho avuto il baby-blues né al primo né al secondo figlio. In compenso però hanno tentato di farmelo venire tutte le ostetriche che ho incontrato. Non potendo allattare, sono passata direttamente nella categoria delle Pessime Madri! A sentir loro, tutte le malattie che i miei bimbi avrebbero avuto: dall'influenza al colera passando per la miopia, il ginocchio valgo, le carie e la peste bubbonica sarebbero dipese dal fatto che non sono riuscita ad attaccarli alla tetta. I miei torelli per fortuna hanno sfatato la leggenda e quando il grande è andato al nido e la pediatra mi ha detto: 'complimenti! E' il bambino che ha fatto meno assenze per malattia, si vede che ha allattato a lungo!', mi sono tolta la soddisfazione di risponderle: 'Certo! Nidina 1 per i primi 6 mesi e Nidina 2 fino all'anno!'. Adesso però mi domando: il fatto che sia ciuccio in matematica e non pensi altro che all'Inter non dipenderà dal tipo d'allattamento?"
Ed ecco il commento di Igiene (tra l'altro, è lei stessa a spiegare il perché di questo bizzarro nome): "Ah, la sterilizzazione... in quanto pessima madre (così credevo) non sono riuscita ad allattare il pupo al seno ... quindi la sterilizzazione è stata un obbligo/ossessione: povero figliolo, privo degli indispensabili anticorpi contenuti nel sacro latte di mamma. Ho comprato un mitico sterilizzatore a vapore (per altro, devo ammetterlo, comodissimo) per la modica cifra di circa 100 euro. Sterilizzava 6 bibe alla volta, che poi io estraevo con pinzetta anch'essa sterilizzata tenuta con mani pulitissime e che poi riempivo con latte in polvere tramite apposito misurino livellato con precisione scientifica tramite coltello anch'esso sterilizzato, in una cucina il più possibile priva di germi. Non sopportavo che nessun altro lo facesse, perchè solo la mamma garantisce l'igiene. Mio marito mi chiamava Igiene invece di Irene. Felice dell'efficientissimo macchinario, ci sterilizzavo anche i ciucci. Avrei voluto sterilizzarci anche i giochini, ma al primo tentativo (tre bellissime chiavine in plastica tutte colorate) il giochino suddetto si è sciolto".
Igiene, Anna, un accorato appello: consegnatevi alle autorità. Quante altre lettrici di questo blog si sono macchiate della stessa colpa? Ragazze, fatevi coraggio: con noi potete parlare.
martedì 24 marzo 2009
Il mito della sterilizzazione
Ho visto cose che voi neomamme...
Il marketing per l'infanzia è quanto di più diabolico la mente umana abbia mai concepito. Non c'è creatura più vulnerabile di una neomamma, che "per il bene di suo figlio" farebbe, e soprattutto acquisterebbe, qualunque cosa. Torneremo sull'argomento; per ora limitiamoci a parlare di sterilizzazione. Il suo mito fa leva, tra l'altro, su una delle paure più radicate e profonde degli esseri umani di sesso femminile: quella dei germi. Le aziende fatturano zilioni seminando il panico tra oneste madri di famiglia con domande terroristiche tipo: Lo sapevi che tappeti umidi, asciugamani e accappatoi sono il territorio ideale per la proliferazione di muffe?
- (Mamma): “Accidenti, no, non lo sapevo. E cosa faranno queste muffe? Salteranno addosso al mio bambino e se lo mangeranno?”
- (Azienda di prodotti per la sterilizzazione): In effetti no. Puoi salvarlo, ma solo se sterilizzi tutto con il nostro portentoso ritrovato, additivo disinfettante e battericida. È un po’ costoso ma è l’unico modo per proteggere la tua dolce creatura.
È facile tenere una neomamma in condizioni di sudditanza psicologica con simili minacce. Quale donna vorrebbe vedere suo figlio assalito dalle muffe? Soprattutto nel primo mese di vita del neonato, si affannano a ripetere i produttori di sterilizzatori, è essenziale che ogni oggetto – tettarelle, ciucci, vestitini, biancheria, aria che il bambino respira - sia assolutamente sterilizzato, sempre e in modo efficace.
Non è vero. Ci sono cascata anch’io, come il 99 per cento delle donne, e non volendo comprare uno sterilizzatore vero e proprio ho passato un mese a bollire ciucci e tettarelle a ciclo continuo, come se stessi preparando la zuppa di bottoni di Paperina. Un giorno mi sono detta che stavo esagerando, e riflettendoci (e documentandomi) in seguito ho capito che: sicuramente la pulizia è essenziale, ma un normale contatto con il mondo implica anche un normale contatto con i germi, che peraltro vengono distrutti efficacemente dalle cellule T del nostro sistema immunitario fin dalla nascita. Un ambiente non perfettamente sterile può anzi essere salutare per “allenare” questo sistema: le ricerche mostrano che i bambini regolarmente in contatto con i batteri, come i figli minori o quelli cresciuti in zone rurali, vanno meno soggetti ad allergie di quelli cresciuti sotto una campana di vetro. Ho conosciuto un bambino allevato nel terrore dei microrganismi: al mare, fino ai tre anni, non gli hanno nemmeno poggiare i piedi sulla sabbia “per paura dei funghi”. Lo trovate eccessivo? Anche la sterilizzazione nel primo mese di vita lo è. Altrimenti, pensateci, dovreste sterilizzarvi pure il seno (chissà perché, mi vengono in mente solo metodi dolorosi per farlo).
Il marketing per l'infanzia è quanto di più diabolico la mente umana abbia mai concepito. Non c'è creatura più vulnerabile di una neomamma, che "per il bene di suo figlio" farebbe, e soprattutto acquisterebbe, qualunque cosa. Torneremo sull'argomento; per ora limitiamoci a parlare di sterilizzazione. Il suo mito fa leva, tra l'altro, su una delle paure più radicate e profonde degli esseri umani di sesso femminile: quella dei germi. Le aziende fatturano zilioni seminando il panico tra oneste madri di famiglia con domande terroristiche tipo: Lo sapevi che tappeti umidi, asciugamani e accappatoi sono il territorio ideale per la proliferazione di muffe?
- (Mamma): “Accidenti, no, non lo sapevo. E cosa faranno queste muffe? Salteranno addosso al mio bambino e se lo mangeranno?”
- (Azienda di prodotti per la sterilizzazione): In effetti no. Puoi salvarlo, ma solo se sterilizzi tutto con il nostro portentoso ritrovato, additivo disinfettante e battericida. È un po’ costoso ma è l’unico modo per proteggere la tua dolce creatura.
È facile tenere una neomamma in condizioni di sudditanza psicologica con simili minacce. Quale donna vorrebbe vedere suo figlio assalito dalle muffe? Soprattutto nel primo mese di vita del neonato, si affannano a ripetere i produttori di sterilizzatori, è essenziale che ogni oggetto – tettarelle, ciucci, vestitini, biancheria, aria che il bambino respira - sia assolutamente sterilizzato, sempre e in modo efficace.
Non è vero. Ci sono cascata anch’io, come il 99 per cento delle donne, e non volendo comprare uno sterilizzatore vero e proprio ho passato un mese a bollire ciucci e tettarelle a ciclo continuo, come se stessi preparando la zuppa di bottoni di Paperina. Un giorno mi sono detta che stavo esagerando, e riflettendoci (e documentandomi) in seguito ho capito che: sicuramente la pulizia è essenziale, ma un normale contatto con il mondo implica anche un normale contatto con i germi, che peraltro vengono distrutti efficacemente dalle cellule T del nostro sistema immunitario fin dalla nascita. Un ambiente non perfettamente sterile può anzi essere salutare per “allenare” questo sistema: le ricerche mostrano che i bambini regolarmente in contatto con i batteri, come i figli minori o quelli cresciuti in zone rurali, vanno meno soggetti ad allergie di quelli cresciuti sotto una campana di vetro. Ho conosciuto un bambino allevato nel terrore dei microrganismi: al mare, fino ai tre anni, non gli hanno nemmeno poggiare i piedi sulla sabbia “per paura dei funghi”. Lo trovate eccessivo? Anche la sterilizzazione nel primo mese di vita lo è. Altrimenti, pensateci, dovreste sterilizzarvi pure il seno (chissà perché, mi vengono in mente solo metodi dolorosi per farlo).
giovedì 19 marzo 2009
Diventare mamma
Tutte le strade portano a te
Ci sono domande sciocche, inutili e crudeli. Domande che non andrebbero mai fatte. Eccone una: “La maternità è l’esperienza più bella della tua vita?”. Provate a rispondere qualcosa di diverso da “Oh, certo, è la cosa migliore che mi sia mai capitata”.
Pensateci un momento: frasi come “Be’, diciamo la seconda in classifica, dopo l’anno di studi a Barcellona all’università”, o anche solo “Credo di sì, ma mi prendo un po’ di tempo prima di dare un parere definitivo” vi appiccicano immediatamente addosso l’etichetta di Pessima Madre.
I segnali dal mondo fuori non lasciano spazio a dubbi interpretativi: noi neomamme dobbiamo essere felici, ringraziare la sorte benigna perché ora abbiamo un bimbo; in Italia, paese da anni inchiodato al triste numeretto di 1,3 figli per donna o giù di lì, c’è chi ne fa due ma pure chi ne fa zero. Quindi, non tutte possono sperimentare la nostra stessa gioia.
Ma cosa rimane davvero, dopo una nascita, di quello che abbiamo tanto a lungo sognato durante l’attesa? Cosa resta nell’aria dopo che la polvere si è posata - dopo le prime, confusissime ore trascorse in ospedale a passeggiare su e giù tra la stanza e la nursery, a ricevere orde di parenti e amici in visita, tra prove di allattamento, sedute collettive di cambio pannolino e riflessioni improbabili, da “E se me l’hanno scambiato in culla?”, a “Sono stata io?” oppure, più semplicemente, “E adesso?”
Ci sono domande sciocche, inutili e crudeli. Domande che non andrebbero mai fatte. Eccone una: “La maternità è l’esperienza più bella della tua vita?”. Provate a rispondere qualcosa di diverso da “Oh, certo, è la cosa migliore che mi sia mai capitata”.
Pensateci un momento: frasi come “Be’, diciamo la seconda in classifica, dopo l’anno di studi a Barcellona all’università”, o anche solo “Credo di sì, ma mi prendo un po’ di tempo prima di dare un parere definitivo” vi appiccicano immediatamente addosso l’etichetta di Pessima Madre.
I segnali dal mondo fuori non lasciano spazio a dubbi interpretativi: noi neomamme dobbiamo essere felici, ringraziare la sorte benigna perché ora abbiamo un bimbo; in Italia, paese da anni inchiodato al triste numeretto di 1,3 figli per donna o giù di lì, c’è chi ne fa due ma pure chi ne fa zero. Quindi, non tutte possono sperimentare la nostra stessa gioia.
Ma cosa rimane davvero, dopo una nascita, di quello che abbiamo tanto a lungo sognato durante l’attesa? Cosa resta nell’aria dopo che la polvere si è posata - dopo le prime, confusissime ore trascorse in ospedale a passeggiare su e giù tra la stanza e la nursery, a ricevere orde di parenti e amici in visita, tra prove di allattamento, sedute collettive di cambio pannolino e riflessioni improbabili, da “E se me l’hanno scambiato in culla?”, a “Sono stata io?” oppure, più semplicemente, “E adesso?”
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