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mercoledì 18 novembre 2009
Venire al mondo (con il cesareo)
(Ah che meraviglia, che supremo godimento avere un'amica ancora solo virtuale che ogni tanto mi regala quel che scrive. Eccolo. Grazie, Irene)
Quando sei nato eri tutto bianco e ti stropicciavi gli occhietti.
L'anestesista che mi stava accanto mi aveva detto: "Ecco, signora, adesso sta uscendo il sederino". Io avevo iniziato a tremare e poi a battere i denti. Quando ti ho visto ho sentito scendere qualche lacrima e ti ho detto: "Ciao". Ho chiesto: "Perché non piange?", e il medico mi ha detto: "Signora, stava dormendo".
Poi ti hanno lavato e quando sei tornato, in braccio all'ostetrica, allora sì che piangevi. Ti ho detto: "Non piangere" e volevo toccarti ma ero legata al lettino della sala operatoria e con una sensazione di impotenza ho cercato di accarezzarti con il naso ma non ci sono riuscita.
Mentre mi ricucivano ti hanno portato via, per scaldarti e farti tutti i controlli di rito.
Poi mi hanno portato fuori, in una stanza dove c'era Massimo con una bella felpa calda e rassicurante come il suo viso, mentre io ancora tremavo. Lo hanno chiamato, dopo poco è tornato tenendo tutto impacciato una coperta, con dentro te.
Ero sdraiata e potevo muovere solo le braccia. Ti hanno poggiato sulla mia pancia e hai cominciato a muoverti come un ragnetto.
Così è iniziata la nostra splendida, faticosa avventura.
sabato 12 settembre 2009
Il corpo delle mamme
Se una tua amica virtuale scrive cose bellissime come questa, succede che le pubblichi sul tuo blog (grazie Irene)
Inizia quando resti incinta. Il tuo corpo non è più tuo. Non puoi mangiare quello che vuoi, e soprattutto, non puoi curare i tuoi piccoli o grandi mali come faresti se quell’esserino non fosse dentro di te, minuscolo e importantissimo. Poi cominciano le visite mediche, e la cosiddetta privacy esce dal tuo modo di pensare. Ciò che era più intimamente tuo non è più tuo. Vogliamo parlare della discrezione e dell’intimità, ad esempio, di una bella ecografia vaginale? “Signora, per favore mi faccia un goccino di pipì in questo bicchierino” ti chiede la segretaria della ginecologa mentre aspetti il tuo turno. “Oh caspita, la faccio in continuazione, quasi non riesco a tenerla, ma l’ho appena fatta e adesso non mi viene, mi dà qualche minuto? Posso bere un bicchiere d’acqua?” – non hai più remore a raccontare nulla.
Poi arriva il momento fatidico, e vai in ospedale. Lì ti visitano in cinquecento, e la faccia più o meno simpatica dell’ostetrica non è mai la stessa della volta prima, perché com’è giusto ognuno ha i suoi orari e turni. E tutti si portano dietro l’apprendista, per cui è un continuo “vedi qui, guarda qua, questo si fa così”. Prego. Prego, fate pure, non c’è problema, tutti devono imparare. Anche quello/a che ti fa un male bestia perché è ancora inesperto, o la ragazzina che al primo giorno di lavoro è più agitata di te, e se non fosse che ti trovi già in pieno baby blues ti verrebbe da rassicurarla. E infatti le scoppi a piangere in faccia senza vergogna, a una cui pochi anni fa avresti potuto dare ripetizioni per aiuto compiti, e lei imbarazzatissima a dirti ”signora non faccia così”.
C’è il delicatissimo momento dell’allattamento, c’è chi ci riesce e chi no: io no. Nei miei ricordi confusissimi, rivedo un sacco di mani sulle mie tette, e dato che proprio non ci riuscivo e lui strillava come un’aquila dalla fame, perfino quelle dei parenti della mia vicina di letto, non so davvero se solo donne o anche uomini.
Perdi ogni senso del pudore, a casa te ne vai in giro mezza nuda, coi capelli sporchi e il seno cascante.
Ti rendi conto che il tuo corpo è suo, ed è come il suo. Anche tu profumi di latte, rigurgitino e cacchina. Mentre lo guardi in quegli occhi dal colore indefinito e di una profondità mai sperimentata, senti che che la sua pelle è la tua pelle, perché lo hai fatto tu, perché è sempre appiccicato a te, perché avete lo stesso odore. Quando lo cambi capita che ti arrivi una gioiosa cascata di pipì in fronte, e non ti fa nemmeno un po’ schifo. Lo vigili, ormai grandino, mentre fa il bagno e ti compiaci per come ti sia venuto bene, proporzionato e bello, con due gambette belle proprio come le tue, quando erano belle.
Comincia a crescere e a camminare, ti usa come appiglio, sei sempre lì, sei sua. E mentre ti adatti all’idea che mai più il tuo corpo ritornerà come prima, che ormai per sempre dovrai indossare scarpe di una misura di più e abiti di due taglie in più, lui ti pesta i piedi per saltarti in braccio o si attacca alla tua manica per usarla come asciugamano o come fazzoletto.
Quando è malato ti usa come letto, cuscino, riparo, conforto. Ti porti dietro l’odore di acetone, quando miracolosamente riesci a staccarti da lui per fare una corsa in farmacia, talvolta anche quello di vomito.
Qualche volta ci provi, a dissimulare quelle brutte macchie brune ormai indelebili, con un po’ di fondotinta. Arriva lui tutto contento, mamma faccio io, ti spatacca la spugnetta dappertutto anche sui capelli e ti dice mamma sei proprio bella. Perché per lui SEI bella. La mamma è bella, belli i suoi capelli, non più così folti come quando era ragazza, fatti per giocare e per aggrapparcisi quando si fanno i capricci. Ti pettina, ti riempie la testa di curiose mollette, ti prepara fantasiose collane, prova perfino a limarti le unghie (mai farsi sorpendere in questa del resto rarissima attività: ti rubano l’attrezzo e ti fanno un male cane). E sai che questo durerà poco, che un giorno ti guarderà con un certo preadolescenziale fastidio, perchè lui fai presto a crescere quanto tu sei lenta a renderti conto che non puoi più chiamare la mamma, perchè la Mamma sei tu.
Anche il tuo cervello non è più lo stesso. Ci impieghi mezz’ora ad imbroccare un indirizzo e-mail, i trattini, le chioccioline, i puntonet, puntoit, puntocom continuano a confondersi e a sbagliare posizione. Ma ti tornano alla memoria canzoncine sentite più di trent’anni fa, e il polo della creatività incomincia improvvisamente a lavorare: ti scopri capace di improvvisare storielle assurde e rime improbabili, sequenze di parole inventate che lo fanno ridere di quella stupenda risata primordiale dei bimbi. Leggi le storie ad alta voce, alternando silenzi, ritmi accavallati, modulando le voci dei personaggi, quasi fossi uscita or ora da un corso di recitazione.
Lo hai contenuto quando cresceva dentro di te, ora devi contenere i suoi capricci, le sue paure, i suoi racconti, le canzoncine imparate all’asilo, perché poi te le devi ricordare. Contenere le sue crisi di rabbia perché non si faccia male. (La pediatra: non si preoccupi, è una fase che attraversano tutti i bambini, è fondamentale per la costruzione della loro personalità. – Lui ha di certo costruito la sua identità ma io mi sono distrutta la schiena!). Contieni la sua stanchezza del venerdì pomeriggio, quando dopo una settimana di asilo non ce la fa a camminare e te lo devi portare a casa in braccio. Devi affrontare i suoi dubbi e le sue curiosità, trovare spiegazioni ai suoi perché anche quando nemmeno tu te li sai spiegare.
Forse è perché devi contenere tutte queste cose che il tuo corpo è diventato così grosso e forte anche se pieno di acciacchi. Gli addominali, mai stati scolpiti in verità, sono del tutto scomparsi per far posto ad un ventre da matrona, hai braccie nerborute e muscolose che mai avrebbero potuto appartenere alla ragazza sottopeso che sei stata.
Questo è il periodo degli incubi e della paura dei mostri. Mille volte al giorno cerca le mie mani. Per addormentarsi ha bisogno di ‘taaante coccole’ come fanno i Teletubbies. Nella notte urla perché ha sognato “qualquosa di spaventoso” e sono io a correre perché so che è me che vuole, il mio odore, il mio corpo che lui ha reso ampio e morbido. So cosa lo rassicura: devo sdraiarmi su un fianco accanto a lui, e non importa che sia quello dolorante. Devo posargli una mano sulla pancia e aspettare che si tranquillizzi. Penso a quanto possa essere triste un bimbo senza mamma o una mamma senza bimbo. E mentre torno nel mio letto mi sento stanca ma vorrei anche che tutto questo fosse eterno.
venerdì 8 maggio 2009
I bambini, il senso di perdita, il passaggio
Mi ha scritto Irene, in un commento al post precedente: "Cara Paola, 'perdita, abbandono, passaggio': hai toccato un nervo - sciatico - scoperto, mi hai fatto commuovere".
Carissima Irene, sei tu che hai fatto commuovere me, e siccome il tuo commento è bellissimo mi permetto di dargli il risalto che merita, trasformandolo in un post, e ti ringrazio tanto. Eccolo:
Mio figlio Giorgio adora contare, e all’asilo ha un gruppetto di amici. All’inizio erano 4: Pier, Riccardo, Gabriele e Andrea. Poi si è aggiunta una femmina, Chiara, e sono diventati 5. Poi Pier si è trasferito a Bari, e sono diventati 4, ma poi in rapida successione si sono aggiunti: un’altra femmina, Martina, quindi 5, e poi addirittura un 'verde' (un 'grande'), Michele, e quindi adesso sono 6.
Pensavo che avresti a stento notato l’assenza di Pier, siete così piccoli. Non ti ricordi nemmeno uno dei bimbi del nido. Invece è passato più di un mese e mi racconti: 'Pier aveva la voce piccola (trad.: acuta) e mi chiamava Zoggio'.
Pier aveva un bel gioco, che si chiamava l’acchiappafarfalle di WinniePooh. Pier ti voleva sempre dare un pezzo della sua merenda all’uscita dell’asilo, tu che sei un noto schizzinoso la respingevi e lui ci restava male. Poi ti chiedeva, vieni a giocare a casa mia Zoggio. Io e la mamma di Pier stavamo timidamente gettando le basi di un’amicizia: mentre voi pasticciavate con i colori a dito e sperimentavate il volo a pesce sul divano, noi ci confidavamo e ci scambiavamo consigli.
Vedi, per i grandi non è facile aggiungere un nuovo amico ai pochi che gli anni e le scadenze quotidiane ci lasciano, né basta un giorno per poter dire di avere un amico in più in lista. E sicuramente pensavi a Pier che aveva appena avuto un fratellino, quando l'altro giorno mi hai detto, 'mamma, vorrei anch’io un fratellino'. Io – apprezzando il vorrei – con un minuscolo magone ancora presente chissà dove ho provato a spiegarti che i bimbi prima di essere bimbi sono desideri nel nostro cuore, e che i fratellini li manda il cielo, noi li possiamo desiderare, a volte arrivano e volte no, noi non possiamo sapere cosa succederà.
'Mamma, adesso ti spiego una cosa: sai perché Pier ha cambiato scuola? Perché il suo armadietto non ha più il nome scritto sopra, ma la coccinella gialla c’è ancora'. Hai un po’ invertito il nesso causa effetto, ma il concetto ti è chiaro. Il nome non c’è. E la tua mamma si sente un pelettino (tua nuova espressione) più sola. Tu non sei più un neonato. E io non sono più una neomamma senza età, immersa in una fragile bolla ovattata di sonno, che gioca ad accudire la sua bambola più preziosa. Sei un bambino, e cominci a riflettere, a ragionare e a scoprire insieme alla tua mamma non più tanto giovane, dotata di un odiosissimo nervo sciatico, che le cose sono, o potrebbero essere. Poi qualcosa cambia, e non sono più.