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mercoledì 25 febbraio 2015

La versione di Pif

Ci sono cose che val la pena raccontare, altre che forse meno
Dopodomani che è venerdì, a Milano, libreria Feltrinelli, presentiamo il nostro romanzo. Se qualcuno di voi volesse passare mi farebbe immensamente felice. Una cosa buffa tra le tante cose buffe che stanno succedendo attorno a questo libro è che Pif - immagino di non dovervi raccontare chi è - ha vissuto per alcuni anni in casa della mia coautrice, di cui è molto amico, e ha assistito alla sua conversione da gaudente onnivora a vegana.
Suppose I never ever met you Quando ancora non dovevo occuparmi di ventisei bambini e un cane, e Pif era meno Pif di adesso, e con ciò voglio dire che tutti eravamo un po' più agili e meno impegnati di oggi, capitava che cenassimo assieme e lui mi dicesse, con l'espressione seria e concentrata che gli conoscete, scandendo bene le parole: «Vedi, Paola, io possibilmente mangio solo cose che abbiano le zampe». Niente frutta, niente verdura. «Soprattutto niente cose piccole come i piselli. Sai, così minuscoli... mi fanno impressione». Sarà divertente, venerdì, sentirlo raccontare il suo sconcerto quando la mia amica ha abbandonato pollo e gamberetti per consacrarsi al seitan e al cavolo rapa.
If I kiss you where it's sore È proprio vero che esiste la legge del contrappasso. Di recente ho appreso che la fidanzata di Pif è vegetariana, e che lui per amore non mangia più carne ma solo pasta e verdure (sì, pure i piselli). Comunque più rifletto su questo libro più mi rendo conto che il cibo ha un ruolo davvero centrale nelle nostre vite, simbolico oltre che pratico intendo. Forse in Italia più che altrove nel mondo. Il mio amico di Berlino mi racconta che per loro non è comune cenare, e che in genere vanno a letto dopo aver mangiato un po' di pane e formaggio, magari uno yogurt. Io mi taglierei le vene dopo tre giorni, ma loro sono contenti così. Per non parlare dei Paesi del Nord Europa in cui la gente mangia camminando, pescando con le mani da cartocci unti in cui è infilato chissà che.
Da che punto guardi il mondo L'altro giorno la bicicletta mi ha tradito. Ho imboccato la rampa che porta ai box proprio sotto il mio ufficio, ho schiacciato i freni per scendere piano e... tlac! Uno dei due ha ceduto. Ho sussultato nel vedere il portellone del garage venirmi incontro a velocità considerevole. Sempre più veloce, sempre più vicino... non ho fatto in tempo a pensare un granché: giusto che di lì a poco mi sarei schiantata e avrei potuto farmi molto male, lasciando i miei figli orfani - o con una madre viva ma paralizzata. Per fortuna il signore - non lo scrivo maiuscolo ma ho pensato fosse proprio lui - ha guardato giù: il portellone del garage, ho avuto modo di scoprire al momento dell'impatto, non era di rigido metallo ma fatto con un telone di plastica grigia, molto morbido, che ha attutito il colpo. Ci ho sbattuto contro, sono caduta dalla bici, mi è spuntata una terza chiappa sul gluteo sinistro. Ma non mi sono rotta nulla. Con le gambe che mi tremavano sono salita alla reception. «Scusate», ho detto alle ragazze. «Volevo avvisarvi che sono andata a sbattere in bici contro il portellone». Una mi ha guardato e mi ha detto: «Si è fatta male?». Nello stesso momento, l'altra ha pronunciato queste esatte parole: «Il portellone si è rovinato?». Ho pensato che è proprio vero. Da che punto guardi il mondo, tutto dipende.
Gracias a la vida Nella friabile terra di nessuno che separa la veglia dal sonno, ieri sera il Pupo mi ha sussurrato una storia. «Sai mamma, la maestra ci ha raccontato che quando lei era piccola nella sua classe c'era un muro. I bambini in castigo venivano messi in piedi contro quel muro e se ne stavano lì, tristi. Per questo l'avevano chiamato il muro del pianto». «Ma pensa, Pupo. E io che per anni ho creduto che il muro del pianto fosse tutt'altra cosa». «Invece nella mia classe, mamma», mi ha mormorato lui prima di cedere alla stanchezza, «abbiamo un muro che chiamiamo muro dei desideri». «Come funziona, amore?» gli ho chiesto accarezzandogli i capelli. «Tu vai lì e gli dici a bassa voce un desiderio. E se fai il bravo la mattina dopo torni in classe e lo trovi avverato, sul tuo banco». «E tu cos'hai desiderato, amore?». «Un transformer, mamma. Mi è arrivato un po' scassato, però è arrivato. Domani te lo mossstro», mi ha detto sorridendo, con gli occhi già chiusi, poi si è addormentato.

Soundtrack:
Ascoltate su Spotify tutto l'album di Regina Spektor, Begin to hope. E poi, anche se avete giurato a voi stessi che non l'avreste sentita mai più, date un'altra occasione a Tutto dipende di Jarabe de Palo. E per finire: mi toglie sempre il fiato Gracias a la vida. L'ha cantata per prima Violeta Parra, poi l'ha rifatta mezzo mondo. A me piace tanto anche nella versione di Mercedes Sosa.


domenica 25 gennaio 2015

Le cose che non capisco non sono tutte belle

Every breath you take
Per esempio non capisco perché Costanza Miriano, scrittrice e blogger cattolica&oltranzista, abbia scelto di non pubblicare i miei commenti a latere del suo resoconto del convegno in favore della famiglia tradizionale tenutosi a Milano lo scorso weekend. Nel primo le chiedevo perché nel suo resoconto non dicesse (ormai lo sanno anche i sassi) che della «bellissima platea» del convegno faceva parte anche il prete pedofilo don Mauro Inzoli. Ma Costanza, sorpresa!, non mi ha pubblicato.
Il giorno dopo era martedì e le ho chiesto perché non citasse nemmeno i La Russa senior e junior, pure loro presenti nella «bellissima platea»; i La Russa, mi sono permessa di scriverle, mi sembrava fossero noti per sfasciare famiglie, più che per sostenerle. Nemmeno questo, Costanza ha pubblicato.
In subordine - era ormai mercoledì - le ho chiesto allora per quale motivo avesse citato nel suo post i salumi Gran Brianza. «Ti pagano per farlo? O semplicemente ti mandano a casa i cosciotti di suino gratis?». Non mi ha pubblicato neanche questo.
Every move you make Poi ho avuto il dannato gastrovirus e non ho avuto la forza di scrivere più nulla. Comunque in redazione noialtre sfaccendate parliamo abbastanza spesso di Costanza Miriano. Ci colpisce il suo look, diciamo, assieme emancipato e succinto, che per noi continua a essere in netto contrasto con le tesi che lei sostiene. La conoscete? Penso di sì, è l'autrice del best seller Sposalo e sii sottomessa, tradotto pure in spagnolo e polacco. Miriano è di Perugia e andava a scuola con una mia collega, che interrogata a riguardo ha dichiarato: «Da ragazzina aveva un'aria molto, ehm, poco sottomessa». Oggi, che è moglie e madre di quattro figli, si accompagna volentieri con l'amico Mario Adinolfi, ex deputato Pd (?), proprio colui che nei giorni scorsi alla trasmissione radio La zanzara ha dichiarato: «La moglie sottomessa cristiana è la pietra fondante, la pietra su cui si edifica la famiglia. Sottomessa significa messa sotto, cioè la condizione per cui la famiglia possa esistere. Una donna mite. E sottomessa non significa che non c'è la parità, eh. Sono due cose diverse».
Every bond you break Stamani, guariti dal gastrovirus, io, il Pupo e la Piccolissima siamo andati a un laboratorio di autoproduzione di bambole organizzato proprio dietro casa. I partecipanti - da 3 a 8 anni - erano tutti maschi. (Il Pupo ha chiamato la sua bambola «Elvis» e mi ha fatto giurare di non dirlo a nessuno, ma questo non c'entra). Mi ha colpito la madre di uno di loro, un bambino dal nome arabo; lei aveva occhiali dalla montatura severa e una ruga alla Ligabue che le spaccava in due la fronte. Sopra i pantaloni indossava una specie di camicione, sopra il camicione il chador. Era, è, italiana.
Every step you take Cos'hanno in comune Costanza Miriano e la mamma del laboratorio di pupazzi, che per tutta la mattina si è mangiata le unghie e ha osservato nervosa l'orologio - forse solo perché aveva una torta in forno e temeva di bruciarla? Qual è il punto di contatto tra la donna con la ruga sulla fronte, i capelli schiacciati sotto il chador e l'aria timida - e la donna bionda, trucco e messa in piega impeccabili, sicura di sé, che si fa fotografare trionfante accanto al Papa e altri vip e poi vende 80.000 copie scrivendo «Chissà, magari si apre una stagione di donne sottomesse per scelta, felici, libere di servire non da schiave ma da donne che possono avere tutto, e scelgono la parte migliore»?
I'll be watching you Non raccontiamoci per piacere che burqa e chador sono l'espressione della libera scelta di donne che semplicemente hanno  un’altra concezione del mondo rispetto a quella occidentale. Lo sarà veramente quando vedremo donne musulmane in bikini, leggings o minigonna. Il sottotitolo del libro di Costanza è pratica estrema per donne senza paura. Mi fa (sor)ridere perché nei suoi testi scomoda spesso San Paolo, ma a me, ogni volta che lo incrocio, viene in mente solo Cinquanta sfumature di grigio. Mi secca un po', poi, che Miriano ripeta di far parte «di una schiera di donne risolte e pacificate, che hanno ricevuto in eredità la libertà fin dalla nascita; che non devono rivendicare nulla, che non gridano in piazza, perché questa libertà non è più in pericolo». Allora. Prima di tutto dovrebbe farsi un giro qui nel Bovisashire, dove abito io. Poi, quale libertà esattamente ha condotto la donna italiana con la ruga sulla fronte a indossare il chador? Mi spiace molto che Costanza non mi abbia mai pubblicato, perché in fondo, a ben vedere, la domanda che avrei voluto farle è questa.

Soundtrack: Every breath you take. (C'è chi crede sia un pezzo romantico e vorrebbe usarlo come colonna sonora alle proprie nozze. Attenzione perché invece parla di gelosia, ossessione, controllo. Anche nel refrain «Oh, can't you see - You belong to me» - «Non capisci che mi appartieni?». Quando Sting l'ha scritta stava uscendo da un brutto divorzio, e lui stesso ha raccontato di essersi accorto della sua atmosfera cupa, sinistra e opprimente solo molto tempo dopo. Ciò non mi impedisce di cantarla a squarciagola ogni volta che la sento passare in radio).



mercoledì 14 gennaio 2015

Alzare ogni giorno l'asticella

Quando, in anticipo sul tuo stupore
Ieri sera sono rientrata dal lavoro e mio padre, uomo in genere taciturno ai limiti dell'intollerabile, mi ha accolto dicendomi: «Guarda che le mamme dell'asilo stanno facendo una colletta per comprare dei vestiti a tua figlia. Quelli che indossa sembra li abbia rubati dai cassonetti. Fai qualcosa, ti prego». In effetti guardandola ho notato che la Piccolissima portava una maglietta slabbrata a righe viola, lilla e blu, da cui spuntava un body fantasia (sbiadita) Dumbo nelle tonalità del giallo; sotto, un paio di leggings marroni rimboccati perché troppo lunghi, con due strisce argento e verde, imitazione Adidas, sui fianchi.
Ma mio padre è un ragazzo tranquillo La Piccolissima, con il suo consueto e microscopico garbo, non ha dato segno di avvedersene e mi ha salutato allegra. La cosa buffissima è che tre giorni fa non parlava e non camminava, mentre nelle ultime ore ha cominciato all'improvviso a correre con andatura robotica e a pronunciare a caso vocaboli complessi come «Barbapapà» e un curioso «Cara, cara» che ripete ossessivamente, con la erre francese di suo zio (che poi sarebbe mio fratello). Se accostata alle pance nude del Pupo e della Pupa, s'impegna all'istante nell'esilarante scherzo denominato «ciccio pernacchia» (consiste nello spernacchiare a più non posso il malcapitato, lo conoscerete); in famiglia abbiamo stabilito che questi, per una bimba di 13 mesi, sono segni di intelligenza.
Certo bisogna farne di strada, da una ginnastica d'obbedienza Tornando però all'abbigliamento, ho chiesto a Mike Delfino a cosa stesse pensando quando ha deciso ieri mattina di vestire sua figlia come un incrocio tra Pippi Calzelunghe e Raffaella Carrà. Lui come a volte fanno i maschi ha subito tentato di rovesciare la prospettiva. «Primo: se non mi dici che vestiti metterle io al mattino li pesco a caso dall'armadio e questo è il risultato. Quale madre non si premura di pensare all'abbinamento giusto per i figli?».
Per quanto voi vi crediate assolti Per un attimo ho avuto sensazione che l'abbia vestita male apposta per essere sollevato dall'incarico. Poi ho pensato che Mike Delfino non è capace di siffatti contorti ragionamenti, non sono nel suo stile. Poi però si è divertito a ricordarmi i miei recenti insuccessi, e allora ho cambiato di nuovo idea e ho pensato che forse sì. «Proprio tu», mi ha detto, «tu mi accusi di imprecisione. Tu, che sabato hai perso le chiavi, per tacer del resto».
Siete per sempre coinvolti In effetti sabato mattina ho accompagnato il Pupo in piscina e il cane al parco lì accanto. Al momento di riprendere il Pupo mi sono accorta di aver perso le chiavi dell'auto in circa 40.000 ettari di verde. Problema: dove mettere il cane, a quel punto? Ho chiesto a una ragazza che stava arrivando in quel momento se poteva occuparsene, e gliel'ho lasciato senza fermarmi ad ascoltare le sue deboli proteste. «Il mio numero, se ti serve, è sulla medaglietta», ho urlato correndo verso la piscina. Ci sono arrivata con un infarto in corso, in ritardo, e ho trovato il Pupo in esilio sulla panca dei Bambini Dimenticati.
Su spinosi ricci di castagne Ritirare in ritardo i bambini in piscina è peggio che ritirarli in ritardo a scuola. In piscina i Bambini Dimenticati siedono in un angolo mesti e infreddoliti, avvolti dal loro accappatoietto ormai fradicio, la cuffia umida tra le mani, i piedi nudi, gli occhi gonfi di cloro e di lacrime. Per fortuna il Pupo è un tipo sportivo e quando gli ho spiegato cos'era successo ha accettato di lavarsi e vestirsi in fretta, senza imbastire le consuete scenate durante le quali si rotola sul pavimento degli spogliatoi in mutande e minaccia di non tornare più a casa.
Temprammo cuori e muscoli in battaglia Sei minuti dopo, mentre la sconosciuta custode di Laccio mi sollecitava al telefono («State arrivando? Io dovrei andarmene, il tuo cane è anche simpatico ma ho un impegno») io e il Pupo abbiamo intrapreso una folle corsa verso il parco. Dopo duecento metri, di tutte le direzioni possibili, mio figlio ha puntato diretto verso un cespuglio. A un metro dal cespuglio c'erano le chiavi. Non finivo più di baciarlo. «Grande!» gli urlavo per la felicità. «Ora ti compro quattro cioccolate calde». Abbiamo messo il cane in macchina - finalmente in grado di aprire il bagagliaio - e siamo tornati in piscina, spremendo il distributore automatico di bevande fin quando al Pupo non è venuto il diabete.
Oh ragazza dalle guance d'aurora Più tardi ho comperato una mousse di cipolla dal fruttivendolo-gioielliere del mio quartiere. Ci spendo molti soldi ma frutta e verdura sono buonissime e il proprietario sollecito e pure un po' galante. Col suo sguardo intenso mi ha convinto a spendere tre euro e ottanta per un vasetto di pochi grammi di mousse superlativa, ma appena uscita dal negozio l'ho fatto cadere e si è infranto a terra. Tra l'altro erano cipolle di Tropea e hanno formato una pallotta brunastra e gelatinosa proprio nel mezzo del marciapiede. Hai voglia a raccoglierle.
L'avvenire di un mondo più umano Nel pomeriggio dovevo andare a prendere la Pupa e un suo amico da una gita scout. Pensavo che l'appuntamento fosse in un certo posto - dove si erano trovati quel mattino, per l'esattezza - ma quando sono arrivata era deserto. Allora ho riletto l'email che ci avevano mandato i Vecchi Lupi: «Ci vediamo alle 16.30 ma attenzione, non nel posto X di stamattina, bensì nel posto Y, a 12 comodi chilometri da lì, da percorrere nel traffico cittadino». Per fortuna sono riuscita a parlare al telefono con un altro genitore e ci ha pensato lui, a ritirare tutti i bambini. Sono tornata a casa a mani vuote, Mike Delfino mi ha guardato stupito: «Dove hai messo la Pupa?». «È una storia lunga», gli ho risposto mentre nella mia testa partiva una musica di Morricone e immaginavo di sfidarlo a duello in un film western. A questo punto sarebbe carino se voleste condividere alcuni vostri fallimenti, esilaranti o anche solo deprimenti. In cambio posso offrirvi la medaglietta del cane con il mio numero di telefono, nonché immensa, imperitura gratitudine.

Soundtrack (dò per scontato che possiate accedere a Spotify e cercare lì queste canzoni)
Verranno a chiederti del nostro amore, Nella mia ora di libertà e Le Storie di ieri di Fabrizio De Andrè
Tutto l'album Appunti partigiani dei Modena City Ramblers


lunedì 5 gennaio 2015

La proprietà transitiva dell'intolleranza

Decluttering (o quel che ci serve davvero)
Rientrata dalla maternità ho scoperto che una mia collega non mi parla né mi saluta più. Alla mia richiesta di spiegazioni - prima eravamo in buoni rapporti - mi ha bofonchiato, più o meno: «Be', tu sei amica di X, e io X non la sopporto». Mi ha escluso dalla sua rete di relazioni perché mi accompagno a una persona che non le piace (se ve lo state chiedendo: no, non ha 13 anni).
Somebody that I used to know È una storia che farebbe sorridere se non fosse deprimente. Ho provato oziosamente a calcolare quante energie dedichi la mia collega a ricordarsi di voltare la testa dall'altra parte quando mi incrocia in corridoio; quanta prontezza di riflessi le sia richiesta per tuffarsi di testa in uno dei cubicoli del bagno ogni volta che entro per lavarmi le mani; quanto veloce e attenta debba essere per sgusciare dalla porta dell'area break in gran fretta, in direzione opposta alla mia, se mi vede arrivare per prendere un caffè.
Oggi è un giorno che vale la pena guardarsi alle spalle Ho pensato: chissà che fatica si fa a trascorrere le giornate con la guardia alzata, perennemente gravati dal fardello dell'odio. Cosa te ne fai, a un certo punto, di tutto quel disprezzo in sovrannumero? Quante persone puoi detestare in contemporanea, e quanto a lungo? A me che lotto per andare verso la semplificazione sembra uno sforzo improbo, insensato.
Tutto più chiaro che qui La mattina di otto anni fa in cui presi congedo dalla casa dove vivevo con il padre della Pupa, quando ci separammo, uscii in dieci minuti buttando in borsa due paia di jeans, cinque magliette, quattro maglioni. Trascorsi l'intero inverno vestita con quelle cose, senza avvertire la mancanza di altro. Da allora vivo con poco, sapendo che quel poco è già tanto.
Quel che si dice badare all'essenziale
Everything means nothing to me Attività tipica di fine e inizio anno: compilare elenchi di buoni propositi. Io stessa ne ho stilati parecchi. E voi, lo fate? Che cosa sognate per l'anno appena iniziato? Tra le voci ricorrenti nelle liste dei miei amici vedo spesso, in pole position, «liberarmi di quel che non mi occorre». Molte mie amiche femmine si disperano per la quantità eccessiva di vestiti. «Ho armadi pieni di cose che non metto da una vita». Io mi dispero all'opposto: se non faccio la lavatrice non so cosa indossare. Rispetto all'inverno di otto anni fa ho raddoppiato il numero di pantaloni (ora ne ho quattro), di magliette (dieci), maglioni (otto). Da due anni non compro scarpe nuove, ho una sola giacca invernale. Il colore nero in molti casi aiuta e risolve. A fare le valigie, quando c'è da partire, sono velocissima.
Easy way out Ai miei figli arriva tanto di tutto. I vestiti li ereditano da vari benefattori, così pure i giocattoli. Sono comunque troppi e molto spesso li regaliamo. «Mi ricordavo che avessimo un puzzle» mi dice la Pupa. «L'ho portato alla casa di accoglienza per i bambini siriani». «Capito», commenta lei, e riprende a piegare origami. Il Pupo quest'anno ha scritto la sua prima lettera a Babbo Natale in autonomia. Mi fa piacere che a sei anni abbia chiare alcune priorità. Se lei mi parlasse, vorrei suggerire alla mia collega di prendere esempio; di rimettere in ordine le sue. Sarebbe bello che anziché detestarmi potesse incontrare una renna, almeno una, anche lei.

Ps: buon anno.

Soundtrack: C'è tutto quest'album bellissimo e poi pure questo

giovedì 9 ottobre 2014

Buoni propositi (o occasioni sprecate)

Cadono le bombe sopra i tetti
Non hai un risotto da seguire perché non si attacchi alla pentola, un articolo di giornale da leggere, o addirittura un libro - visto che è con quello in mano, che ami farti vedere in giro?
Non potresti più proficuamente dedicarti al cambio di stagione, giacché l'autunno, è evidente, ci si insinua tra le lenzuola e negli armadi e anche i più coriacei tra noi hanno dovuto arrendersi alle calze e alle scarpe chiuse?
Esplodono le granate nelle case
Che ne diresti, in alternativa, di iscriverti a un corso? Ma stavolta devi andarci per davvero, eh. Non come quella volta che hai pagato in anticipo per tutto l'anno e poi, delle dodici lezioni di cucina creativa, ne hai frequentate solo due (o tre).
Potresti senza troppo sforzo osare l'orto sul terrazzo: su internet ci sono un sacco di tutorial che spiegano come fare. Se invece la pigrizia avesse la meglio su di te, ricordati che a due isolati da casa organizzano un bel cineforum. Al bar dell'angolo troverai i volantini. Non costa neanche tanto, e in programmazione ci sono i film dell'anno scorso, quelli che hai perso perché la mamma era malata/ti è nato un figlio/hai fatto troppi straordinari al lavoro.
Tutte le nostre paure e debolezze le butteremo via
Senza contare quel che ti è rimasto indietro. Settimane fa hai giurato che avresti mandato al tuo amico una lettera vera, di carta, proprio come si faceva una volta, ma non hai ancora trovato una mezz'ora libera per scriverla.
Avevi anche promesso a tua sorella, ricordi? che l'avresti aiutata a cambiare il box doccia. È una faticaccia ma, almeno, quando vai a trovarla ti prepara una crostata da sballo. Ci mette un po' troppo burro ma che diavolo: la mangi così di rado che certo non ti ucciderà.
Potresti imparare a nuotare. O a sciare. Potresti passare un weekend al mare e goderti la luce morbida del tramonto di metà pomeriggio. È arrivato il momento di ritinteggiare la cucina. Di mettere a posto la bicicletta. Di prendere le lenzuola nuove per il letto, allegre e colorate proprio come le sognavi. Di fare il pane a mano/di comprare il pane, per sfizio, per una volta, nel negozio più buono e più caro del quartiere.
Aspetteremo una nuova stagione 
Tra l'altro, te lo devo proprio chiedere: su cosa stai vigilando esattamente? Quale micro-porzione di mondo temi vada in pezzi, se tu non sarai lì a montare la tua silenziosa guardia, come un cane fedele? Ti dò una notizia: non c'è proprio niente da guardare. Nessuno cambierà idea grazie al tuo contributo. Ci sono invece, piuttosto, tantissime cose che rimandi da tempo. Troppo tempo. È una vergogna, ti ripeti di continuo, ma in concreto non fai nulla per cambiare la situazione. Consiglio mio: perché non te le scrivi su un foglio queste cose e poi, a cominciare dalla prima, non provi a realizzarle?
Vai a correre. Vai a teatro. Regalati un giro di shopping. Non perdere l'inaugurazione di quella mostra. Impara a produrre la birra artigianale. Cara sentinella in piedi, non ci credo che non hai nient'altro da fare. La vita è breve. Il tempo non si ferma. Se proprio te ne stai lì con le mani in mano, prova a guardare questo video. Ma soprattutto: non costringere tuo figlio/tuo nipote a seguirti, quando partecipi alle tue inutili veglie silenziose. È solo un bambino. Hai mai pensato che potrebbe essere omosessuale? Non glielo auguro, eh. Poveretto. Con una madre, un padre, uno zio, un nonno come te, quanta fatica farebbe.

Soundtrack: Estate #1107

venerdì 29 agosto 2014

Bentornati!

Il  più grande problema sono le piastrelle
Ero scomparsa inghiottita dai bambini, dalle vacanze e dai lavori di ristrutturazione di casa, che come da copione ci stanno uccidendo. Rientrati a Milano stiamo cambiando la cucina ma preferisco non entrare nel dettaglio. Quel che posso dire è che da sempre la mia nemesi sono le piastrelle. Due case fa, per esempio, l'impresa cui mi ero affidata mi ha mandato un piastrellista pazzo che lavorava prendendo a mazzate e spesso spaccando gli eleganti rettangoli 7,5x15 che avevo scelto per rivestire una parete.
There's just enough of you in me È perciò quel periodo dell'anno in cui ci si veste di fretta, al buio, indossando calzini spaiati e correndo alla cieca a rispondere al citofono. Gli artigiani si svegliano all'alba, il capo dell'impresa prima di tutti, alle cinque, e giungono da noi ogni mattina un po' prima della mattina precedente. Vado dunque come sempre sbattendo negli angoli e mi procuro lividi sospetti, in odor di violenza domestica. Ora in particolare mi fa male il naso ma non ricordo dove esattamente sono andata a picchiarlo.
I heard that you were drunk and mean Le piastrelle a questo giro amano rendersi irreperibili. Le stiamo inseguendo per tutto il Nord Italia. Sono come i cerchi nel grano: qualcuno dice di averle avvistate, poi vai a verificare e scopri che in realtà non ci sono. Ieri finalmente nella campagna piacentina abbiamo trovato quelle da pavimento: le vecchie cementine esagonali di un tempo, bianche rosse e grigie, recuperate una a una, con pazienza, da un signore con una storia bellissima che vi racconterò un'altra volta.
Staring down the brilliant dream Per la parete della cucina i preventivi cambiano di continuo, come una tovaglia che qualcuno ti sfili all'improvviso da sotto i piatti, proprio mentre sei seduto a mangiare. «Ma mi aveva detto 100 in tutto». «Signora, è ubriaca? Intendevo 100 al metro quadro». Il capolavoro è un tizio che si è offeso perché alla fine le piastrelle da pavimento le abbiamo prese nel piacentino e non da lui. «Io quelle da parete ce le avrei, qui pronte in casa. Ma, ecco, ho deciso che non ve le dò più».
For me to have this sympathy I Pupi grandi sono ancora in vacanza: con i lavori in casa abbiamo preferito tenerli lontani. Staziona invece al nostro fianco la Piccolissima, giunta al ragguardevole traguardo di otto mesi e mezzo, che si sveglia da settimane tre/quattro volte per notte (saranno i denti? Se avete opinioni confortanti vi prego di condividerle). Diciamo allora che la mancanza di sonno mi ha fatto perdere un po' di lucidità. Ieri per esempio al momento di pagare ho avuto qualche defaillance con la moglie del trovatore di cementine.
(Io) «Allora per la fattura poi ci sentiamo. Intanto mi segno il suo nome. Lei è la signora...»
(Lei) «Carmen».
(Io, davanti a Mike Delfino che non credeva alle sue orecchie) «Carne?»
(Lei, esterrefatta) «Ehm... no... Carmen».
Shame on you A voi i lavori in casa creano stress o tutto sommato tenete botta? A me, nonostante la polvere e la fatica e le sveglie all'alba e le piastrelle introvabili, gli artigiani mettono sempre di buonumore. Poi li rispetto perché lavorano sudati e ricoperti di polvere, imprecando costantemente, senza nessun motivo. La bestemmia è diciamo il loro rosario. Sono anche multilingue: «Ma va caca n'du campanaru». «Mannaia la materia». «Ma vafangul tu, mammt, patrita, sorita, e tutt a razz toj» erano le perle del capo dell'impresa, calabrese. Un operaio sudamericano ripeteva scuotendo la testa: «Andate a lavar el culo». Il piastrellista ucraino invece aveva imparato a bestemmiare in italiano, però con un curioso accento: «Porki, porki, porki». Ometto le volgarità più stratosferiche.

Soundtrack Sono le Indigo Girls, ragazze spettinate e selvagge come me e la Piccolissima in questi giorni. Vi metterei i link ma devo andare a congedare il piastrellista, porki.



giovedì 7 agosto 2014

Bisogna per forza fidanzarsi?

Una vita no frills.
Cervelli (cuori) in fuga
Il Pupo, cinque anni e mezzo, l'altra sera, stranamente pensieroso, con la sua esse da Jovanotti:
«Mamma. Quando sarò grande devo per forza sposarmi? Fidanzarmi?»
«No, amore mio. Non per forza. Però spero che tu incontri una persona con cui ti venga voglia di farlo. Perché me lo chiedi?»
(Enfatico) «Non ho voglia di tutto quel casino, sai».
«No, non so. Ma se me lo spieghi sono contenta».
(Declamando e contando sulla punta delle dita): «Uno. Non voglio possedere un cellulare. Due. Non voglio lavorare tutto il tempo sul telefono come fa papà. Tre. Non voglio nemmeno possedere un computer».
«E pensi che queste cose siano legate al fidanzamento, alla famiglia?».
«Penso solo che sarà difficile trovare una ragazza che voglia vivere con uno come me».
«Come te, in che senso?»
(Guardandomi serio con quei suoi occhi bellissimi, verdi e dorati) «Mamma, sai, io voglio essere un ragazzo pescatore. Vivrò in una capanna, vicino a un bosco».
«Amore, sono sicura che troverai una ragazza capace di apprezzare».
«Più facile in Francia che in Italia, vero?»

domenica 18 maggio 2014

Non si uccidono così anche i pidocchi?

Stavolta niente musica, perché
La casa è all'improvviso quieta, la Pupa a una festa, i maschi di casa - cane compreso - al parco. La Piccolissima dorme nella culla, non si sa per quanto. Io, polso rotto, bestiale raffreddore e un giro di domopak in testa, scrivo. Un antico interrogativo riecheggia nella mia mente e tra queste pareti: esiste un modo per liberarsi definitivamente dai pidocchi?
Scuole del centro vs scuole di periferia Nei tre anni in cui la Pupa ha frequentato la scuola materna posh, in casa non se n'è mai visto uno. Invece quella del Pupo, qui nel Bovisashire, ne è piena. «Da noi sono endemici», si stringono nelle spalle le maestre. Qui vige la regola severissima per cui ogni bimbo pizzicato anche solo con un singolo ovetto debba starsene a casa fin quando non supera l'esame di riammissione alla Asl. Di solito è Mike Delfino a portarci il Pupo. Indossa la camicia buona e fa grandi sorrisi alle dottoresse per ingraziarsele, sperando che guardino più lui negli occhi che il bambino dietro le orecchie.
Vivo, morto o X Il fatto è che vige pure la crudele regola che per essere riammesso il bambino non debba avere in testa una sola lendine; poco importa che sia viva, morta o chissà, quelli sono capaci di rimandarti a casa anche solo per un granello di forfora sospetto. Tantissimi dubbi mi attanagliano. Perché il Pupo prende sempre i pidocchi? È vero che i capelli biondi li attirano più di quelli scuri? Ho lavato a 60 gradi tutte le lenzuola e anche le federe, basterà o devo lavare anche i cuscini? Non è una notizia davvero curiosa che il tennista Roger Federer abbia avuto due coppie di gemelli una di seguito all'altra? Come facciamo a dormire senza cuscini?
Altre domande Qualche giorno fa ho chiesto a mia madre di portare il Pupo dal parrucchiere. «Solo una spuntatina per piacere. Soprattutto, non fargli tagliare i capelli sulla nuca. Mi raccomando, lo sai che, per quanto bellissimo, il nostro principino ha una lieve asimmetria del cranio». «Tranquilla. Per chi mi prendi?». Il Pupo è tornato a casa che sembrava un ciddone. Diciamo una specie di improbabile calippo, una cosa che non si può guardare, un taglio disgraziato, i capelli cortissimi soprattutto sulla nuca. Lato positivo della faccenda: le lendini si vedono meglio, e ieri ho beccato pure qualche vivace animaletto.
In caso di denuncia Ed ecco che tutta la famiglia tranne la Piccolissima ha fatto due trattamenti, uno ieri mattina e l'altro oggi, perché ho visto ancora un paio di bestioline in giro per la testa del Pupo. Se domani da scuola me lo rimandano a casa saprò che è stato uno di voi a denunciarmi, non fatelo per piacere, dopo due ore di schiuma mortifera e domopak voglio ben sperare che non ci sia più nulla di vivo tra i nostri capelli. Il domopak lo aggiungo perché mi sono convinta che così le bestie soffochino meglio.
Ancora domande Del resto avevo preannunciato, questo è un post pieno di dubbi. Esiste su internet un sito che promette l'eradicazione totale e definitiva dei pidocchi «con un rimedio da 3 euro al supermercato», voi sapete cos'è? Il sito propone di acquistare un corso a 37 euro ma la cosa mi fa innervosire. Detto sito sostiene anche che i rimedi che ci mettiamo in testa siano «tossici e portino al cancro e alla morte», anche questo mi fa innervosire. Io ho provato anche un pettinino elettrico che promette di bruciare vive le bestiole un po' con lo stesso principio della racchetta antizanzare, ma l'unico effetto è stato procurare una quantità di segni rossi sulla cute dei bambini. Mia zia usava allo stesso scopo la piastra per lisciare i capelli ma mi pare che anche quella sia ad alto rischio ustioni.
Verità e leggende A voler essere ottimisti qui direi che si fanno dagli otto ai dieci trattamenti all'anno (ogni volta almeno doppi, a distanza di sette giorni l'uno dall'altro). Durante questi tranquilli weekend di paura vagoliamo per casa per ore, nervosi e irritabili, con i nostri preservativi di pellicola cacciati sul capo. Ognuno ha le sue teorie: Mike Delfino per esempio sostiene di essere il meno aggredito della famiglia perché «il cloro della piscina infastidisce i pidocchi», la Pupa che la sua compagna Y «ha avuto i pidocchi per tutto l'anno senza mai smettere», io che i capelli colorati respingano le bestie dannate - i miei non li ho mai tinti ma forse dovrei cominciare, vi risulta funzioni? Sui pidocchi circolano verità e leggende. Una mia amica dice di spruzzare un misto di lavanda, timo e bergamotto (credo) sulla nuca dei bambini. Un tizio che conoscevo ha fatto un incidente in moto, si è rialzato in piedi da solo dicendo «Non è nulla», poi si è tolto il casco e gli è caduta la testa. Un'altra amica lava i capelli suoi e dei figli con acqua e aceto, ne sapete qualcosa? Aiuto. Alla Pupa stamani sono venute le guance rosse perché le era colato un po' di prodotto sul volto, lei sopporta stoica ma così tutta a chiazze, poveretta, faceva impressione.


giovedì 24 aprile 2014

Amiche mie (e altri dilemmi)

Mia madre, se contasse bene i panni che ha lavato, probabilmente vestirebbe il mondo
«Sbrigati a scrivere questo post, che il libro diventa vecchio» (dice la mia amica). «Non posso, non ce la faccio, non ho tempo». «Dì la verita, il problema è che sei pigra». «Hai ragione. È colpa mia. Perché al mattino verso le cinque cinque e mezza, dopo aver allattato e riaddormentato la Piccolissima, potrei benissimo alzarmi, andare a correre al parco profittandone per portare fuori anche il cane Laccio (che non è un pagliaccio), tornare e fresca di doccia, dopo essermi passata la crema idratante su tutto il corpo e un po' di contorno occhi che non guasta mai, preparare per il resto della famiglia ancora dormiente anche la colazione, magari qualche centrifugato, un po' di yogurt fatto in casa, e poi spalmare artisticamente generose quantità di marmellata biologica sul pane impastato a mano la sera prima, e ancora mi avanzerebbe tempo per scrivere un'oretta, dopodiché potrei svegliare il mio amato con qualche dolce carezza di quelle che piacciono a lui, e poi sottrarre i bambini al sonno ricoprendoli di baci e cominciare allegramente la giornata insieme a loro. Invece sai che faccio, dopo aver allattato e riaddormentato la Piccolissima?». «No». «Mi riaddormento pure io».
I battiti del cuore Però, però, però: la settimana scorsa ho incontrato Silvia Ballestra, di cui sono sempre stata fan e che ha da poco pubblicato il romanzo Amiche mie, diventando definitivamente la mia eroina personale. Perché racconta di quattro donne - Carla Sofia Norma Vera - che, amiche mie, potrebbero esserlo davvero, preoccupate del cibo scadente della mensa scolastica, afflitte dopo una separazione, stritolate dal ruolo di madre-moglie oltre il quale (a volte) c'è il nulla, sconcertate da uomini-piacioni impegnati a corteggiare ragazzine. Di cosa parla il libro? «Di donne che in fondo non erano state raccontate né studiate. Insomma, non erano state celebrate seriamente».
I cani hanno la febbre tutto l'anno Mi piace di Silvia Ballestra che dopo tanti anni a Milano, dove sono nati i suoi due figli, le sia rimasto appiccicato addosso l'accento marchigiano, viscoso e birichino, sicché mi accorgo riascoltando l'intervista che certe sfumature delle parole le escono diverse da come escono dalla mia bocca, ma per il resto mi sento simile a lei e alle protagoniste di Amiche mie, che affrontano i fatti della vita «semplicemente, perché è così che va fatto: sono appena passate da una fase precisa, quando i bambini sono piccoli, in cui si è chiamate a essere madri. Del resto di alcune cose, tipo le gravidanze, lo svezzamento, è ovvio che si debbano occupare le mamme. Il punto è che quando hai finito di farle tenti di tornare in possesso della tua vita, anche lavorativa, ma sappiamo che molte donne, quando tornano, il lavoro non lo trovano più. Manca la via di mezzo. Ci sono quelle che il lavoro non lo trovano da principio, quelle che lo perdono perché hanno avuto un figlio, e però all'opposto sono tante anche quelle che lavorano troppo; c'è ancora quel detto lì, o i figli o il lavoro, e invece bisognerebbe trovare un compromesso».
Tutto nasce dal basso (e poi va su) Quando parla Silvia Ballestra inclina la testa di lato e fa un mezzo sorriso, «Io penso che dal basso possiamo e dobbiamo cambiare le cose. Alcune cose positive adesso stanno succedendo, dei segnali ci sono. Dopodiché certo ci vuole fatica, il nostro è un percorso di lotta». Addirittura? le chiedo. «Massì. In una metaforica partita a Risiko l'uomo ammassa carrarmatini, la donna si indebolisce. Ancora accade, fuori e dentro il mio romanzo. L'importante è non deprimersi, semmai arrabbiarsi. Socialmente con la mensa che non funziona, nel privato con i mariti. Sono stufa dei "Che bravo, quest'uomo che cucina. Che bravo, questo papà che cambia il pannolino"». Quante volte sentite ripetere questa frase o magari la dite voi stesse? (Se la dite, perché la dite?)
Tutto può succedere, su questo non ci piove Se chiedete a un bambino di disegnare la sua famiglia è facile che sul foglio ci finiscano una mamma ai fornelli che cucina, e un papà che guarda la tv. «Non sarebbe un male in sé se a volte, almeno a volte, accadesse il contrario. Sennò si genera infelicità, almeno credo. Io non potrei starci in un rapporto così». Le protagoniste di Amiche mie lo sanno bene. «Per Carla, Sofia, Norma e Vera la relazione di coppia non è un "sogno da realizzare" ma piuttosto un "progetto". Mi piace la parola progetto perché ha dentro l'idea di qualcosa che bisogna sforzarsi di costruire, concretizzare, non è il sogno di Biancaneve. Mi interessava parlare anche di donne separate senza entrare nel giudizio sulle coppie, volevo almeno sfiorare il tema delle famiglie smembrate, poi lo so che chi rimane sul campo spesso ci rimane fra macerie, lì per lì è un vero choc, però è una fortuna, trovo, che il matrimonio non sia più una condanna "fine pena mai"».
E dopo un po' mi hai lanciato la solita scarpa col tacco A proposito di ruoli, «È pur vero che il maschio, mentre tu litighi e gli dici le peggio cose, ribalti tutta la tua vita, metti in discussione il rapporto, minacci di andartene, arrivi per la rabbia a prendere selvaggiamente a pugni l'auto in cui sei seduta, è capace di non dirti nulla se non "Ehi, guarda che quello è l'airbag del passeggero"».
E tu già lo sai che ritorno da te Certe cose dunque, ci ricorda Amiche mie, non cambiano mai. «Però cose che un tempo erano ovvie oggi non sono più tali, come la moglie senza bancomat a cui il marito elargisce ogni settimana il denaro contato per fare la spesa, anche se è ancora vero il contrario: un marito che perde il lavoro e deve farsi mantenere dalla moglie entra in crisi profonda». La donna invece no. «Sa farsi bastare quel che ha. Un aspetto tipico del femminile postmoderno sono "i lavoretti". L'altro giorno in piscina ho visto una donna con i suoi bambini che si tirava fuori dalle tasche dell'accappatoio decine di collane fatte da lei. Lo slogan è: "Almeno faccio qualcosa"». Da madre di figli maschi (due) come si regola nell'educarli? «Fatico tanto e dico a me stessa e alle "amiche mie": non dobbiamo tornare indietro, dobbiamo ricordare le lotte delle donne che hanno combattuto per noi negli anni 70, siano benedette sempre. Però penso che piano piano anche i maschi stiano cambiando, sono ottimista da questo punto di vista. Grossi spostamenti ancora non si sono visti, lo so. Ma secondo me arriveranno». Allora da madre di figlio maschio (uno) mi chiedo e vi chiedo, questi cambiamenti sono proprio dietro l'angolo, oppure un po' più lontano?   

Soundtrack: Capo Horn
Un raggio di sole
Dal basso
Tutto può succedere

mercoledì 9 aprile 2014

Le domande del Pupo

E tu scrivimi, scrivimi se ti viene la voglia
Nel mio personale regno Maraonide lo sport nazionale essendo «sbattere di continuo negli stipiti causa stanchezza, procurandosi lividi di estese dimensioni», l'altra sera ho superato me stessa rendendomi protagonista del seguente orribile accadimento: ho poggiato il piede nudo su un cumulo di bambole e di pupazzi (decine di essi, invero) armoniosamente disseminati sul pavimento da quel brighella del Pupo e dal suo compagno di merende Nicola, e ho avvertito un dolore acutissimo, inatteso quanto intenso, del tutto inspiegabile. Facendo sfoggio della mia usuale classe ma soprattutto essendo in presenza di svariati minori, alcuni dei quali da me generati, altri invece provenienti da altre famiglie al cospetto delle quali avrebbero potuto denunziare eventuali volgarità da me pronunciate, mi sono prodotta in un composto «Porcoggiuda» a voce nemmeno troppo alta.
Poiché il dolore non accennava a svanire ho esaminato all'istante il mio piede per scoprire, quelle horreur, che per qualche misterioso motivo qualche str uno dei miei adorabili figlioletti o dei loro amici aveva infilato un ago nel vestito di una bambola, «perché giocavamo che la bambola era andata dalla sarta cinese, mamma», ago sul quale ho avuto la ventura di camminare ficcandomelo nella pianta del piede per più di metà: quando l'ho tolto, cercando contestualmente di non svenire, ne fuoriusciva giusto la cruna. A mia parziale consolazione ho pensato: che bello, per una volta posso usare la parola «cruna», ché in effetti è un vocabolo molto interessante e a meno di non essere del settore non capita tanto spesso di poterlo sfruttare come merita.
Ti ringrazio per avermi stupito Nel frattempo, la mia adorata amica Pellons mi prende nemmeno troppo garbatamente in giro perché causa parziale ottundimento e temporanea disconnessione neuronale tendo a confondere De Gregori con De Gregori. Le rispondo colpo su colpo con una lista delle più recenti domande del Pupo, che a 5 anni, avendo vagamente cominciato a superare il trauma per la nascita della Piccolissima, veleggia tutto allegro nel periodo d'oro delle Grandi Domande, e dei Perché (vi prego di aggiungere sotto, in fondo alla lista, anche le Grandi Domande dei vostri pupi. O anche dei vostri adulti, se è per questo. Fatelo adesso, prima di dimenticarvele).
Tra i tuoi fiocchi di neve e le tue foglie di tè
«Ma i puma rubano?»
«Berlusconi non va in carcere solo perché è troppo vecchio?»
«Ma i numeri, a un certo punto, finiscono?»
«Posso andare al campuss di judo anche se sono troppo piccolo?»
«Posso mettere un po' di acqua e fango in questo borraccetto?»
«Come è morto Michael Jackson?»
«Da dove arriva l'acqua?»
«Posso andare al campuss di judo tra 50 giorni, quando sarò più grande?»
«Ma è più forte Hulk o Pisapia?»
«Ma è più bravo Munch o Pollock?»
«Ma quando finisce il mondo, Dio c'è ancora?»
«Posso bere un po' di acqua e fango oppure è velenoso?»
«Ma quando tu eri piccola, esistevano le Hot Wheels
«Anche nell'isola di Conan» (il cartone animato, nda) «ci sono i cattivi?»
«Quando sarò grande posso fare ogni giorno un lavoro diverso?»
«Tecnicamente il mare che abbiamo adesso è lo stesso del Giurassico?»
«Posso dare un po' di acqua e fango alla sorellina?»
«Posso andare al campuss di judo tra 50 giorni, quando sarò più grande, con te? Però io dormo con i miei compagni e tu nella stanza accanto».
«È più forte lo zio Enrico o Matteo Renzi?»

Soundtrack: Natale
Buonanotte fiorellino


mercoledì 26 marzo 2014

Crescere bambini piccoli (e medi, e grandi)

La Mini gioca a "Uno" con i suoi fratelli
Mi hanno dato un incarico di responsabilità
Per la prima volta in vita mia mi trovo a saper quello che lascio, e non saper quello che trovo Ho avuto il dubbio di aver fallito il mio compito di educatore quando Mike Delfino, l'altro giorno, mi ha telefonato allarmato: «Stamani mezz'ora dopo aver lasciato il Pupo mi hanno richiamato dalla scuola materna, chiedendomi di tornarci con urgenza. Quando sono arrivato la maestra K. mi ha messo in mano un coltellino e mi ha detto: "Suo figlio stamattina è arrivato con questo"». «Cooome? Un coltellino? Ma stai scherzando?». «Purtroppo no. Aveva un coltellino di tipo di svizzero. Nero. Piccolo. Con tre funzioni: lama da 5 cm, forbicine, limetta per unghie. Ti dice niente?». «A dire il vero, non troppo». «Il Pupo sostiene che gliel'ha dato sua sorella». «Ma che cosa ci stava facendo, con il coltellino?». «Lo mostrava compiaciuto ai compagni. La cosa buona è che non stava minacciando nessuno, né chiedendo soldi. Non ho capito se era anche riuscito ad aprirlo, oppure no». «E cos'ha detto l'insegnante? Cosa si fa con i teppisti della scuola materna, vengono sospesi dalle lezioni?». «Apparentemente no. La maestra mi ha detto solo: "D'ora in poi, prima di fare uscire suo figlio di casa, lo perquisisca"». «Era arrabbiata?». «Non proprio. Diciamo che sorrideva a denti stretti».
E per la prima volta so cos'è la nostalgia, cos'è la commozione Mentre il Pupo si avvia verso la strada del baby-terrorismo, la Piccolissima mette in campo i suoi quattro neuroni per contribuire a prestigiosi progetti di ricerca scientifica. Alcune settimane fa abbiamo ricevuto una lettera dell'Università Bicocca, che ci invitava a partecipare al "Laboratorio Prima Infanzia": neonati di varie età vengono sottoposti a stimoli sensoriali (visivi, uditivi, tattili) per studiarne le reazioni. E così ieri mattina la Piccolissima è stata piazzata (in effetti a sua insaputa) in braccio a una ricercatrice, in una stanza buia, a osservare uno schermo, ascoltare suoni e farsi accarezzare la schiena nuda con un pennello (!), mentre io e un'altra ricercatrice la osservavamo su un monitor, in un'altra stanza. «Come sta andando?» ho chiesto io a un certo punto, scettica. «Benissimo. Il neonato di prima ha pianto tutto il tempo». «Mi sembra un po' l'atmosfera di Paranormal activity, non trova?», ho aggiunto a un certo punto per stemperare la tensione, «E comunque, a quanto pare mia figlia non reagisce a nessuno stimolo». Detto tra noi, mi sembrava pazza o drogata. «Ssssh! Non si preoccupi. Poi me la riguardo tutta frame by frame. Vedrà che bei risultati». In effetti dopo qualche minuto la Piccolissima ha basculato pericolosamente in avanti e ha cominciato a ciucciare vigorosamente, sbavandolo in abbondanza, il braccio della ricercatrice, che continuava nonscialante a spennellarle la schiena. «Possiamo smettere», ci hanno comunicato di lì a poco. In ogni caso credo che siamo piaciute, perché prima di rimandarci a casa ci hanno messo in mano l'attestato che vedete sopra, che ho fotografato sapientemente per voi.
Mi hanno detto che una nave c'ha bisogno di un comandante. Mi hanno detto che l'incarico è importante La Pupa di recente è apparsa nervosetta. A otto anni risponde male come una teenager, finge persino di offendersi e si chiude per tre minuti di fila, si mangia tantissimo le unghie e si intorcina i capelli in splendidi "gira-gira" impossibili da sciogliere. L'altra sera a tavola ci ha guardato e ha deciso all'improvviso di giocare a carte scoperte: «Mamma, Bau, sono preoccupata». «Di cosa, amore?». «Non sono sicura di volere questo nuovo fratellino, quello che avranno papà e sua moglie. Di volere che nasca, cioè. Un po' sono contenta, ma un po' no». «Ciccia! E come mai?». «Ho paura di perdere l'affetto di Punc. In fondo per otto anni sono stata la sua unica figlia». «Ma cocca, non ti preoccupare. Io ho forse smesso di amarti quando è nato il Pupo?». «No». «E quando è nata la Piccolissima?». «No». «E secondo te ti amo di meno o di più, con il passare del tempo?». «Sempre di più». «E allora, di cosa ti preoccupi?». «Beh. Beh», ha detto lei accarezzandosi il mento con aria riflessiva. «Come faccio a essere sicura di quel che succederà? Voi genitori non siete mica tutti uguali».

P.S. Questo post partecipa al concorso «Scrivi interrompendoti ogni 90 secondi per accudire una neonata, cambiarla, ninnarla per farla riaddormentare, allattarla, pulirle il naso, correre sul posto con lei in braccio per calmarla, bere un litro di orribili tisane al finocchio, coordinare il flusso di nonni e padri affinché si occupino dei bambini più grandi».

Soundtrack: La linea d'ombra



venerdì 14 marzo 2014

Macho, macho man

Ci sono momenti in cui ti viene tutto addosso A volte, oppure spesso, ci si sente sopraffatte. Le giornate cominciano piene di promesse. Ogni cosa sembra possibile, si fanno progetti. Vedrò questa persona, scriverò a quest'altra, m'inventerò lenzuola colorate per i letti, il pane fatto in casa, l'idea per un nuovo romanzo. Poi tutto comincia a franare. Al netto degli imprevisti, verso il tramonto, niente corrisponde a quel che si era sperato.
Ad una croce qualunque ti inchioderei L'altra sera un amico di mio figlio è corso a chiamarmi che fuori era già buio. «Guarda che sta piangendo disperato», mi ha detto, così mi sono precipitata fuori. Il Pupo era circondato da un gruppo di bambine che lo accusavano di aver preso la bambola di una di loro, cucita a mano da una nonna della nostra casa-cantiere. Lui, in effetti, singhiozzava: «Questa è mia. L'ho anche chiamata Elisa». Ho confermato: «È vero, bambine. Questa bambola è del Pupo. È uguale a quella di Matilde perché l'ha fatta, e ce l'ha regalata, la stessa persona».
Mio fratello che guardi il mondo A microdramma ricomposto, siamo tornati a casa. La mia saggia Pupa stava disegnando. Senza neanche alzare gli occhi dal tavolo ha commentato: «Le bambine non riuscivano a credere che Elisa fosse di mio fratello. Normalmente non si pensa che un maschio possa amare una bambola. Un maschio come lui, poi». «Come lui, in che senso?». «Beh, uno di quasi cinque anni e mezzo. Supereroico».
Se avessi labbra migliori ti abbatterei Quest'episodio mi ha spinto a riflettere sugli stereotipi di genere. Persino nella nostra comunità illuminata, equa e progressista non è considerato normale che, in mezzo ad altri giochi, un maschio possieda una bambola, che le voglia bene fino al punto di darle un nome. I vostri bambini, maschi e femmine, con cosa preferiscono giocare?
Per contro, il Pupo mi piace proprio perché, pur essendo un campione di superomismo, col passare del tempo conferma e alimenta grandi squarci di tenerezza. Tipo ieri mattina, quando inaspettatamente mi ha baciato sul collo, appena sveglio, e poi mi ha detto: «Mamma, ora sento tutto un calduccio sulle labbra. Secondo te è l'Amore?»
Il programma preferito della neonata
Come se dopo tanto amore bastasse ancora il cielo A volte, del tutto oziosamente, mi chiedo cosa ne sarà della Piccolissima. Mi domando che scelte farà, se vorrà diventare medico o infilare collane, se vivrà nella nostra città oppure all'estero, se vorrà avere un figlio, se le piaceranno gli uomini, oppure le donne. Quel che è bello di lei è che per ora, come ogni neonato, si gode il qui e ora. Ha eletto l'acquario dei pesci rossi sua personale tv: ci passa davanti decine di minuti, incantata. Poiché negli ultimi giorni sul vetro si sono accumulate un po' di alghe ho detto a Mike Delfino: guarda che la tv di tua figlia ha il segnale un po' disturbato. Lui non si è scomposto: tranquilla, appena torno dal mio viaggio di lavoro gliela risintonizzo. Serve (anche) a questo, avere un uomo in casa: cambiare lampadine, appendere quadri, compiere con orgoglio piccoli lavori da perfetto smanettone.

Soundtrack Carte da decifrare
La costruzione di un amore

sabato 1 marzo 2014

Coming out

La proprietà transitiva della fratellanza
Sono cresciuta credendo nel matrimonio, nonostante avessi davanti agli occhi l'esempio diciamo bizzarro dei miei genitori. A un certo punto ho conosciuto un ragazzo e mi è sembrato che potesse essere proprio lui. Siamo stati vicini vicini, ci siamo sposati, è nata la Pupa. Ma poi abbiamo pasticciato con la vita, moltissimo sbagliato, troppo sofferto. Quando la Pupa aveva 17 mesi ci siamo separati. Ricordo che a un certo punto ho detto a me stessa: non voglio che mia figlia cresca pensando che l'amore tra due persone è questo.
Quello che avrò fatto lo avrò fatto Non ne ho parlato mai qui sul blog in questi anni, "per rispetto alle persone coinvolte" come si dice in questi casi. Però ecco: la mia Pupa ha un papà tutto suo, che lei chiama "Punc" con la "c" dura. Potete scriverlo anche "Punk" ma allora leggetelo all'italiana. E dunque Mike Delfino, il padre biologico del Pupo e della Piccolissima, è il suo... come si dice in questi casi? Se lo chiedeste a lei, piegherebbe la testina di lato, sbatterebbe le ciglia, vi guarderebbe con le stelle negli occhi e vi risponderebbe: «Beh, è il mio Bau».  
Vorrò soltanto stare a ricordare i giorni buoni E allora perché ve lo dico proprio adesso, potreste domandarvi. Perché poco più di una settimana fa ho visto su Facebook il post di una persona che conosco dall'infanzia, che legge e frequenta questo blog, e da allora non riesco a smettere di pensarci. Tipo che ci penso anche di notte mentre allatto la Piccolissima. Questa persona fa l'insegnante e di recente ha detto a un suo alunno, che le aveva parlato della separazione dei suoi genitori: «Che peccato, con tre bambini». L'alunno ci è rimasto molto male - perché quando già soffri da matti per una cosa non c'è come girarti il coltello nella piaga, c'è bisogno di spiegarlo? - e si è arrabbiato con lei, accusandola di averlo insultato. Lei allora ha preso il vocabolario per mostrargli il significato letterale del verbo "insultare". Semanticamente impeccabile. Io però lo capisco molto bene, come si è sentito questo bambino. L'ha poi sbagliato davvero, il verbo? Forse non troppo.
Darò del cretino a chi mi pare L'aggravante è che un conoscente di questa insegnante, a commento del suo post, si è messo a scrivere che il matrimonio, «nonostante purtroppo lo stato italiano permetta di separarsi, è invece uno e inscindibile come dice la Chiesa». Ha aggiunto che quel bambino che si è arrabbiato con l'insegnante andava «punito, e messo davanti a tutti in ginocchio».
Dirò che tutti i libri non servono a niente Su questo stesso argomento ha scritto, per motivi diversi, la mia amica Pellona qua. Condivido appieno. Aggiungo solo che a me fa sorridere, ed è un sorriso amaro, che nello stesso esattissimo momento Francesco Bergoglio dica a proposito delle separazioni:  «Quando questo amore fallisce - perché tante volte fallisce - dobbiamo sentire il dolore del fallimento, accompagnare quelle persone che hanno avuto questo fallimento nel proprio amore. Non condannare. Camminare con loro».
Mille secoli di storia non valgono un secondo vissuto veramente Chissà, magari ora qualcuno smetterà di leggere questo blog. Non è che in questi anni per noi sia stato tutto facile. Abbiamo subito l'altrui giudizio, siamo stati criticati, ci siamo all'inizio calpestati, poi con delicatezza abbiamo preso le misure. Non siamo una famiglia allargata di quelle che fanno le vacanze insieme, un caffè però ci può stare. Facciamo fatica come gli altri, a volte più degli altri. Ma a volte forse, ultimamente, anche un pochino meno. Il senso di fallimento ce l'ho sempre, certo ho imparato a conviverci. Sono contenta perché ai bambini, con le parole che si usano per i bambini, abbiamo sempre detto la verità. Abbiamo vissuto nella verità: io, Mike Delfino, il papà della Pupa e anche la sua nuova compagna, L., che nel frattempo è diventata sua moglie, e ora aspetta un bambino. Ieri pomeriggio l'hanno detto alla Pupa. Lei è tornata a casa, ha abbracciato il Pupo e gli ha sussurrato: «Ti devo dire una cosa importantissima. L. è incinta, il suo bambino nascerà a giugno». Il Pupo l'ha guardata e ha esclamato: «Wow. Vuol dire che avrò un altro fratellino?». La Pupa ha piegato la testina di lato, ha sbattuto le ciglia e ha risposto: «Beh, sì. Certo. Avrai un altro fratellino. Una specie».

Soundtrack: Quando sarò vecchio




giovedì 27 febbraio 2014

Volevo dire gelosia, invece ho detto paura

Quel mostro dagli occhi verdi che dileggia la carne di cui si nutre
«Ho detto "paura" ma forse volevo dire gelosia. Quando dicevo "Mamma, ho paura di andare in bagno da solo, accompagnami" intendevo "Mamma, voglio che tu stia con me sempre, persino quando vado in bagno"». Mesi passati tentando invano di capire, curare, guarire il Pupo e le sue improvvise inspiegabili paure, e ora vien fuori questo. Come sempre accade, quel che fino a un momento prima era un enigma insolubile diventa facilissimo a partire dall'istante esatto in cui l'hai decifrato.
Formidable (ceci n'est pas une leçon) Accade anche che il punto più basso sia anche quello di svolta. Una notte il Pupo ha urlato come al solito chiedendo aiuto e quando barcollando sono arrivata da lui mi ha spiegato che non solo aveva paura dei mostri sotto il letto e di quelli nell'armadio, ma anche dei suoi pupazzi. Essendo al quarto risveglio in due ore lì per lì gli ho dato del cretino e l'ho odiato. Poi la mattina ci ho pensato e ci ho pensato ancora. Tipo: quando anche le cose più vicine e più care diventano temibili, vuol dire che il mondo attorno a noi sta crollando. «Pupo, abbiamo mai parlato di gelosia io e te?». «Cos'è gelosia, mamma?». «Gelosia è temere che qualcosa o qualcuno ci porti via quello a cui teniamo di più, a cui vogliamo più bene». «Allora, mamma, forse non sono fifone ma sono geloso».
Eh, le bébé. Oups: mademoiselle Il Pupo essendo la creatura sulfurea e dirompente che ben conosciamo - il bambino gigante il cui sogno più grande è diventare «l'uomo più forte del mondo» - ma anche il pulcino dalla pelle di cristallo che quando lo sgridi ti dice «Mamma, così mi fai sanguinare il cuore». E se di giorno con la signorina che ho appena partorito è protettivo e affettuoso, durante la notte la paura di perdere il suo posto nel mondo lo divora e diventa tutti i mostri che riesce a immaginare.
Tous les mêmes E dunque, nuovo cambiamento nelle nostre complesse geometrie notturne. Per recuperare energie al momento dormo in camera dei miei figli con il Pupo accanto e la Mini nella culla, la Pupa con Mike Delfino nel nostro lettone. La stanza degli ospiti al momento resta tale. «Pupa, com'è fare la nanna con Mike Delfino?». «Ottimo. È caldo, è coccoloso e soprattutto non mi cammina sui capelli mentre dormo».
Da che punto guardi il mondo (tutto dipende) E così il Pupo mi ronfa beato a un centimetro di distanza. Dopo aver trascorso mesi a funestare gli altrui sonni ora osa lamentarsi perché la Piccolissima «respira rumorosamente». Questa è una soluzione transitoria: il tempo di rassicurare il Pupo - che intanto ha ricominciato ad andare in bagno da solo - rispetto alla mia presenza al suo fianco. Dopodiché spero, nell'arco di qualche giorno, di riprendere la mia postazione. Mentre scrivo questo, penso: chi l'avrebbe detto, che dormire al fianco di un essere umano adulto sarebbe diventato così difficile.
Tutto dipende/2 Il Carnevale incombe (il sabato grasso ambrosiano è tra 10 giorni), io guardo a quella data con orrore. Voi come vi regolate? Abiti fatti in casa o comperati già pronti? La mia vicina di casa bravissima ci ha messo venti giorni a cucire per sua figlia un abito da pecorella da fare impallidire i disegnatori di Shaun, vita da pecora. Subito quegli sfacciati dei Pupi mi hanno chiesto qualcosa di simile. Gli ho detto: «Se proprio proprio, posso vestirvi come l'Uomo di latta del mago di Oz». E i due sempliciotti, gli occhioni sgranati: «Davveeero, mamma? E come ce lo prepari, il costume?». «Voi state belli fermi e chiudete gli occhi. Un paio di giri di carta stagnola ed è fatta».
Soundtrack: Tous les memes
Formidable
Depende

venerdì 3 gennaio 2014

Che sia un buon anno, un buon anno davvero

Sicut erat in principio et nunc et semper
Michelangelo reloaded
Poppata, cambio, nanna, bagnetto, poppata, cambio, nanna, ruttino, vomitino, ancora poppata, pianto. Come vi sta trattando questo brumoso inizio d'anno? Il mio confligge aspramente con lo Sturm und Drang e il desiderio di vita avventurosa all'ombra del quale fremo da che sono al mondo. Non mi resta che ninnare la piccola e scrivere questo post con una mano sola, vagheggiando i momenti in cui di nuovo potrò a) uscire per più di 45 minuti consecutivi b) dormire per più di tre ore di fila c) bere Spriz senza sensi di colp tornare a bere Spriz. La Piccolissima già mostra un carattere deciso, sfoggia un naso all'insù non presente in famiglia (nemmeno risalendo di tre generazioni) e una voracità non comune - cfr. al secondo controllo in ospedale, la pediatra: «Signora, potrebbe anche darle un po' meno da mangiare». «Credevo dovesse mangiare quando ne ha voglia». «Sì, ma così è esagerato». «In che senso, esagerato?». «Beh, lo capisce quando vede il rigagnolo di latte uscirle dalla bocca. È come il troppopieno della vasca da bagno, ha presente?».
Usami, straziami, strappami l'anima Anche per me che sono ormai trimamma ogni giorno porta con sé qualcosa di nuovo. Ciascun neonato ha le proprie specificità, ciascun neonato per esempio piange a suo modo. Nella mia memoria, che pure probabilmente m'inganna, la Pupa cinguettava con garbo. Il Pupo faceva versi da batrace - qui potrei sbagliarmi, magari il batrace è afono - mentre la Piccolissima è maestra di «lllè». Non so descrivere in altro modo i suoni da lei prodotti.
Come sta l'alieno che hai nella testa? La nascita travagliata ha lasciato alla piccolissima un notevole bozzo in testa: si chiama cefaloematoma e anche su questo ciascuno ha detto la sua. Neonatologo 1: «Passerà in un paio di settimane». Neonatologa 2: «Ci vorrà un mesetto». Pediatra 1: «Io dico 15, 20 giorni e si riassorbe». Pediatra 2: «Come al solito, nessuno dei miei colleghi ha capito un tubo. Questo da fluttuante e molle diventa calcifico, mi dia la mano, lo sente come fluttua? Questo calcifica, le diventa come una pallina da ping pong, ma lei non si spaventi, poi viene riassorbito dalla crescita della scatola cranica. A primavera non lo vede più». Tata filippina: «In Pilippine noi abbiamo tutti testa tonda, testa perfetta. Tu prendi un telo di stoffa, fai un copricapa, vedi? Stringi bene qui, sulla testa di bambina. Schiacci bene, lei piange...». «Lllè!». «... Ma non importa, tu fai finta di niente, poi smette. Due giorni e la testa diventa tonda». «Malù, forse non me la sento». «Tu però non ti lamenti se poi resta il bozzo». ZiaBubu (mia sorella), prendendo in braccio la bambina: «Ciao, nipotina nuova. Come sta l'alieno che hai nella testa?».
Parla in fretta e non pensar se quel che dici può far male Compagno del Pupo/ 1: «Mamma, ma ha le mani!». Compagno 2, rivolto al Pupo: «Ma come, questa è femmina! Per mesi ci hai detto che ti sarebbe arrivato un fratellino». Compagno 3: «È vero che l'avete chiamata Aiman?». Compagno 4: «È vero che ha i superpoteri come Aier Man?» (Iron Man, ndr). Mamma indiana: «Noi donne in India dopo il parto ci mettiamo una fascia sulla pancia, così rientra». Io: «Ma non mi sento così fuori forma». «Se mettessi la fascia, molto stretta, staresti anche meglio. All'inizio ti sembra di non respirare bene, poi ti abitui. Se vuoi ti aiuto». Mamma srilankese: «Dovresti fasciare anche le gambe alla bambina. Così crescono dritte». Mamma filippina: «È vero che aveva il cordone ombelicale intorno al collo? I bambini nati d'inverno ce l'hanno spesso. Colpa delle mamme che mettono sempre la sciarpa. Nel mio paese infatti non mettiamo la sciarpa». Io: «Nel tuo paese ci sono 30 gradi fissi». Mamma egiziana: «Il travaglio è stato lungo perché la bambina è femmina». Io: «No, è stato lungo perché era girata male». «Fosse stato maschio, sarebbe stato più veloce. Ecco perché io faccio solo maschi». Mamma egiziana/2: «È facile fare bambine come questa, ha la testa piccola». «Ma, veramente no». «Sì, sì, è piccola. Vedi? Testa piccola, nascita facile». Mamma filippina/2: «Oh come è bella. Speriamo che non diventi troppo brutta». Io: «Perché dovrebbe?». «Nel mio paese diciamo: bella in fasce, cresce brutta». Io: «Grazie». Il bello di mandare i tuoi figli a una scuola mista è che puoi attingere a fonti internazionali di saggezza popolare.
Scagli la pietra chi è senza peccato Dicevo, ogni neonato porta con sé qualcosa di nuovo. Con la Piccolissima, dopo la prima notte insonne (=travaglio) e le seguenti due pure (in ospedale è come stare a Guantanamo, ti entrano in camera e ti accendono la luce a qualunque ora) ho contravvenuto alla Madre di Tutte le Regole: mai fare dormire i bambini nel lettone. Stavolta alla terza notte, per la stanchezza, sono crollata secca con la neonata poggiata sul petto, e da allora me la tengo a fianco, come una piccola amorosa boule d'acqua calda. E ho scoperto che un po' vorrei smettere, un po' invece no. Ne riparliamo, n'est-ce pas?

Soundtrack (listen @ a loud volume): Mentre tutto scorre

giovedì 28 novembre 2013

38esima settimana (o forse dovrei dire 39)

Il parto ideale
Ieri mattina il Pupo si è svegliato con «40 di tosse. Non mandarmi a scuola», ha subito pregato. Poiché in effetti un paio di coff, coff appena alzato dal letto li aveva emessi e fuori c'erano due gradi sottozero, ho preferito tenerlo a casa - hai visto mai che mi nasca la Piccolissima mentre quest'altro è malato, è stato il mio rapido ragionamento - dove mi ha sfibrato per tutto il giorno.
Ti amo, nonostante la malattia Pur in precarie condizioni di salute l'eroico Pupo riusciva a preparare numerose pozioni coi gessetti colorati, istoriando finemente di macchie alla Pollock il bidet e le pareti del bagno, usato come laboratorio, e a soffiare intere pentole di bolle di sapone (nella foto, un esempio) rovesciandone una a terra subito prima del pranzo. Alle mie velate quanto garbate proteste rispondeva con il suo accattivante sguardo verde chiaro, sbattendo ritmicamente le lunghe ciglia: «Perché mi tratti così? Io ti amo, nonostante la malattia».
La scuola degli abbracci Il countdown della Pupa procede inesorabile e snervante, un tic-tac ideale che non cessa mai. Grazie a lei, per esempio, so che alla fatidica DPP mancano in questo momento - in teoria - 11 giorni. Assieme al countdown continua anche la sua bizzarra avversione ai congiuntivi: «Voglio che la sorellina nasce oggi», mi ha detto stamani sulla soglia della scuola. Poi ha aggiunto: «Cento per cento positivo». Anche lei, come tutti, un po' di agitazione addosso in questo momento ce la deve pur avere. «Mi fa male il braccio della vaccinazione, voglio rimanere a casa anch'io», ripete da due giorni. «Ma male quanto, Pupa? Male al punto che non riesci a piegarlo?». «No, solo quando mi abbracciano». «Allora non è gravissimo, mi pare». «Ma a scuola mi abbracciano sempre, dove vado io è una scuola di abbracci».
Intanto, l'ineffabile Mike Si diverte a immaginare il parto ideale. Che dovrebbe avvenire nelle seguenti condizioni e modalità:
- È una bella mattinata di sole, tipo oggi, ma con temperatura vagamente più elevata
- Abbiamo dormito molto bene, il Pupo non si è fatto vivo per tutta la notte
- Non è il giorno in cui i camion della spazzatura intasano il quartiere
- Laccio, di recente ribattezzato «il cane che non è malaccio», è a casa con la nostra tata/colf, ha mangiato e ha già fatto una lunga passeggiata
- I pesci hanno mangiato, anche lo psicotico dei tre, quello che ultimamente passa il tempo in un angolo
- Abbiamo appena lasciato entrambi i bambini a scuola, per una volta più che puntuali e senza affanni
- Per sbaglio, scambiandola per una sua borsa di lavoro, Mike ha infilato in macchina la valigia dell'ospedale
- Un appuntamento urgente che aveva gli salta improvvisamente, al che mi propone: «E se andassimo con calma a fare colazione al bar?»
- Siamo in auto, quando la mia amica anestesista mi telefona e mi dice: «Ciao, tutto bene? È un po' che non ci vediamo. Sono in ospedale ma curiosamente ho un po' di tempo libero, che ne dici di raggiungermi per un caffè, magari assieme a quel simpaticone del tuo fidanzato?».
- In auto comincio a provare qualche lieve fitta tipo mal di pancia. Arrivata all'ospedale la mia amica mi guarda in faccia e mi dice: «Sarei più tranquilla se ti facessi visitare. Ora che abbiamo bevuto quest'ottimo caffè seguimi, te ne prego, il mio collega gentile e bravissimo entra in turno proprio ora».
- Cinque minuti dopo, in sala visite, collega gentile e bravissimo: «Signora, ma voleva farla per la strada, questa bambina? Lei è dilatata di otto centimetri, possibile che non si sia accorta di nulla? Subito in sala parto».
- Due minuti dopo, in sala parto, amica anestesista: «Ci tengo a farti provare l'epidurale anche se solo per le quattro spinte che saranno necessarie a far nascere la tua bambina. Respira, rilassati... zac
- Dieci minuti dopo, ostetrica vincitrice del recente contest Levatrice dell'Anno, poggiandomi la Piccolissima sulla pancia: «Signora, la sua bambina è perfetta
- Un minuto dopo, sulla soglia della sala parto, mia sorella tornata in questo istante dalla Bosnia: «Paola, lo vuoi finalmente, dopo nove mesi di privazioni, un buonissimo, freschissimo, croccante panino riempito con il salame del contadino?»
Ciò detto In realtà mi è giunta notizia che i travagli dei terzi figli possono anche essere più lenti e complicati di quelli dei secondi, tra le altre cose perché i tessuti dell'utero sono più morbidi e le contrazioni meno efficaci. Urgono parole di conforto (vostre).

venerdì 25 ottobre 2013

settimana 32 e 33

Catechismo, che pasiùn (aka "cose di cui non abbiamo mai parlato")
Le sveglie notturne continuano; anche se durante il giorno il Pupo ha l'aria più serena («È già qualcosa», mi viene detto) con il buio tutta la critical mass dei suoi fantasmi cala sulla terra. Adesso gli piace molto tenermi stretta la mano nell'oscurità dolcemente violata dalle lucine che dovrebbero tranquillizzarlo, e tra le 2.38 e le 3.47 bisbigliarmi cose come «Mi sanguina il cuore a svegliarti, ma da solo non riesco proprio a dormire».
The last day Oggi è il mio ultimo giorno di lavoro. Il direttore mi ha dedicato l'ultimo editoriale di Gioia. È stata molto affettuosa, mi ha commosso, se vi incuriosisce leggetelo e ditemi cosa ne pensate. Anche i colleghi mi riempiono di fiori, regali e affetto. Mi mancherà questo nostro carrozzone però sono anche molto stanca e spero che il Pupo, quando resterò a casa, si tranquillizzi un po' e riprenda a dormire, chessò, per più di tre ore di fila. La Pupa piccolissima è a quanto pare anche bassa-bassissima, la ginecologa una visita dopo l'altra distilla un po' di sano terrorismo psicologico: «È molto giù, guarda che la testa è già impegnata, guarda che rischi di farla per strada». Però siccome anche gli altri due Pupi erano messi così e sono nati tre giorni dopo il termine, io non mi preoccupo più di tanto e soprattutto mi rifiuto di indossare la pancera che lei caldeggia.
E forse quest'alba senza sole prevede comunque l'arrivo del giorno (cit). La Pupa sabato scorso ha cominciato il catechismo e gli scout (laici). Nulla da dire su questi ultimi, io li ho frequentati per vent'anni e mi sono sempre divertita come una pazza. Invece il catechismo ci ha sconvolto. Forse dovrei dire «mi ha sconvolto». Una delle insegnanti, essendo anche madre di un bambino che va a scuola con la Pupa, è pubblicamente nota per le sue posizioni, ehm, non esattamente progressiste (l'anno scorso disse a una mia amica, en passant: «Ma voi che avete in classe un bambinello rom, non avete paura che rubi la merenda ai vostri figli?».
In realtà son colpi al cuore che spalancano gli occhi Momento di outing: quand'ero veramente giovane ho avuto una storia d'amore con il sassofonista dei Quintorigo, che sto giusto ora ascoltando in cuffia. A più di dieci anni di distanza penso ancora che suonassero da Dio e che le loro canzoni avessero testi fantastici (vedi sopra) (se posso consigliarvi un album, è Rospo).
Yeah, let me sing you a song Al catechismo, sabato scorso, però non abbiamo parlato di musica. Dopo i cinque minuti di accoglienza iniziale hanno separato genitori e bambini. I bambini fuori, costretti a giocare a bandiera divisi in due squadre da 26 elementi ciascuna (!), si sono subito innervositi perché alcuni di loro non venivano mai chiamati. Noi adulti invece siamo stati disposti in cerchio in palestra. Eravamo in più di 70, c'era un'eco pazzesca e non si sentiva niente.
(Don G.): «Vi farò qualche domanda. Poi chi se la sente condivide, ma non è obbligatorio. Vorrei sapere come avete scelto il nome di vostro figlio».
(Papà X, poi rivelatosi il marito della Catechista anti-rom): «Cioè, noi nostro figlio l'abbiamo chiamato Nathan perché significa "Dio ha dato" e poi perché, cioè, io sono malato di Nathan Never, cioè, avete presente quello dei fumetti? Cioè, mia moglie lo sa benissimo».
Riti d'ingresso A un certo punto Don G. ci ha chiesto chi se la sentiva «di condividere il ricordo del sacro battesimo». Mentre tutti parlavano di elevazione verso Dio et similia a me sono venuti in mente i seguenti due episodi:
1. Battesimo Pupa: domenica di alluvione, gli invitati persi tra la cascina del prete e la chiesa fuori Milano pressoché irraggiungibile in tempi in cui nessuno possedeva il navigatore, casino, pioggia, fango, liti furibonde tra mogli e mariti, Pupa con 40 di febbre la sera stessa.
2. Battesimo Pupo: domenica di cielo sereno, Pupo come sotto Valium perché reduce dalla sesta malattia, prete gay che ci prova sfacciatamente con il mio fidanzato e nei ritagli di tempo rimprovera me perché non siamo sposati. Nessuno dei due ricordi è condivisibile pubblicamente, penso.
Finalmente, una domanda per me «Cosa vi aspettate per vostro figlio, e cosa invece proprio non vorreste, dal catechismo? Chi se la sente condivida», ha ribadito Don G. con un sorrisone. Ho alzato subito la mano: «Vorrei che fosse un percorso spirituale inclusivo e non esclusivo. Che tenesse conto della realtà che ci circonda, in cambiamento continuo, fluida, complessa. Che insegnasse ai nostri figli a non ripiegarsi sulle scelte di comodo. Che non si conformasse al perbenismo. Che insegnasse giustizia, verità, equità, solidarietà». «Per queste cose basta la festa della scuola» (!!!) mi ha contraddetto subito una mamma. «Io vorrei che li avvicinasse a Gesù, a Dio, alla Chiesa». Tante grazie, questo lo davo per scontato, altrimenti non si chiamerebbe catechismo. «Cioè, io invece spero che Nathan si diverta in oratorio come facevamo io e i miei amici da piccoli, cioè voglio dire, ne abbiamo fatte di cotte e di crude, Don G. se lo ricorda bene» (papà di Nathan). «Vorrei che i nostri figli diventassero veramente amici di Dio» (mamma Y). «Vorrei che imparassero il valore della preghiera e del sacrificio» (mamma Z). «Vorrei che andassero a Messa senza rompere le scatole» (voce non identificata).
Fiat voluntas sua Ecco, uscita da lì stavo quasi pensando di ritirare la Pupa ancora prima del secondo incontro. Poi lei a casa mi ha detto: «Mamma, è stato molto noioso, però diamogli un'altra occasione». Non so cosa fare e nemmeno cosa pensare: prima di sabato ero convinta che fosse giusto, pur non essendo io una cattolica praticante, dare alla Pupa gli strumenti e la conoscenza necessari a compiere le sue scelte con consapevolezza, quando sarà più grande. Adesso invece sono molto, molto perplessa. E voi?


venerdì 11 ottobre 2013

31esima settimana

«Sono un guarriere»
Il Pupo alza sempre l'asticella
Potrebbe sembrare che io abbia saltato una settimana, ma in realtà avevo inserito l'ultimo post poco prima dell'inizio della 30esima e scrivo invece questo alla fine della 31esima, perciò tecnicamente ci siamo. Il Pupo, quasi 5 anni, alza sempre l'asticella: due sere fa ha reso una dichiarazione spontanea che recitava testualmente, «Ho paura che quando nasce la sorellina poi voi non mi guardate più». Grandi applausi alla sua capacità di elaborazione, ah che bel lavoro stiamo facendo come genitori, seguono rassicurazioni varie, ah com'è bello che i nostri figli parlino apertamente dei loro problemi.
L'ora del demonio Il punto è che, purtroppo, le nostre notti si fanno progressivamente più difficili. Eravamo abituati a un bambino che - praticamente dalla nascita - dormiva da solo senza difficoltà, e quando lo racconto tutti a dire ringrazia Dio che fin qui è andata così bene, il che per qualche motivo risulta solo di parziale consolazione: adesso si sveglia anche tre, quattro volte di fila, con disperazione di Mike Delfino e soprattutto mia, poiché per un mix tra panzone e nervosismo fatico a riaddormentarmi, al punto di metterci anche un'ora ogni volta. Aggiungi che il bambino si sveglia preferibilmente a orari maledetti, tipo le 2.30 (ora in cui avvengono le invasioni aliene del nuovo sci-fi Oscure presenze) o, ancor peggio, le 3.07 (ora in cui si manifesta il demonio nel terribile L'evocazione, chi l'ha visto sa di cosa parlo), quindi se mi cade l'occhio sull'orologio oltre che essere nervosa mi spavento pure, e nel buio comincio a sussurrare a Mike Delfino frasi rassicuranti come «È la fine del mondo» oppure «È l'inizio di un film horror e noi non ce ne rendiamo conto, adesso arriverà qualcuno a rapirci i bambini e a portarmi via la nascitura dalla pancia».
Strategie di sopravvivenza A proposito di film horror, sono convinta di avere un cimitero indiano di 40 centimetri quadrati sepolto proprio davanti alla mia cucina a gas. L'altra sera mi sono scottata la coscia sinistra col brodo del risotto: l'ustione peggiore della mia vita, comprensiva di vesciche. Per fortuna (vi giro questo consiglio nel caso non lo sapeste) mi sono ricordata che in questi casi bisogna immergersi subito in acqua fredda, e così, tipo vacca nel Gange anche per via delle dimensioni, ho messo le chiappe a mollo nella vasca gelata per 15 minuti, evitando forse cicatrici permanenti - ma non uno choc termico. La mattina successiva invece, per una serie inspiegabile di congiunture sfavorevoli, ho fatto da arco voltaico - avevo i piedi nudi, le mani bagnate, eccetera - e ho preso la scossa più forte della mia vita mentre tentavo di accendere il gas.
Sulla sponda del fiume mi sono seduta, eccetera Subito dopo la scossa, ho pianto. Tra l'altro Mike Delfino era fuori col cane, proprio come la sera prima (quando mi sono scottata). Il Pupo per consolarmi è corso a prendere i suoi vecchi ciucci da un cassettino dei ricordi; la Pupa, più pragmatica, ha attivato una app dell'iPhone che si chiama MyBaby'sBeat e in tempo zero ha verificato, con le cuffie nelle orecchie, che il cuore di sua sorella battesse ancora. Visto che sì, ho chiamato al volo una mia amica medico che, ancora più pragmatica della Pupa, mi ha rassicurato: «Se non sei morta all'istante per un'aritmia, direi che tu e la Piccolissima state bene».
In tutto ciò, il Pupo Anche se ho finto di parlare d'altro, il nostro vero problema ora sono le notti insonni. Con l'avvicinarsi dell'evento-Piccolissima cresce la preoccupazione: cosa succederà quando dovrò allattarla? Aver capito che è il pancione a disturbarlo non aiuta a risolvere il problema, quel che conta davvero è che ora abbiamo circa 59 giorni per rimettere il Pupo in carreggiata, essendoci peraltro già giocati molte delle strategie consigliate: il bambino dorme con il suo pupazzo di riferimento (chiamato "il Ma"), a cui si è ora aggiunto un vice-pupazzino che ha superato l'apposito training scacciamostri; in camera c'è la lucina azzurra "contro le paure notturne", nel disimpegno c'è una vice-lucina gialla a far da sostegno, prima di addormentarlo gli leggiamo le sue storie preferite e gli facciamo tutte le coccole rasserenanti. L'altra notte Mike Delfino esasperato vaneggiava: «Ora basta, ci sta prendendo in giro, non può venire ogni dieci minuti a dire hopauramiscappalapipìhosetehofamevogliolamamma, se lo fa ancora io, che ho già perso la mia salute mentale, giuro che lo chiudo in camera a chiave, oppure lo metto in giardino come un nano, e ne riparliamo domattina». La privazione del sonno, si sa, fa scherzi strani, resto in trepida attesa di preziosi consigli (che possibilmente non siano «Aspetta qualche anno e vedrai che passa»), perché, come disse Forrest Gump dopo aver attraversato gli Stati Uniti di corsa, arrivata a questo punto «Sono un po' stanchina».

venerdì 30 agosto 2013

Back to school?

Ancora una volta, ho fallito
Piccoli stagisti operosi.
Mi sono appena ricordata che, quando lavoravo a Mtv, gli stagisti venivano chiamati "intern" - non che questo cambiasse qualcosa rispetto alle paghe da fame e agli orari lunghissimi. I Pupi, 4 e 8 anni, quest'estate li ho messi a lavorare nelle cave di marmo di Carrara. Compenso molto basso ma almeno rientriamo dei costi vivi di mantenimento; in più, purché non superasse una certa dimensione, potevano portarsi a casa la sera un pezzettino di marmo ciascuno, da utilizzare per giocare a "campana" o al "mondo" (il marmo sbriciolato funziona anche come gessetto, cfr. il naso della Pupa in foto).
La sindrome settembrina è parente stretta dell'umor nero È ciò che scrive la mia arguta collega Ilaria Solari su Gioia, il giornale per cui lavoro. Il pezzo in realtà lo leggerete la prossima settimana, ma posso darvi qualche spunto in anteprima: «Il mio lunedì è il tunnel lungo 340 giorni, al netto delle ferie, tutto in salita, che si prepara a inghiottirmi al ritorno delle vacanze». In effetti manca pochissimo alla riapertura delle scuole e al «castello di carte degli impegni sportivi, sociali, con lo strascico di passaggi, lavaggi, levatacce mattutine e corse a perdifiato».
Addio alle vacanze, dunque E, a quanto pare, ai loro privilegi: «Niente più kimono da tirare a lucido, borsoni fetenti, accappatoi fradici. E soprattutto: niente più calcio nel weekend». Mentre leggevo queste righe sono stata colta da un misto di inadeguatezza e sincero stupore. Perché, mi sono chiesta - e vi chiedo - certe cose, a me, non vengono nemmeno in mente? Non sarei mai riuscita a scrivere un articolo come quello della mia amica. Cioè: come tutte le mamme (e un discreto numero di papà) i bambini io li accompagno in piscina e dal pediatra, li iscrivo a danza, giocodanza, giocoleria e pianoforte, organizzo gli incastri su chi li porta e chi li va a prendere, ma...
I primi successi
Faccio quello che a voi non viene concesso (cit.) «Ogni cosa che accade mi piace», cantava Morgan. Parlandone con una collega, ho capito che tendo ad attraversare la vita con inconsapevolezza. «È perché non ti fai stressare, tu», mi ha detto lei (non ho capito se era un complimento). Tipo, quelle che la mia amica chiama «estenuanti transazioni in libreria» e descrive come un inferno, per me sono piacevoli passeggiate tra scaffali pieni di romanzi. Non temo nemmeno «dell'arsenale di cancelleria, da consegnare il primo giorno sull'unghia». Anzi, mi sono appena resa conto di aver fallito nuovamente il classico Appuntamento di Ogni Estate: prenotare entro fine luglio i libri scolastici (in questo caso, della Pupa). Ma voi ve lo ricordate sempre? Se sì, che trucchi usate?
Non mi piace la musica drammatica, preferisco il vento
So già che la cartolaia mi sgriderà, proprio come l'anno scorso:
«Signooora, ma cooome ha fatto a dimenticarsi».
«Non lo so proprio. Mi scusi».
«Adeeesso è un problema, come facciamo?».
(Io, annuendo lievemente come quei peluche che alcuni anni fa si piazzavano sulle cappelliere delle auto): «Eh».
(Lei, scuotendo la testa con vigore) «Eeeh, cooosa? Signooora, se tutti facessero come lei qui andremmo a rotoli».
«Non so cosa dirle se non che mi dispiace moltissimo».
«Guardi, siccome per caso avevo l'elenco con il numero degli alunni di ogni classe, li avevo già presi del numero giusto. Tenga, ecco i suoi. Mi raccomando, l'anno prossimo si ricordi».
Effettuato lo scontro si riparano i danni Nel frattempo, domani Mike Delfino andrà al mare a recuperare i gattini, cioè i Pupi. Nell'arco dell'intera estate, il Pupo è riuscito a prendere solo un pesce lungo circa un centimetro e mezzo, grazie al mio aiuto, col retino: lo vedete nella foto sopra. Il suo intento era liberarlo dopo averlo mostrato agli amici della spiaggia. Sono andata a prendere un caffè e al ritorno l'ho trovato esanime sul fondo del secchiello. «Pupo, ma com'è possibile? Un attimo fa stava benissimo».
«Prima l'ho preso per mostlarlo a un bambino, e forse l'ho abbracciato un po' troppo forte».
Tranquilli passatempi
Giochi senza frontiere Micro-bilancio dell'estate fin qui: i Pupi, in vacanza assieme, hanno litigato tutti i giorni, più volte al giorno. Gli unici momenti di quiet durante il sonno (anzi, il Pupo che è diventato molto pauroso tendeva a dormire sopra sua sorella, abbracciandola come quel disgraziato di un pesce). Il Pupo ha sviluppato se possibile un carattere ancora più deciso che in passato, e se gli girano i cinque minuti dice frasi minacciose, tipo: «Mamma, te la pagherò».
«Cosa vuol dire "te la pagherò"? Intendi "Me la pagherai?"»
«No, è come dico io. Te la pagherò con tutti i miei soldi. Così impari». Gli unici verso cui mostra grande rispetto (sconfinante in timore reverenziale) sono i maschi over 10, tipo il figlio di un mio amico che si chiama Lucas Pavel, dal Pupo ribattezzato "Luca Spaven". Peccato che dopo cinque minuti questi bambini più grandi, come è fisiologico, lo mandino a stendere.