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martedì 7 aprile 2015

Quando frequentavo una rockstar

Qualche anno fa ho scritto un racconto - la Pupa andava ancora alla scuola materna, dunque doveva essere il 2009 o il 2010 - e poi l'ho lasciato lì. Mi sembra che sia arrivato il momento di pubblicarlo, dunque eccovelo. È un po' lungo, ma spero vi piaccia.

Save a prayer (Duran Duran) 

Stamattina portavo all'asilo la Pupa e assieme ascoltavamo la radio, è una cosa che le piace molto. A un certo punto ho cambiato stazione perché davano Firenze (canzone triste) di Ivan Graziani e al settimo giorno consecutivo di pioggia mi è sembrato davvero troppo. 

Certe cose ti colpiscono quando meno te l'aspetti. Come le note familiari di una ballata che scivola via interrotta solo dal rumore dei tergicristalli. «And I know there'll be/no more tears in Heaven», eccetera. Ho chiesto alla Pupa se le piaceva la voce di quel signore, e lei mi ha risposto: «Molto. Mi sembra morbida». La Pupa - come parecchi bambini di quasi cinque anni - ha lievissimi difetti di pronuncia che evito accuratamente di correggere. Perciò, per essere precisi, quel che le è uscito è stato: «Monto. Mi fembra morbida».

I Don't want to miss a thing (Aerosmith)
Nel febbraio '98 avevo appena finito l'università e lavoravo da pochi mesi nel settore spettacoli di un quotidiano. Mi pagavano diecimila lire a pezzo, diciottomila i più lunghi; su Eric Clapton di passaggio a Milano per presentare il nuovo album, Pilgrim, contavo di tirar fuori un bel servizio. Ricordo che stavo per andare a vivere da sola, e che la sera prima della conferenza stampa, mentre io preparavo scatoloni e valigie, mia madre alzò gli occhi dal libro che stava leggendo per chiedermi: «Sei emozionata?». Sono quasi sicura che non si riferisse al trasloco.
Difficile che i giornalisti chiedano autografi ai personaggi che intervistano. Alcune giustificate eccezioni sono previste. Paul McCartney, Mick Jagger, ma anche Laura Pausini se i tuoi nipotini hanno perso la testa per lei. In fila per uno scarabocchio di Eric Clapton alla fine dell'incontro eravamo almeno una trentina, ciascuno con la sua copia del cd promozionale in mano. «Thanks. My name's Paola, P-A-O-L-A». A pensarci bene una cosa che non so è dove si trovi, oggi, quel cd firmato.
Cosmic girl (Jamiroquai)
Un'ora dopo, mentre tornavo in redazione, mi squillò il cellulare. Non erano ancora i tempi in cui sul display appariva il numero del chiamante. «Buongiorno, sono la manager di Eric Clapton. Eric l'ha notata e vorrebbe il permesso di telefonarle, se lei è d'accordo». «Sì, certo, come no. Gli dia pure il mio numero, nessun problema, molto gentile».
Arrivata al giornale me la presi con i colleghi. «Siete dei deficienti, dovete smetterla di prendermi in giro. Lo sapete che mi piace coso e vi divertite alle mie spalle».
Loro mi guardarono senza capire. «Be', è che ho ricevuto la telefonata di una che si spacciava per sua manager».
«...»
«Cioè, vorreste dire che non siete stati voi?»
«...»
«Non vi credo. Guardate che a me non la si fa».
Smells like teen spirit (Nirvana)
La mattina dopo stavo percorrendo in auto il cavalcavia più lungo della città – come al solito andavo verso la redazione del giornale, in pratica vivevo lì – quando mi squillò di nuovo il cellulare. Non mi ricordo bene se all'epoca telefonare al volante non era considerato un gesto così grave o se io, avendo venticinque anni, semplicemente me ne fregavo.
«Hi, this is Eric».
«...»
«Hi, you there?»
«...»
«Paola?»
Eric Clapton – come molti inglesi di qualunque età – aveva lievissimi difetti di pronuncia che io evitavo accuratamente di correggere. Perciò, per essere precisi, quel che gli uscì fu:
«Pòla
Good vibrations (Beach Boys)
Al telefono in qualche modo riuscimmo a decidere di vederci il giorno dopo, un sabato, a pranzo. Passai ore a cercare qualcosa di carino da mettermi. Per fortuna all'epoca facevo la segretaria per un Rotary Club; e così mi presentai all'appuntamento vestita da segretaria del Rotary Club.
La pizzeria in pieno centro, scelta da lui, era uno di quei posti frequentati da vip, le pareti piene di foto del gestore del locale ritratto assieme a calciatori, attori, conduttori tv. Nemmeno eravamo entrati e già tutto il personale ci aspettava schierato: un tripudio di camerieri, bariste, maitre, responsabili di sala, tutti in fila rigidi come omini del calcio balilla, a farci strada. Che poi, che bisogno c'è di fare strada a qualcuno in un locale di trenta metri quadrati? Bisogna che tu soffra di maculopatia degenerativa oculare, per non capire dove devi andare.
Era – anche – uno di quei posti in cui pur di fare qualche coperto in più pigiano i tavolini gli uni addosso agli altri tipo vagone della metropolitana all'ora di punta. Quel giorno, in quel contesto, ero più rigida dei camerieri rigidi, ma negli anni ogni volta che ci ho ripensato ho riso al pensiero che invece per il nostro tavolo avevano riservato un angolo appartato, intere galassie distante dagli altri. E sulla tovaglia avevano appoggiato un bigliettino: «Dottor Clapton, X 2». Pensai: Dottor Clapton?
Kiss (Prince)
Nonostante le mie gravi incertezze linguistiche, i ventotto anni di differenza e il fatto che lui fosse il Dottor Clapton, l'incontro andò benino. Riuscii a ingoiare un'intera fettina di pizza, discutemmo di un anello che portavo, di una t shirt che indossava, mi chiese tante cose sulla mia famiglia e sui miei genitori. Forse parlammo un pochino anche di musica. Mi disse che amava l'Italia e che aveva tanti amici a Milano, che gli piacevo molto e che avrebbe voluto rivedermi, magari a Londra, chissà. Nel caso capitassi da quelle parti, che gli facessi il favore di avvisarlo. Mi salutò con un bacio veloce sulle labbra che mi lasciò di stucco, ma in seguito capii che lui baciava così le persone per affetto – anche la signora che gli puliva casa, per dire.
Due venerdì dopo, il giornale per cui lavoravo fallì e chiuse. Con i colleghi andammo a ubriacarci di grappa nel localetto di un amico. Incoraggiata dalla Nonino e da quei burloni con cui fino a due ore prima avevo lavorato, chiamai Eric Clapton alle undici di sera.
(Io): «Ciao, mi chiedevo cosa fai domenica».
(Lui): «Niente. Devo portare mia madre in un posto al mattino, poi sono libero».
(Io): «Ok. E lunedì, martedì, mercoledì, eccetera?»
(Lui): «Durante il giorno le prove del tour mondiale. Ma non esco prestissimo al mattino, e verso le cinque del pomeriggio sono già a casa. Poi la sera sono libero. Vieni a trovarmi?» 
Romeo and Juliet (Dire Straits) 
Nel 1998 non si compravano biglietti aerei last minute su internet. Volare costava abbastanza, e nonostante ciò il sabato mattina trovai tre amici disposti a venire a Londra con me il giorno dopo. Loro avrebbero pernottato in ostello; io, secondo gli accordi, in una delle case di Eric Clapton. «Non sta bene che io ti proponga di fermarti da me». Lui quell'anno faceva parte della commissione che giudica gli Oscar, e assieme guardammo un'ira di Dio di roba a cominciare da Titanic, sul mega schermo di uno dei salotti di casa sua, mangiando biscotti Digestive di cui lui era un grande fan. Mentre Jack-Di Caprio moriva congelato nell'oceano mi guardò con aria intensa, come colto da un trasalimento: «In effetti la mia casa è molto grande. Se non lo trovi offensivo o poco opportuno posso cedertene un'ala, senza che tu vada a stare da un'altra parte». 
Wish you were here (Pink Floyd)
Eric Clapton l'ho sempre chiamato Eric Clapton. Mai «Eric», men che meno con un soprannome. «Che fai il prossimo weekend?». «Viene a trovarmi Eric Clapton». «Bella maglietta, dove l'hai presa?». «Me l'ha regalata Eric Clapton». Per attirare la sua attenzione tossicchiavo o facevo un gesto con la mano. A volte mi intimidivo. A volte lui si accorgeva che ero intimidita e rideva. Mi sentivo sempre un po' fuori contesto: un'uggiosa domenica londinese andammo a un ritrovo degli alcolisti anonimi, una specie di festina per la fine del percorso terapeutico. Mi mise di fianco a uno stoccafisso («Paola, Nick. Nick, this is Paola») che beveva succo di mango e che trovavo noiosissimo. Dopo un po' mi chiese: «Ma è famoso anche da voi in Italia?». Capii in quel momento che era Nick Cave. 
No woman no cry (Fugees) 
Cose belle che si facevano con Eric Clapton: sfida a chi immerge il maggior numero di biscotti Digestive nel tè e poi mangia la brodaglia senza vomitare. Partite spietate e interminabili di calcio balilla in cui io venivo invariabilmente stracciata nonostante gli anni trascorsi a gareggiare in spiaggia nel ruolo del portiere. Sentirlo canticchiare Layla mentre scendeva le scale di casa mia. Ascoltarlo suonare la chitarra seduto sul divano. Andare al ristorante a Milano prenotando sotto falso nome per avere dei tavoli normali. A Londra invece era meglio prenotare col nome vero perché gli inglesi con lui sono molto garbati.
Love is a stranger (Eurythmics)
Sia io che Eric Clapton siamo del segno dell'Ariete. Testardi coraggiosi generosi e impulsivi. Acuti e ironici. Quando lui veniva in Italia, i miei amici mi pregavano di sganciare il nome del locale in cui saremmo andati, per potersi imbattere «accidentalmente» in noi. Deve aver pensato che Milano sia microscopica, o che io conoscessi decine di migliaia di persone, perché ogni volta che uscivamo incontravo qualcuno. Per caso.
Un mio amico, oggi noto giornalista musicale, all'epoca mi prendeva in giro per questa mia frequentazione. Una volta lo incontrò mentre era con me e cadde ai suoi piedi, in ginocchio, poi gli prese la mano. Abbastanza imbarazzante, ma Eric Clapton si inginocchiò a sua volta all'istante e i due restarono lì a guardarsi, gli occhi a un metro da terra, mano nella mano. Ariete=acuto e ironico.
(I can't get no) satisfaction (Rolling Stones)
Presto mi resi conto che non saremmo andati da nessuna parte. Il problema era che non riuscivo a capire se mi interessasse l'uomo o se invece il fatto che, insomma, «Eric Clapton is God». La seconda ipotesi però era più probabile. E mentre mi rimbalzavano in testa il suo anno di nascita e i nomi delle donne che aveva amato – Sheryl Crow, Naomi Cambpell, Lory Del Santo con la sua tragica storia – mi uscì finalmente un patetico discorsetto: «Sai, non voglio essere una tra le tante». Lui provò a opporsi. Aveva intenzioni serie, disse. Non gli credetti e, insomma, lo lasciai. Con grave imbarazzo restai a Londra altri due giorni a imbottirmi di Digestive; lui aveva messo il muso, mi rispondeva a monosillabi e per indispettirmi si riempiva la casa di certi artisti giapponesi che mi stavano anche molto antipatici. Questa del muso è una cosa che oggi capisco – l'orgoglio ferito, il maschio adulto eroe della chitarra e del rock liquidato da una ragazzina, eccetera – ma all'epoca mi fece uscire di testa.
Respect (Aretha Franklin)
Sull'aereo di ritorno da Londra pensai con insistenza per tutto il tempo: «Voglio precipitare». Invece atterrai a Milano e con l'aiuto di un amico interprete italiano-inglese gli scrissi una lettera formalmente impeccabile e straripante di sdegno. Dopo pochi giorni mi spedì indietro un pacco del tutto inatteso, con delle corde per basso marca D'Addario (gli avevo accennato al fatto che mio fratello, musicista in erba, le sognava, ma che per lui erano davvero troppo care) e un biglietto ragionevole e affettuoso che tra le altre cose diceva: «Mistakes and misunderstandings are always possible, when two people get to know each other». 
Bonus track: New York mining disaster 1941 (Chumbawamba) 
Frequentando Eric Clapton ho imparato diverse cose importanti, tra cui che la parola «misunderstanding» ha un bellissimo suono e che le persone intelligenti sanno ammettere di aver frainteso una cosa anche se hanno una certa età. Poi, che dovevo assolutamente studiare benissimo l'inglese, cosa che ho fatto. Infine, che quando mi aveva detto «Ho intenzioni serie» forse non mi stava prendendo in giro. Infatti pochi anni dopo ha sposato una ragazza americana non famosa, di un anno più giovane di me, da cui ha avuto tre pupe femmine. Lei faceva la hostess a un congresso in un grande albergo americano, lui aveva preso una stanza in quell'albergo, e si sono conosciuti così.
I dettagli del loro fortunato incontro me li ha raccontati proprio Eric Clapton anni dopo, quando ci siamo incontrati per un caffè. In quell'occasione mi ha anche confessato di avermi visto una volta in Autogrill – io, per la cronaca, stavo andando per lavoro a un concerto di Nek – ma di non aver avuto il coraggio di fermarmi, perché ero in compagnia di un ragazzo. Ho molto apprezzato la delicatezza, ma a posteriori dico che sarebbe stato bello salutarlo, quella volta, sulla Milano-Modena.

Soundtrack: Mentre scrivevo questo racconto ho ascoltato Songs from the Labyrinth, reinterpretazione della musica di John Dowland (vissuto nel '500) ad opera di Sting. I titoli delle canzoni che avete letto sopra invece sono quelli di una cassetta ingenuissima che avevo inciso per Eric. Non so cosa penserete di me a questo punto, però finalmente sono riuscita a togliergli il cognome.

martedì 31 marzo 2015

Vaccinare, dimenticare, partire

Ma che piccola storia ignobile mi tocca raccontare 
(Disclaimer: questo post non fa ridere. O quasi) Nel frattempo è successo che sono andata e tornata da Barcellona proprio nei giorni in cui il mondo si interrogava con orrore su quell'aereo caduto e su quelle povere persone. La cosa agghiacciante è stata che abbiamo tutti - io, e i miei compagni di viaggio - tirato un sospiro di sollievo quando abbiamo saputo che era successo per via del maledetto pilota. E da allora ci penso e non riesco a ricacciare indietro un senso di disagio misto a colpa e imbarazzo e gratitudine perché a me non è toccato.
Che non merita nemmeno due colonne su un giornale Stamattina come tante mattine ero davanti a scuola a chiacchierare e qualcuno ha detto: «Occhio che ci sono in giro gli orecchioni». Una mamma: «Speriamo che mio figlio li prenda prima di diventare grande, ché altrimenti diventa una malattia pericolosa». Io: «Ma per la parotite (nome scientifico degli orecchioni, ndr) ci si vaccina». Lei: «Ma io sono contraria ai vaccini. Cioè, non a tutti. I vaccini vanno bene per le malattie gravi tipo meningite. Per orecchioni e morbillo invece no. Queste sono malattie che ci sono sempre state, dunque vuol dire che farle ha senso».
Se tu te la sei voluta allora non importa niente Fino al 1980, quando si è diffusa la vaccinazione contro il morbillo, la malattia uccideva una media di 2 milioni e mezzo di bambini ogni anno (la fonte diretta è Wikipedia ma tutti gli studi scientifici confermano questo dato). Nel 2012 il morbillo ha ucciso 122.000 persone in tutto il mondo. Prevalentemente bambini sotto i cinque anni. Purtroppo è in aumento il numero di chi decide di non vaccinare i figli. È un trend. Una moda. In che senso fare il morbillo ha senso?
Ma se tuo padre lo sapesse qual è stata la tua colpa Un vero legame diretto tra vaccini e malattie come l'autismo non è stato mai dimostrato. Molti genitori di bambini autistici affermano che lo sviluppo dei loro figli era normale finché non hanno fatto i vaccini all'età di circa 18 mesi. Il punto è che l'autismo in genere insorge a quell'età. Proprio poco dopo l'inoculazione dei vaccini. Si tratta di una concomitanza temporale, non di un rapporto causa-effetto. Ma molte persone, come la mamma di stamattina, sono convinte del contrario, anche per colpa di uno studio famoso (Wakefield) che poi fu dimostrato falso.
Lui, che quando tu sei nata mise via quella bottiglia Se vi state annoiando, sappiate che vorrei poter dire altrettanto. Invece mi arrabbio moltissimo, soprattutto perché so che non riuscirò mai a convincere le mamme come quella che ho incontrato stamattina. Noi in casa siamo dei vaccinisti sfrenati. E mentre ero a Barcellona la Piccolissima ha ricevuto l'ultima dose dell'esavalente. Mike Delfino mi ha raccontato che ha riconosciuto il Centro vaccinale fin dalla strada, e che per farle l'iniezione hanno dovuto tenerla in tre. Un effetto collaterale c'è stato: non ha rivolto la parola a suo padre per più di un'ora, fin quando cioè lui non l'ha lasciata al nido, tra le braccia amorevoli delle maestre.
Se solo immaginasse la vergogna Quel che non vi ho ancora detto è che mi sono iscritta all'università. Un altro piccolo impegno che si somma a un lavoro (ancora) a tempo pieno, alla cura della casa, dei figli, ogni tanto anche di Mike Delfino. In attesa che mi stampino al primo esame (tra un paio di settimane circa) mi barcameno come posso. Studio nei ritagli di tempo, rinuncio al riposo, dimentico appuntamenti dal dentista. Per fare prima andiamo a scuola in bicicletta: oggi ho investito il polpaccio di un cinese che mi ha tagliato la strada scendendo all'improvviso dal marciapiede. «Ti ha detto una cosa che credo significhi "imbecille"», mi ha spiegato la Pupa, didascalica.
Era fiero di sua figlia Sono intanto orribilmente orgogliosa dei bambini. Il Pupo e la Pupa crescono e mi sono vicini, complici. Mike Delfino queste sere sta facendo tardissimo al lavoro e loro si mettono a letto quasi da soli. Vi ho già detto che il Pupo ha paura: dei mostri, del buio, dei mostri, del buio. Ieri allora li ho baciati a lungo e poi, mentre uscivo dalla stanza, ho sentito la Pupa che gli diceva: «Guarda che se vuoi c'è la mano» (lui ambisce a tenergliela stretta per addormentarsi, nell'oscurità). Gliel'ha sussurrato con un tono tenero e caldo, dentro le sue parole non c'era giudizio ma solo amore e comprensione. Ho pensato che era come se gli stesse dicendo: «Ehi, guarda che c'è l'autobus per il mondo dei sogni». Ho pensato che davvero sarei disposta a ipotecare casa se qualcuno mi dicesse che anche da grandi saranno così. Molto forti, incredibilmente vicini.

Soundtrack: È stata la mia carissima amica - colei che mi ha aiutato a far nascere la Piccolissima, sempre sia lodata - tramite un suo recente post, a farmi ricordare Piccola storia ignobile, questa bellissima canzone di Guccini a cui non pensavo da un po'. Ce n'è una versione rimasterizzata meravigliosa su Spotify. Ma potete sentirla anche su YouTube. Mi piacciono tanto, tanto, le storie intrecciate di padri, figlie e drammi - al punto che forse ci scriverò un romanzo. Allora prendetevi il lusso di ascoltarla in cuffia più e più volte, ad alto volume, soprattutto la frase in cui dice "Se solo immaginasse la vergogna". Poi provate a dirmi che non vien voglia di cantarla ad alta voce senza tema di rendersi ridicoli, come fece Julia Roberts - Pretty Woman in quella vasca da bagno che spero ricordiate, con Richard Gere, all'epoca fichissimo, nell'altra stanza ad ascoltare incredulo e poi aprirsi in un sorriso.

giovedì 12 febbraio 2015

Come sopravvivere a un vegano (e ad altri eventi della vita)

Una storia vegan.
Oggi esce il mio romanzo!
Sei anni fa - avevamo entrambe partorito da poco, io il Pupo, lei la sua primogenita, aka la Bambina Empatica - la mia amica storica mi ha annunciato che sarebbe diventata vegana. Il suo compagno pensava già da tempo che quello fosse l’unico modo giusto (e degno, ed etico) di nutrirsi. «Proprio tu, P., che vivresti di sushi e salumi?» le chiesi quando, superato lo choc iniziale, riuscii a pronunciare una frase di senso compiuto.
Fare a meno La mia amica Paola - si chiama così - ha trascorso gli ultimi anni a studiare e impratichirsi. Ha svezzato e cresciuto vegane sia la Bambina Empatica che la Bambola-Terremoto (la sua secondogenita, che oggi ha quattro anni). Ha praticato una sorta di epurazione costante e progressiva: chi mangia veg in genere è anche green nell'animo, o è destinato a diventarlo. E così - incoraggiata e sorretta dal suo compagno - ha eliminato l'auto, rinunciato ai viaggi aerei, ai detersivi, ai capi d'abbigliamento che contenessero anche solo un centimetro quadrato di pelle e una serie di altre cose che non vi sto a dire ora ma che poi leggerete.
Salvare il mondo Il compagno della mia amica è una specie di irreprensibile supereroe vegano. Per lui non esistono azioni neutre: di ogni cosa si chiede se sia buona o cattiva, se faccia bene al pianeta oppure no. Boicotta il circo. Raccoglie e salva piccioni feriti. Non uccide nemmeno camole, tarme e zanzare. Frequenta comunità tipo Ippoasi e fa meditazione Vipassana.  Come un saltatore in allenamento, sposta ogni giorno l’asticella. Sempre più in alto. Sempre più santo. Si informa, studia, cita statistiche: «Chi non mangia carne può salvare fino a 50 animali all’anno», ripete sempre alle sue bambine.
Livin' la vida vegan La scorsa primavera, il secondo choc: Paola è tornata onnivora. Ha capito e deciso che la vita veg non faceva più per lei. «In fondo, sai, ero una cos player vegana», mi ha confessato. E così, assieme abbiamo pensato di scrivere un libro ispirato alla sua storia, che è poi la storia di tanti. Oggi in Italia, secondo l'ultimo rapporto Eurispes, i vegetariani sono quattro milioni e 300.000, i vegani più di 400.000. Una dieta “verde”, ci viene detto e non a torto, protegge da tumori e cardiopatie, è altamente sostenibile – produrre un chilo di carne per esempio costa quanto produrne dieci di cereali – e, naturalmente, cruelty free. Ma non è per tutti.
Sgombrare il campo dai dubbi Il nostro libro avrebbe dovuto intitolarsi Come sopravvivere a un vegano (e ad altri eventi della vita). Però, dopo averlo letto, l'editore ha commentato: «Ehi! Non è un manuale semiserio come pensavamo all'inizio... è un vero romanzo!». E così, felici di aver ricevuto una promozione, gli abbiamo cambiato il titolo e l'abbiamo chiamato Straziami ma di tofu saziami. Io credo che, proprio come questo blog, Straziami vi farà ridere, riflettere e pure commuovere. Spero che amerete questo mio figlietto come amate Ero una brava mamma. Dal canto mio, scrivendolo, ho capito tante cose: per esempio che per essere buoni vegani non ci si improvvisa. Che occorre studiare gli esatti equilibri tra verdure e legumi, attrezzarsi a uno slalom virtuoso tra solanacee, seitan e besciamella di soia, compilare accurati elenchi di cibi proibiti, prevedere qualche integratore (di vitamina B12, per esempio); essere particolarmente cauti se nella scelta dei genitori sono coinvolti anche i figli, verso i quali buon senso vorrebbe – ma non sempre è così – che ogni rigidità sia vietata. Potrei andare avanti per ore, ma (per ora) mi fermo qui.



                                          

martedì 11 novembre 2014

Tanti auguri, miele

My darling one is turning 6
Sei anni fa come oggi, quasi esattamente a quest'ora, in tutta fretta nasceva il mio Pupo, colui che più adoro e più mi fa impazzire. Il Pupo, il cui nome significa «uomo forte», sempre impegnato a dimostrare che è vero. Il bambino che ha una casa occupata nel cuore, sotto assedio perenne, senza requie, il Pupo, il mio Pupo: un costante brivido sotto la pelle. «Sei bellissimo» gli ripetono (troppo) spesso, al punto che mi chiedo che effetto gli faccia. Il Pupo prima ti ama e poi ti ammazza. Ti riempie di baci e ti spara. Chissà sotto quale cielo, con precisione, è venuto al mondo, cosa lo spinge a scappare da sé stesso e poi invariabilmente tornare, a essere assieme fuoco, terra e vento - a essere eroe e vigliacco, coraggioso e pusillanime, saggissimo e stolto.
Oh love of mine Difficile che al Pupo ne vada dritta una. Difficile che non gli caschi un gioco, che non provochi una lite, che non rompa per sbaglio un vetro, che non si tagli un ginocchio o almeno un pantalone. Che a scuola, in prima elementare, non sia sua la prima nota sul diario. Che in giardino davanti a casa non tolga la terra dai vasi facendosi sgridare dai vicini, che non perseguiti i lombrichi portandoli via da una pozza per spostarli in un'altra, qualche metro più in là. Che non si faccia sorprendere con le mani nel vasetto della nutella, che non rubi una fetta di torta per portarla di nascosto al suo amico del cuore. Il Pupo è Pierino, Pierino è il Pupo. O il lupo.
Would you condescend to help me Il Pupo è anche quello che ha paura del buio, e di E.T.; che ti prega di fargli «mille coccole, e poi ancora mille» per traghettarlo in un sonno senza mostri. Che la notte chiama «mamma» con una vocina da piccolissimo, e di giorno si cambia chiuso in bagno, da solo, perché già da mesi non vuole più farsi vedere nudo. Il Pupo è paterno. O materno. Accudisce i piccoli come fossero una cosa delicata e preziosa. Quando si dimentica di dover fare il duro è dolce e morbido. Quando si lascia baciare sul collo e ride della sua risata argentina, mi suonano in testa mille campane. Quando gli chiedo qual è il suo preferito dei mille soprannomi che gli ho dato, mi guarda e mi sussurra: «miele». Auguri Pupo, mia croce, mia delizia.

giovedì 18 settembre 2014

Inserimenti. E sogni

La variante Slocovich
Quel che più temevo è infine accaduto. Nella mia già estremamente complessa scacchiera di incastri familiari si è inserita la temuta variante Slocovich, Stefano Slocovich essendo un mio adorabile oltreché, a detta di alcune persone, gnocc intelligente vicino di casa. A esser precisi è il mio vicino più vicino: il suo soggiorno-cucina è situato esattamente dietro il mio letto, dunque diciamo che quando prepara le uova strapazzate e io sto dormendo in genere sogno di essere dal parrucchiere, al lavatesta.
Chissà se mi pensi Quando non sogno di essere dal parrucchiere sogno di tornare piccola. Vorrei che qualcuno si prendesse cura di me, mi portasse in braccio, mi carezzasse la schiena fermandosi appena sopra il coccige per un grattino affettuoso.
Questo purtroppo non accade. Accade invece che di notte, a corrente alternata rispetto ai risvegli della Piccolissima, io abbia sentito ultimamente sinistri rumori provenire da casa Slocovich. Tonfi, misteriosi fruscii, rumori sordi. Come se qualcuno stesse facendo un trasloco, trascinando corpi inanimati o entrambe le cose assieme.
Se non ti addormenti Ho scritto perciò a S.S. alle 6 e 17 di ieri mattina una breve mail che aveva come oggetto «Voglio dormire». Poiché egli è notoriamente una persona squisita mi ha risposto quasi subito spiegandomi che, lavorando nel cinema, gli capita di dover essere sul set nottetempo. E questo già lo sapevo. Però nelle scorse notti insomma, gli dispiace tanto ma gli è successo di dover fare avanti indietro più volte, e certo ha sbagliato a tirare su e giù più volte le rumorose tende a rullo, e certo si era dimenticato che una porta blindata sbattuta alle 3.09 ha un impatto diverso da quello della stessa porta sbattuta all'orario palindromo delle 9.03, e non intendeva essere molesto ma insomma, a ripensarci gli è anche venuto in mente che a un certo punto «il gatto in effetti si è messo a correre e nel correre deve aver rovesciato alcuni sgabelli». Quest'ultima notazione mi ha fatto molto ridere.
E quante pecore conti Alla mia fatica solita si aggiunge insomma la scarsità assoluta di sonno. Anche dando per scontato che S.S. smetta di scagliare gatti contro gli sgabelli, la Piccolissima ha cominciato il nido e di notte pretende di ciucciare ogni ora come se avesse due giorni di vita, mi si dice «per rinsaldare il rapporto con la madre». Se poi anziché allattarla tento di riaddormentarla col ciuccio sbatte le braccia tipo pale di mulino a vento e poi soffia a volume altissimo,  fffff! fffff!, per rendere evidente il suo disappunto.
Chissà se mi cerchi Sto nel frattempo completando l'inserimento più lungo della storia: l'orario della Piccolissima viene prolungato di quindici minuti al giorno, mi si dice «perché il progresso, seppur lento, sia costante e stabile». E così nelle ultime settimane ho trascorso intere giornate a portare e prendere bambini a scuola, giacché, in tre che sono, le loro entrate e uscite avvengono a sei orari diversi.
Se mi vuoi lì vicino In concomitanza con la variante Slocovich è però avvenuta una cosa emozionante. Ricorderete, perché vi ho fracass tenuto informati, che il Pupo durante l'ultimo anno si è svegliato dalle tre alle cinque volte per notte - chiamandoci di continuo e portandoci vicini all'esaurimento - e ha dormito perennemente avvinghiato a sua sorella maggiore. «Ho paura di E.T.» era la sua frase ricorrente. Ed era evidente eccome, che avesse delle preoccupazioni.
Ebbene, dal primo giorno di prima elementare ha cominciato una nuova vita. Mi sono commossa l'altra notte vedendolo sdraiato nel suo letto, l'aria serena, abbandonato e immobile come dev'essere un bambino che dorme, distante mezzo metro dalla Pupa. Da una settimana a questa parte non ci chiama più. «La mia maestra è bravissima», mi ha detto oggi tornato da scuola, e ha sorriso. Allora ho pensato che è proprio vero che le cose, tutte, fanno paura quando sono lontane. Poi ci arrivi vicino e scopri che puoi girarci attorno. O scalarle fino in cima a un passo che è solo il tuo, e finalmente scendere, con sollievo, dall'altra parte.

Soundtrack: Chissà se mi pensi (ma quant'era bella questa canzone?)

giovedì 7 agosto 2014

Bisogna per forza fidanzarsi?

Una vita no frills.
Cervelli (cuori) in fuga
Il Pupo, cinque anni e mezzo, l'altra sera, stranamente pensieroso, con la sua esse da Jovanotti:
«Mamma. Quando sarò grande devo per forza sposarmi? Fidanzarmi?»
«No, amore mio. Non per forza. Però spero che tu incontri una persona con cui ti venga voglia di farlo. Perché me lo chiedi?»
(Enfatico) «Non ho voglia di tutto quel casino, sai».
«No, non so. Ma se me lo spieghi sono contenta».
(Declamando e contando sulla punta delle dita): «Uno. Non voglio possedere un cellulare. Due. Non voglio lavorare tutto il tempo sul telefono come fa papà. Tre. Non voglio nemmeno possedere un computer».
«E pensi che queste cose siano legate al fidanzamento, alla famiglia?».
«Penso solo che sarà difficile trovare una ragazza che voglia vivere con uno come me».
«Come te, in che senso?»
(Guardandomi serio con quei suoi occhi bellissimi, verdi e dorati) «Mamma, sai, io voglio essere un ragazzo pescatore. Vivrò in una capanna, vicino a un bosco».
«Amore, sono sicura che troverai una ragazza capace di apprezzare».
«Più facile in Francia che in Italia, vero?»

giovedì 5 giugno 2014

Alla vigilia di un viaggio (con bambini)

Mai indossare calze di collant subito prima di un viaggio
Ore 21.02 «Mamma, ti sei fatta male o ti sei solo spaventata?» mi ha chiesto l'altra sera il Pupo, osservandomi accasciata, immobile ai piedi dei due gradini che, in casa nostra, separano la cosidetta «stanza segreta» (un ripostiglio che contiene soprattutto giochi, nda) dalla zona soppalco.
In effetti ci ho messo qualche istante a rispondere, stringendo i denti e piangendo in silenzio mentre davo a me stessa dell'idiota.
Rewind. Ore 21.01 Stavo per l'appunto uscendo dalla stanza segreta, quando, avendo ai piedi due sottili calzini di collant, sono scivolata e caduta, andando a sbattere sul parquet prima con entrambe le ginocchia - sulle quali ora si stagliano ben visibili i due lividi di riferimento - e immediatamente dopo, per par condicio, con entrambi i polsi, nell'istintivo quanto inutile gesto che il 98% della popolazione mondiale compie per proteggersi il volto e la testa in caso di capitomboli. «Idiota idiota idiota», mi sono ripetuta 15/16.000 volte.
Perciò ho esitato Soffermandomi qualche istante a valutare i danni prima di rispondere al Pupo. Per fortuna ho presto capito di non essermi fatta (quasi) niente. Del resto è solo da una settimana che sono senza gesso: sarebbe stato paradossale rompermi subito un altro osso. Qualcuno nei commenti a questo blog mi aveva parlato del senso di liberazione che si prova quando, dopo aver perso per un mese l'uso di un arto (nel mio caso, il braccio destro) all'improvviso lo si riacquista. In effetti, a me la liberazione l'hanno fatta proprio sudare.
Una mattina di fine maggio, all'ospedale Galeazzi Mi sono presentata garrula e speranzosa all'accettazione, con 55 minuti d'anticipo rispetto al mio appuntamento.
(Io, 54 minuti dopo, al banco informazioni) «Mi scusi, secondo quanto c'è scritto qua tra un minuto sarei attesa in sala raggi. Ma pur essendo arrivata presto, allo sportello ho ancora ventordici persone davanti, è mai possibile? Come faccio adesso?»
(Addetta) «Abbia pazienza, è che l'età media dei pazienti è un po' alta, gli anziani fanno fatica in sede di accettazione. Non si preoccupi, non la rimandano a casa con il gesso».
(27 minuti dopo, finalmente all'accettazione, dopo aver pagato il ticket) «Benissimo cara, ora attenda che chiamino il suo numero. Quando sentirà il suo numero vada in fondo a questo corridoio a destra, al presidio infermieri, e mostri queste carte. Sapranno indirizzarla».
How soon is now? 14 minuti dopo, con 45 minuti di ritardo rispetto al mio appuntamento, mi sono consegnata spontaneamente al presidio infermieri.
(Infermiera brusca) «Abbiamo chiamato il suo numero?»
«Sì».
«È sicura?»
(Senza esitazione) «Sì».
«Uhm... strano, qui non risulta. Vabbe' vabbe' dia qua. Ok, mi faccia vedere... Bene, deve andare al primo piano e chiedere della dottoressa R».
«È lei che mi farà la lastra?»
«No. La dottoressa R deve solo firmare e timbrare questo foglio. Poi con il foglio lei andrà al piano -1, in sala raggi».
«Ah».
Officina ortopedica Di fronte agli occhi del visitatore, al primo piano, si staglia la scritta della speranza: «Officina ortopedica». Vien da pensare che qui si crei, si ripari, si rimonti con grazia ciò che è stato smontato. Però in corridoio, di fronte allo studio della dottoressa Romanò, ci sono sei sette persone in attesa. «Scusate, voi state aspettando...». La risposta è un coro all'unisono: «La dottoressa R. Però sta  v i s i t a n d o».
«Potrei secondo voi velocemente intrufolarmi, farle firmare codesto foglio e nello spazio di 30 secondi togliere il disturbo?»
È come se gli occhi dei pazienti in attesa fossero campioni di nuoto sincronizzato. S'alzano al cielo perfettamente coordinati, poi uno bofonchia: «Mmmm ooocchei, se proprio deve».
Le sudate carte Qualche minuto dopo vittoriosa fuggo verso il piano -1. Prendo l'ascensore sbagliato, finisco davanti alla sala operatoria, fingo indifferenza, salto sull'ascensore giusto, ed eccomi finalmente in sala raggi.
(Infermiere brusco): «Qui manca un foglio».
«Quale foglio?»
«La fotocopia di quest'altro».
«Eh».
«Senza la fotocopia non può fare i raggi. Dovevano fargliela in accettazione».
«Sì, ma non me l'hanno fatta».
«Adesso è un problema».
(Io, paziente) «Vuole che torni su? Magari rifaccio la coda, poi tra un 75/90 minuti ci vediamo qui con la fotocopia».
(Voltandosi verso una fotocopiatrice già accesa): «Ooocchei, gliela faccio io». 
Sicura di non essere incinta? 30 minuti dopo, in sala raggi. La radiologa è un tipo ansioso e mi chiede quattro/sei volte se sono sicura di non essere in gravidanza. Le dico che sto allattando una neonata e lei mi snocciola le decine di casi di sue conoscenti rimaste incinte dopo una settimana dal parto. Le dico un po' secca che, a parte questo, non deve preoccuparsi: non c'è nessuna possibilità che io sia incinta. «Ooocchei, la mia era solo una domanda». Fortunatamente la lastra va bene. «E adesso cosa faccio?»
«Torni al primo piano, dalla dottoressa R. È lei che toglie i gessi».
Un po' penso a uno scherzo, un po' mi viene da piangere. L'ascensore non funziona. Salgo a piedi, lentamente: piano terra, primo piano. Per fortuna davanti a me, all'officina ortopedica, non c'è più nessuno. I pazienti in attesa si sono come dissolti. Mi cade l'occhio su una finestra che qualcuno ha lasciata aperta e penso che si siano tutti buttati di sotto, per l'esasperazione.
I bet you look good on a dance floor Busso, ma nessuno risponde. Riprovo a bussare, poi entro. La dottoressa R è al telefono: sta parlando con qualcuno dell'organizzazione di una festa. È seccata perché un amico comune porta sempre vino scadente. Ormai ho perso ogni ritegno, le agito il gesso davanti al naso per farmi notare. L'assalto olfattivo funziona: dopo meno di un minuto chiude la telefonata. Per scalpellarmi via il gesso chiama uno specializzando, che si gode il delicato bouquet floreale emanato dal mio braccio dopo un mese di costrizione ma mi usa la gentilezza di fingere indifferenza. Una volta libera corro in bagno. Stranamente il dispenser non è rotto e contiene anche il sapone, così mi prendo il lusso di passare 10 minuti d'orologio a strofinarmi e sciacquarmi.
Esco dall'ospedale con due ore di ritardo, la Piccolissima a casa avrà certamente fame, il braccio è debole e lo sento strano: però sono di buonumore, pazienza, tutto passerà. Nelle ore immediatamente successive stringo mani, tocco persone e batto cinque come neanche Matteo Renzi in visita nelle scuole, carezzo bambini, firmo documenti, mi lavo i denti, scolo la pasta, taglio la carne, mi faccio pure giocosamente mordere la mano da Laccio («il cane che ti rompe un braccio» ©).
Good vibrations Pensieri sparsi nelle notti che seguono:
1. È proprio vero. Quando vieni privato di qualcosa, la gioia che provi nel tornarne in possesso è indescrivibile.
2. È proprio vero. I meccanismi secondo i quali funziona, in Italia, la sanità sono spesso farraginosi, inutilmente faticosi (avete aneddoti in merito? Se sì, mi divertirebbe molto leggerli).
3. È proprio vero: alla vigilia di un viaggio bisognerebbe più che mai stare attenti a non finire in pericolo. Domattina se il cielo ci assiste partiamo per una settimana di mare. Non devo non devo non devo indossare più i collant, non devo scivolare. Non devo rompermi un altro polso.
4. (ultimo) È proprio vero: mi riduco sempre all'ultimo momento. Ore 15.56: devo fare le valigie, un poco di spesa, partecipare a una festa di bambini, portare a scuola i regali per le maestre, istruire il vicepadre di Laccio,  un amico che starà a casa nostra con lui durante la nostra settimana di vacanza, sul da farsi.
Voi ci riuscite, a organizzarvi in anticipo? Se sì: come? Quali sono i segreti? Io non ne sono mai stata capace. E così, in queste ore, un'ansia sottile mi pervade. Però senza gesso la vita mi sorride. Ho due braccia. La lavanda nel mio patio è sfacciatamente in fiore. Ooocchei, lo dico: sono felice.

Soundtrack: Rewind
How soon is now?
I bet you look good on a dance floor
Good vibrations




mercoledì 28 maggio 2014

Buon compleanno, Pupa

Epic fail
Tutto abbastanza tranquillo qui nel Bovisashire. Oggi la Pupa compie 9 anni e non passa giorno senza che io ringrazi il cielo per averla avuta. Il suo ingresso nel decimo anno di vita avviene peraltro nel segno di una certa instabilità, in coincidenza perfetta con l'arrivo imminente del suo terzo fratello. L'altro giorno tornando da scuola siamo passate davanti alla chiesa del nostro quartiere e abbiamo incontrato per caso il sacerdote: under 40, gentile, kid-friendly. «Buongiorno, don G», l'ho salutato. «Nel vederla approfitto per chiederle se conosce le date dei battesimi di settembre. Volevo organizzare quello della Piccolissima adesso, a maggio, ma poi mi è occorso questo incidente», ho detto indicandomi il polso gessato.
La pazienza non cresce in una notte «Deve avere un po' di pazienza», ha risposto don G. «Come saprà stiamo per nominare il nuovo parroco, tante cose stanno accadendo nella nostra chiesa. Dobbiamo riaggiornarci a metà giugno. Sarete a Milano per allora?». «Certo che sì», è intervenuta garrula la Pupa. «Alla fine della scuola andremo al mare ma poi torniamo, sa com'è, sta per nascere il mio fratellino». Al prete prima sono caduti gli occhi sul mio addome (quasi) piatto, poi è franata la mascella. «Eh?». «Sì, don G, vede, ecco, noi... io e il padre della bambina siamo divorziati». «Eh?». «Siamo divorziati». «Cooosaaah?». «Siamo divorziati. Il fratellino di cui parla mia figlia, eeeh... viene dalla parte del papà. Per parte nostra, cioè mia, la sorellina l'abbiamo già avuta. È nata lo scorso dicembre. È lei che battezziamo».
(Lui): «Aaah. Benissimo».
(Io): «Bene».
(Lui): «Perfetto. Perfetto. Bene. Benissimo».
(Pupa): «È una bellissima notizia, vero?»
Siamo fatti in modo terribile e prodigioso (Salmi 139:14) «Pupa, perché devi sputtanarmi davanti al prete? Ti ho già spiegato che non è obbligatorio raccontare sempre a tutti, nel dettaglio, la nostra situazione famigliare». «Mamma, e tu perché usi questa parola? Non l'ho mai sentita, dunque penso che è una parolaccia». «Penso che sia. Quando finirà, la tua guerra ai congiuntivi?». «Perché cambi discorso? Perché dici parolacce?». «Hai ragione. Ora respira profondamente e ripeti con me: "Mamma, mi spiace di averti sputtanato davanti al prete"». «Non posso, è una parolaccia. Comunque sei stata tu, a raccontare tutto al prete. Io, io gli ho solo detto che stava per nascermi un fratellino».

Quanta pazienza.
La pazienza non cresce in una notte/2 Ah, quanta pazienza devo avere. Quanta pazienza, quando chiedo a Mike Delfino di tenere la Piccolissima per mezz'ora in modo da lasciarmi concludere questo post - l'ho cominciato stamani, chissà se riuscirò a metterlo online entro mezzanotte - e lui comincia a roteare per la stanza tipo avvoltoio, ad attendere che io finisca con la bambina in braccio, girandomi attorno in cerchi sempre più stretti mentre lei gracida stanca e stridula, e quando gli chiedo «Puoi andare di sopra un pochino, per piacere», mi risponde stizzito, dopo aver avuto tutta la giornata per sé e per il suo lavoro, «Aaaah, ti piace la vita comoda, vero?».
La pazienza non cresce in una notte/3 Quanta pazienza devo avere, quando prendo la Piccolissima e lei mi vomita addosso per la terza volta in un giorno, e il vomito per una volta non mi finisce sui vestiti ma con misteriosa diabolica precisione scivola giù giù nella scarpa destra, nella stretta intercapedine tra il piede e l'interno della calzatura, di modo che debbo poi andarmene in giro per un bel pezzo facendo scic-sciac, prima di tornare a casa e finalmente cambiarmi. Quanta pazienza ci vuole a stare con qualcuno, a starci davvero intendo, a tenere assieme - in piedi - una casa che non sia solo solida ma anche luminosa. Per fortuna succedono anche cose che ci fanno ridere, e tanto. Come quando l'altra mattina Mike Delfino si è svegliato alle sei pensando che fossero le sette e mezza. Non trovava il cellulare, era convinto fosse tardissimo. Io dormivo beata, lui rimbambito com'era è andato a guardare l'ora sul termostato. Ha letto 23, ha pensato fossero le 11 di sera. Si è stupito per tutta quella luce. Nel dubbio ha deciso di svegliare Baracca e Burattini, li ha portati al piano di sotto, ha ignorato l'orologio a muro e anche quello del forno, li ha fatti vestire, ha scaldato il latte, si è preparato a sua volta. Alle sette del mattino erano tutti pronti a uscire, un po' pallidi e smarriti. «Sono fatto così», mi ha spiegato poi la sera esausto, tra gli sbadigli. «Quando parto, parto. Ormai mi ero alzato, il meccanismo era avviato», si è giustificato. Questa è la nostra vita: meccanismi che si avviano, che arrestare è difficile. Questa è la nostra famiglia: diciamo ai preti quel che non si deve. Facciamo figli. Cerchiamo di tirarli grandi al meglio, festeggiamo compleanni. Tanti auguri, Pupa, scusa se pubblico solo ora questo post. Grazie perché mi hai fatto diventare mamma; grazie perché ancora non dici i congiuntivi, e perché mi spingi fuori dai binari di continuo. Non uso più quell'altra parola che a te non piace, quella che non ripeteresti.

giovedì 27 giugno 2013

Quel che si dice: distogliere l'attenzione

Verranno a chiederti del nostro amore

Una fortuna sfacciata Mentre riascolto compulsivamente vecchie canzoni dei Supertramp fuori il cielo è nero (niente a che vedere con la suggestiva tormenta della foto qui sopra) e io riesco con agio a mantenere una relativa distanza dalle cose essendo tornata da poche ore da una settimana al mare in Turchia, che per giunta la Pupa, 8 anni, ha vinto partecipando a un concorso su internet (ebbene sì. A volte succede davvero).
Ubi tu Gaius, ego Gaia Questa invece era la formula matrimoniale nell'antica Roma. Significa letteralmente: «Dove tu, Gaio» (Gaio, o Caio è nome latino) «sei, lì io, Gaia (Caia), sarò». Ma in italiano suona meglio così:«Dovunque tu sia, lì io sarò». Al liceo mi ero innamorata di queste parole al punto che speravo di sposarmi per poterle, un giorno, usare con qualcuno. Perché mi sia tornata in mente proprio ora lo ignoro, ma l'effetto complessivo è che alcuni commenti idioti - vedi post precedente - mi scivolano addosso, mentre già penso alle prossime vacanze: castelli della Loira con lo scambio casa, a fine luglio.
Treccette e tattoo 

A questo punto devo raccontare che in Turchia i Pupi non si sono comportati male quanto avrebbero potuto. Due animatrici si sono occupate di loro con dedizione, la Pupa poi si è fatta fare tipo 50 treccine («treccette» dice suo fratello), il Pupo un tatuaggio all'hennè a forma di scorpione. Hanno mangiato tutti i giorni patatine fritte, pasta in bianco e carote tagliate a julienne.
Si sono scottati nonostante la protezione 50, si sono fatti dipingere ovunque, sono diventati fanatici dei balli di gruppo, hanno tentato di stringere amicizia con i coetanei russi apostrofandoli invano con improbabili «Ehi, bimbo». La Pupa ha perfezionato il tuffo con salto mortale in avanti (da ferma) e ora si è messa in mente che a otto anni bisogna saperlo fare anche all'indietro, il Pupo nel suo piccolo ha imparato a nuotare senza braccioli e a prendere in mano grossi scarafaggi morti mostrandoli con aria innocente agli ignari passanti: «Non ti inculiosisce questo animale?»
Luce (tramonti a est) L'anno scorso in primavera ho messo un annuncio su un sito: avevo deciso di regalare il lettino azzurro con le sbarre in cui avevano dormito entrambi i Pupi. Speravo di ottenere il famoso effetto «Sigaretta alla fermata dell'autobus», quello per cui quando il bus non passa da una vita tu ti accendi una paglia e zac! all'istante da dietro l'angolo sbuca la maledetta 43. Non so se l'esempio è chiaro ma insomma pensavo: se regalo il lettino, come per farmi dispetto arriverà finalmente un bambino (che cercavo ormai da un anno). Come avrete capito non ha funzionato. Nel frattempo sono entrata e uscita da tunnel di sconforto, ho provato l'omeopatia e l'agopuntura, me la sono presa con il mondo e con me stessa, ho detto a voce troppo alta cose che in questa sede non ripeterò.
Quando in anticipo sul tuo stupore Allora a marzo di quest'anno mi sono detta: vaff, vorrà dire che prendo un cane. Avrò un cane e due figli. Che dirvi? Il tempo di portarlo al parco tre mattine di fila e di svuotarmi un po' la mente da certi pensieri ossessivi. Ora porto in grembo una piccola piccolissima di 16 settimane. Quand'ero incinta di pochi giorni e nemmeno lo sapevo la Pupa mi ha posato la testa sulla pancia e ha detto con tono solenne: «Fratellino, io non ti conosco ancora, ma so che sarai bellissimo». Il Pupo che per caso passava di lì mi ha posato un bacio lieve proprio sotto l'ombelico.
E tanto l'abbiamo desiderata che la piccola piccolissima - almeno provvisoriamente - si chiama Stella.
 


 

lunedì 6 maggio 2013

Anche tu, mamma, usavi le giraffe?

Ospiti olandesi e copertine
Grazie al cielo sono guarita, anche se siamo reduci da un weekend molto lungo in compagnia di una famigliola olandese: il socio in affari di Mike Delfino è venuto a trovarci con sua moglie e due bimbe di tre e sei anni. Poteva andare peggio. Nei giorni precedenti al loro arrivo si sono susseguiti messaggi inquietanti, tipo:
(Mamma olandese) «È troppo se ci fermiamo per una settimana?»
(Mike Delfino) «...»
Alla fine hanno deciso di restare solo quattro giorni. La Pupa, 7 anni, era molto eccitata e, assieme, un po' preoccupata: «Mamma, ma io conosco solo poche parole in inglese. Cat, dog, le parti del corpo, i giorni della settimana, i numeri da uno a dieci». Invece il Pupo, 4 anni, non ha mostrato alcun segno di interesse, salvo poi cominciare a strapazzare le bambine un minuto dopo il loro ingresso in casa.
Il bello dei luoghi comuni Gli stereotipi esistono per poterli sconfessare. Per esempio, degli olandesi penseresti sulle prime che sono tipi spicci nei modi ed equilibrati nel tirar su i figli, i quali di conseguenza crescono in modo sportivo, senza troppe menate. Invece abbiamo trovato le nostre due piccole ospiti meose, viziatelle e pure fifone. Non si capiva se avessero più paura di Rocco o di Laccio, ma  quel che è certo è che in quattro giorni hanno imparato ad alternare due frasi ricorrenti:
«Rrrrrocco, no!» (arrotando la "erre" in un modo che alla lunga è risultato insopportabile)
oppure
«Laccio, no!».
Alcune cose vere sugli olandesi Sono buone forchette. Solo a colazione, per dire, sono partiti quattro vasetti di marmellata e 21 yogurt. «È tutto talmente buono, qui in Italia», la frase-tipo. «Ci piace mangiare sano, e qui avete prodotti di qualità». Come contraddirli?
Gli olandesi dormono con la luce accesa. Passi le bambine (paura del buio?), ma gli adulti? Io credo che se la dimenticassero così, e basta.
Gli olandesi, come altri popoli del Nord, non soffrono il freddo e non usano il phon. Girano in canottiera anche quando fuori piove (cioè sempre). Giurano che da noi il clima è mite, specie se confrontato ai 7-8 gradi che hanno loro in questi giorni. Le bambine girano livide e intirizzite, a mio parere perdendo progressivamente il contatto con la realtà, e sgridando a casaccio il cane oppure il Pupo.
Gli olandesi mangiano molto (l'ho già detto, vero?). Dopo qualche ora di permanenza si auto-definiscono «gli svuota-frigo». Dopo aver spazzolato i loro piatti azzardano qualche timida forchettata in direzione dei nostri. I Pupi cominciano a guardarli con sospetto.
Per sfogare lo stress da sovraffollamento Ieri sera il Pupo mi comunica: «Mi voglio rilassare». Pretende un bagno caldo serale e poi che gli dia "la copeltina".
«Mamma, anche tu da piccola usavi la copeltina pel fale le tue cose?»
«Ehm... vediamo... mi pare di no».
«Ma anche tu facevi le tue cose, vero?»
«Ehm... sinceramente non mi ricordo». Poi, temendo di farlo sentire a disagio: «Ma forse sì. Sì, sì, certo, le facevo anch'io».
«Io mi stlofino, mi stlofino finché mi viene il pisello glasso. Poi uso le gilaffe e i leoni».
«In che senso usi le giraffe e i leoni?»
«Immagino i leoni che inseguono le gilaffe. E le inseguono... e le inseguono... finché mi viene il pisello glasso».
«Va bene Pupo, ti lascio tranquillo a fare le tue cose. Buonanotte.»
(Dall'altra parte della porta chiusa mi arriva ancora la sua voce attutita) «Anche tu usavi le gilaffe?».
La domanda della settimana è se anche i vostri figli usano le giraffe.

martedì 19 marzo 2013

Cani e padroni di cani

Quel che si dice un acquisto d'impulso
Venerdì mattina, in un pigro automatismo, ho inoltrato a Mike Delfino un'email ricevuta dalla mia collega Sara. Diceva il testo, più o meno: «Regalo cuccioli di golden retriever. È urgente: se non trovano un padrone, i cuccioli verranno abbattuti la prossima settimana». Seguiva foto strappalacrime di meravigliosi cagnolini, che fissavano l'obbiettivo con l'inequivocabile espressione «Adottami-adottami».
Cinque minuti dopo Mi ha chiamato Mike Delfino, insolitamente sospiroso.
(Io): «Che c'è, Mike?»
(Lui): «Eeeh... è cheeeeh... i caaani...»
«Non mi starai dicendo che ne vuoi uno, vero?»
«Ma cosa succede se nessuno li prende? E se li uccidono?»
«Figurati se li uccidono, qualcun altro li adotterà».
«E se ne prendessimo uno da portare stasera a Treviso, a mia madre, come regalo di compleanno?»
«Non sarebbe meglio una borsetta o un profumo? Che cosa facciamo, poi, se non lo vuole?»
«Ma figurati se non lo vuole. Lei è sempre andata pazza per i cani. Se vuoi fare felice mia madre, regalale un cane».
Bufale In Rete, si sa, girano tante bufale. L'email sui golden retriever era una di queste - a quanto pare circola dal 2002, tipo una catena di Sant'Antonio. Mike Delfino, da sospiroso che era, è diventato sospirosissimo.
(Io): «E adesso cos'hai?»
(Lui): «Mi ero quasi abituato all'idea di un cane. Adesso provo a googlare "Regalo cucciolo a Milano"».
In 30 secondi di ricerche sono venute fuori centinaia di risultati.
«E se prendessimo questo? Dice: "Regalo per problemi familiari incrocio tra pastore tedesco e cane corso, microchippato e vaccinato, quattro mesi».
«Mi sembra tagliandatissimo. Ma quanto cresce?»
«Ah, boh. Qui dice che il cane corso da adulto pesa 50 chili».
«Perfetto».
Una reazione tiepida E così, alle 19 di un gelido venerdì sera, Mike Delfino è andato a ritirare il cane.
«Appena mi ha visto mi è saltato addosso, mi ha fatto un sacco di feste, quelli con cui viveva non li ha neanche degnati di uno sguardo», ha detto poco dopo, entrando in casa e rovesciandoci addosso un adorabile batuffolo di pelo (invero, il pelo è raso. Ma l'espressione "batuffolo di pelo" ha sempre il suo perché). I bambini l'hanno amato da subito: nella foto sopra vedete la Pupa impegnata a contorcersi dal ridere. La macchia sfocata sulla destra, invece, è il Pupo che fa un balletto per la gioia.
A Treviso, tre ore più tardi, nel vedere il cane la mamma di Mike Delfino si è emozionata come se le avessimo messo in mano un libro di statistica. Zero.
Siamo tornati a Milano Domenica sera, col nostro nuovo, inatteso canino nel bagagliaio. Appena messo piede in casa, Egli ha eletto a sua cuccia la rossa poltrona Sacco di Zanotta, peraltro un grande classico del design. Ora non la molla più e tende a ringhiare se gli dici di scendere. «Lo vedi? È molto intelligente, una bestia di gran gusto», ha commentato Mike Delfino.
Ora. Io non ho mai avuto cani. Sono sicura che siamo in grado di farlo sopravvivere, ma di qui al diventare dei padroni esperti ce ne corre. Stamattina Mike Delfino mi ha tempestato di telefonate (ma io ero in riunione e non me ne sono accorta) tra le 9.30 e le 10, lasciandomi anche un sacco di messaggi disperati: «Quando arriva Malù?» (la nostra tata, ndr). «Ma si può sapere perché Malù è in ritardo?». Un'ora dopo, finalmente, l'ho richiamato.
«Ma si può sapere perché eri così preoccupato per Malù? È stato male il Pupo?».
(Lui, con tono stizzito) «Secondo te con chi lo lasciavo, il cane? Secondo te esco e lui resta in casa da solo, poverino?»
(Io, ridendo come una pazza) «Ma non è un bambino! Gli animali possono anche badare a se stessi per un po'».
«Sicura?»
Stasera alle 18.30 viene da noi un'addestratrice, per il primo di una serie di cinque incontri. Diciamo che non vedo l'ora. Il mio obiettivo principale sarebbe insegnare al cane come fare la pipì fuori e non dentro casa, per esempio (accetto consigli).



mercoledì 26 settembre 2012

Non riesco più neanche a ridere

Dev'essere così. Per forza
Lo scopo di questo post, a carattere squisitamente scientifico, è scoprire se notate differenze nell'atteggiamento di maschi e femmine quando si tratta di salute.
La Pupa, a 7 anni, ormai è proprio in gamba: se non sta bene ha imparato a languire nel suo letto con garbo e discrezione, in armonioso silenzio, anche di notte. La mattina dopo, semmai, fa un rapido resumé: «Mamma, ho avuto la malattia. Sentivo tutto caldo e tutto freddo e poi un gran dolore fino in fondo alle ossa. Mi si è gonfiata la gola, ho starnutito, ho bevuto un po' d'acqua in bagno e già che c'ero ho fatto anche la pipì. Ora sono un po' stanchina, posso stare a casa oggi?»
Il Pupo, più piccolo e soprattutto maschio, è un disastro. Secondo i suoi parametri un raffreddore equivale a una glaciazione, un mal di pancia come minimo alla deriva dei continenti. Di notte, se appena non si sente bene, esprime stentoreo proclami a intervalli regolari.
Più o meno l'ultima volta è andata così
Ore 2.15: «Caccùno (qualcuno, ndr) deve venile! Ci ho un ploblema!»
(Io, barcollando fuori dalla mia stanza al buio, a tentoni, con i tappi di cera che indosso invano «per non sentire» ancora infilati nelle orecchie, e andando a sbattere vi giuro fortissimo contro la parete di fronte): «Porcocane, adesso chi ha messo qui questo muro?»
(Lui, come se non mi vedesse da 40 giorni) «Mamma? Mamma! Sei tu! Vieni, ci ho un ploblema!»
«Cosa c'è, amorino mio bello? Dillo alla mamma, tesoro amoroso».
«Ci ho mal di pancia! Devo fale la cacca!»
«Adesso, amorino? Sono le 2.15, è notte, sei proprio sicuro?»
(Segue la seduta al gabinetto più lunga della storia)
...
Ore 3.20, circa sei secondi dopo che mi ero riaddormentata: «Papà! Mamma! Dovete venile! Ci ho la tosse!»
(Mike Delfino, che dormendo prono aveva nel frattempo sbavato tutto il cuscino e ora ha una striscia di saliva a lato del volto e sulla tempia sinistra): «Aaaagggrr. Arrivo».
(Io, dopo cinque minuti, visto che i lamenti del Pupo non cessano ma anzi sembrano in aumento, raggiungendoli): «Ma scusate, qual è il problema?»
(Mike Delfino): «Dice che vuole lo sciroppo. Sai se in questa casa per caso abbiamo dello sciroppo?»
...
Ore 4.40: «Caccùno deve venile! Ci ho un ploblema! Ci ho la tosse!»
(Io, a Mike Delfino): «Stavolta non ci vado. Sparami, se ci vado. Che diventi pure rauco a furia di tossire, domani devo andare a Napoli in giornata, adesso ho bisogno dormire mezz'ora altrimenti non sto in piedi. Valuta tu se raggiungerlo».
(Mike Delfino, voltandosi dall'altra parte, un nanosecondo prima di ricominciare a russare): «Aaaagggrr».
In effetti la mattina dopo Il Pupo era diventato rauco a furia di tossire e aveva gli occhi gonfi tipo batrace. Strofinandosi la faccia, ci ha sgridato severo:
«Dov'elano i miei genitoli mentle io piangevo?».
In seguito, durante una sessione di solletico, nel tentativo di farci sentire in colpa:
«Sto così male che non liesco più neanche a lidele (ridere, ndr)».

La domanda è: i vostri piccoli uomini, quando non stanno bene, si comportano come i loro papà? E le femmine, che fanno? Siate generosi, vi prego, nei contributi. Mi piacerebbe capire, se possibile, dove sbagliamo.



venerdì 21 settembre 2012

Post per nulla bimbesco e molto femminile

Dopo il quale potete manifestare solidarietà, o spararmi
Questa mia amica con cui parlavo stamattina le chiama «le Appese».
Definizione di «Appesa» Qualunque ex del vostro attuale compagno torni da un passato, lontano o recente, a inzigarlo, rompendo - a cascata - le scatole pure a voi.
L'Appesa spunta dal nulla, e può manifestarsi in vari modi. È una ex, ma non è mai stata un'amica, e nemmeno una collega del vostro compagno. Quasi mai si fa viva di persona o tenta la telefonata diretta, invasiva e compromettente (senza contare la potenziale umiliazione se lui preme il tasto «ignora»). Più facile un sms: la mia amica ha trovato sul telefono del suo compagno un messaggio in cui l'Appesa proponeva, in cambio di un favore, «un pagamento in natura». Ma così, per i miei gusti, è fin troppo facile, troppo esplicito. L'Appesa professionista preferisce mandare due righe via mail, magari con un oggetto accattivante ed ellittico, sospeso: tipo Mi ritorni in mente o Ma non vorrei che tu
Il vostro compagno, quel caro orsacchiottolone tontolone, è ovviamente attirato dal fascino criptico dell'oggetto della mail. Come resistere alla tentazione di aprirla? Infatti non resiste, e comincia un carteggio con l'Appesa. A questo punto, più d'uno scenario possibile: 1. Restate completamente all'oscuro del carteggio. Peccato che sia uno scenario infrequente, perché il vecchio detto «occhio non vede, cuore non duole» funziona ancora piuttosto bene. 2. Incappate casualmente nel carteggio e v'inferocite. 3. Siete persone empatiche e anche un po' telepatiche. La vostra dea interiore percepisce la presenza dell'Appesa nell'aria. Allora fate un po' di pesca a strascico, buttando lì un: «C'è un'altra?», tentando contemporaneamente di piegare il vostro compagno con lo sguardo come Uri Geller fa con i cucchiaini.
Una volta accertato l'inopportuno orbitare dell'Appesa nel vostro microcosmo emotivo - l'orsacchiottolone tontolone, non abituato a delinquere, crolla quasi subito sotto il fuoco di fila delle vostre spietate domande - una parte di voi vorrebbe nobilmente ignorarLa, ma questa parte è in netta minoranza. Non siete ancora diventate così brave, e dunque non resistete alla tentazione di trapanare diligentemente il vostro compagno, il quale ben presto si stufa. Segue aspra discussione in cui lui rivendica libertà, maturità e parità di diritti; voi gli fate presente che, se di lui potete anche fidarvi, dall'Appesa non comprereste mai un'auto usata.
L'obiettivo dell'Appesa, peraltro, è immediatamente chiaro a tutte le amiche femmine con cui vi siete confidate. L'unico maschio con cui ne avete parlato dice che invece capisce perfettamente le ragioni del vostro compagno, il che, considerato che l'Appesa porta la quarta abbondante di reggiseno e voi una seconda insolentita dalle maternità, non fa che accrescere il vostro nervosismo.
Il vostro compagno insiste nello sgranare gli occhi e nel non trovare niente di male in un potenziale incontro con l'Appesa, con cui peraltro si è già messo d'accordo per un pranzo in centro al più presto. Perché, ripete l'orsacchiottolone tontolone, l'Appesa che non si faceva viva da mesi - anzi, da anni! - dovrebbe ora all'improvviso provare un interesse per me? Forse perché l'hai scaricata da un giorno all'altro quando hai conosciuto me. E se non te ne fossi accorto, l'Appesa si fa viva ciclicamente, a intervalli regolari: probabilmente quando «rompe» con il fidanzato di turno, e allora viene a far la ronda da te, anzi da noi. Per tastare il terreno, capire che aria tira, vedere se c'è margine.
Una parte di voi sogna di incontrarla e di trasformarsi in Chuck Norris. A quel punto - riflettete con autocompiacimento un po' infantile - non le uscirebbero più di bocca stupidi titoli di canzoni, ma unicamente il vostro pugno.

martedì 17 luglio 2012

Bambini e incubi notturni

Con contorno di cani, e non solo
«Porco cazzo», una voce squillante squarcia l'oscurità. Dove sono? Chi sta parlando? Che ora è? Ho un lato del corpo tutto sudato e l'altro gelido. Mi muovo con cautela, a tentoni. Cioè, muovo la parte sinistra del corpo; la destra ha perso sensibilità, soprattutto il braccio. Cerco una superficie solida contro cui sbatterlo per rianimarlo. Ecco. È un muro. E questa... è la testa di mia figlia, che dorme parzialmente a cavalcioni su di me, come se fossi un pupazzo o un cuscino. Provo a sfilarmi senza svegliarla. Borbotta.
«Porco cazzo», ripete la voce squillante da un punto imprecisato della stanza. «Porco cazzo, mi sono di nuovo magnato la maglietta». Esse e zeta sibilanti, svarioni lessicali. Sorrido. Può essere solo il Pupo.
Era una notte buia e tempestosa quando, poche ore fa, mi sono trasferita qui a dormire. Siamo nella casa di vacanza, nelle colline dell'entroterra ligure, dove i Pupi risiedono assieme ai nonni dall'inizio di luglio. Una fidata baby sitter li accompagna al mare e al pomeriggio, dopo il pisolino, li porta in gita in mezzo ai boschi. «Abbiamo visto i cavalli, le tacchinelle, un pulcino, un ragno velenoso e i vermi pallottola». «Pupi, ma non è pericoloso?». «No, mamma, la baby sitter conosce tutte le strade. Sai che ha ventuno anni meno di te?». «Sì, Pupa, me l'hai già detto la settimana scorsa».
Andiamoci assieme, allora, ho proposto io, che vengo qui da quando avevo l'età della baby sitter e in questi boschi non ci sono mai stata. Ho messo ai Pupi i sandali giusti (io no. Io avevo le infradito, ma pazienza) e siamo partiti. Quattro, cinque, sei curve, il bosco a tratti si stringe sopra di noi un po' come succede nel mago di Oz. Da lontano, l'abbaiare dei cani. «Pupa, avete incontrato dei cani le altre volte?». «Sì, ma sono in gabbia». L'abbaiare si fa più vicino. Dietro una curva spunta un botolo, l'aria incerta. Ringhia. Sembra arrabbiato. Le manine dei Pupi mi stringono forte. Poi ecco un altro cane, appena più grande del primo. Anche lui abbaia. I Pupi sbiellano.
Fatico per non mettermi a correre mentre giro i tacchi trascinandomi dietro i Pupi. «Torniamo a casa». Loro piangono per lo spavento, dopo qualche metro il Pupo mi salta letteralmente in braccio e mi stringe fortissimo. Il cuore gli batte all'impazzata. Che tenerezza. Tento di mantenere un contegno mentre li rassicuro: «Bambini, quei cani erano più spaventati di voi. Non ci avrebbero fatto nulla». «E allora perché abbaiavano?» chiede la Pupa, analitica. «E infatti io li ho cacciati col bastone pecché io sono Ben Ten!» aggiunge il Pupo, smargiasso e mistificatore. «No Pupo, tu non hai cacciato nessuno. Hai pianto dalla paura e ti sei messo a urlare».
Più tardi, verso l'una di notte, il Pupo strilla. Ha un incubo. C'entrano i cani. Lo calmo, lo coccolo e poi decido di restare nella stanza in cui dormono lui (nel lettino) e sua sorella (in un letto matrimoniale). Ecco spiegato il fatto che il mattino successivo sono un po' sudata e un po' gelida: la Pupa mi ha rubato il lenzuolo e contemporaneamente si è messa a dormirmi addosso. Quanto al Pupo, dorme ancora con il pannolino e stanotte agitandosi deve aver fatto troppa pipì. E questo spiega la maglietta magnata. E il porco cazzo? Trattengo le risate, devo sapere. «Pupo, dove hai imparato questa curiosa nonché inopportuna espressione? A casa certamente no». «A scuola, mamma». «Ma non ci vai da un mese». «Però me la sono ricordata. Sono stato bravo, mamma?».

P.s. Cerco conforto. Anche i bambini di vostra conoscenza dicono parolacce? Fanno incubi? Se la fanno sotto alla vista dei cani? Voi come reagite?



martedì 3 luglio 2012

In fondo non esiste maschio che non sia piacione

Paparazzi a Oh-No
Post allegro e leggero, per dire che le vacanze servono eccome. Anche se di una settimana sola. Per dire, la mattina prima di partire per Oh-No ero talmente stanca che ho cercato di farmi il caffè con il biberon. Al mare ci siamo divertiti, riposati, amati, la Pupa ha sconfitto la varicella e il Pupo ha stretto nuove amicizie. Premessa: dovete sapere che a Milano, prima della fine dell'asilo, si era sposato con una sua coetanea di nome Ada, una deliziosa biondina dagli occhi azzurri (rito officiato con tutti i crismi dalla Pupa) e ancora oggi, se tu gli chiedi «Chi è Ada?», lui ti risponde tutto serio «La mia sposa». Dio benedica quel bambino e la sua esse sibilante.
Siccome qualcuno mi ha detto «Ho riconosciuto Oh-No, è il paesino da cui Wonderland ci manda i suoi bei reportage», rispondo che sì, è vero, è proprio così. Lei forse lo scrive senza il trattino ma a me piace di più con. E dunque, mi azzardo a entrare in competizione con lei (in realtà siamo già in competizione privata su Facebook, dove stiamo postando le foto di quel che resta del nostro ombelico dopo la gravidanza) e pubblico anch'io un accattivante servizio fotografico.
Spiacerà forse alla mamma di Mike Delfino apprendere che suo nipote, a poche ore dall'arrivo a Oh-No, già s'infrattava con una bellezza dall'aria esotica da cui è rimasto inseparabile per l'intera settimana. Purtroppo per lui i paparazzi sono in agguato ovunque, anche a Oh-No, e credo che la photogallery qui sotto parli da sola.
Ho solo una domanda: voi, il primo amore, ve lo ricordate? Il mio risale alla terza elementare. Si chiamava C., e pochi anni dopo ho scoperto che era gay. Ricordo che non era nella mia classe, e che mi scriveva molti bigliettini. La Pupa, 7 anni, ancora non si è fidanzata con nessuno. Il Pupo, che ne ha 3 e mezzo, mi sembra un po' precoce... o no? (Oh-No!)


I due amanti clandestini tra le piante.

Momenti di intimità a Oh-No.
Il Pupo ha il sospetto di essere nel mirino dei fotografi.


Passeggiata romantica.
Discussione su dove passare la serata.


Lei si allontana e lo invita a raggiungerla.
Lui, dapprima incerto, decide di seguirla.
Lui si accorge dei paparazzi e li maledice.