Pongo e altri animaliIl Pupo è troppo piccolo per trapanarmi il cervello con domande insistenti tipo "Mamma, andiamo in edicola a prendere gli
Sciocchibenz?" o "Mamma, mi hai portato un regalo?". Però l'altroieri mi fa: "Mamma, vorresti il Pongo".
Piccola parentesi: il Pupo ha qualche difficoltà nella coniugazione dei verbi e nell'uso dei pronomi, proprio come i vostri bambini bilingue con la differenza che non è bilingue. Per esempio dice: "Non gli piace" al posto di "Non mi piace", come Napoleone. E "vorresti" al posto di "vorrei".
Quindi, tradotto: il Pupo vuole il Pongo. Vagamente commossa - era la sua prima richiesta in assoluto - mi fiondo nella cartoleria di zona, gestita da due ottantenni che finora non mi erano mai parsi troppo strani. Ma stamattina si sono scatenati.
(Io): "Buongiorno, vorrei del Pongo".
Il Lui della coppia tira fuori il Didò. "Quanto ne vuole, signora?"
"Veramente volevo il Pongo. Sa, quello che non secca se lo lasci aperto più di cinque minuti".
Lei: "Ma come non secca! Nella vita tutto secca, signora! Pure il Pongo".
"Vabbe', se lo dice lei. Comunque quello là dietro sarebbe perfetto".
Lui, tirando fuori una confezione da VENTI mattonelle arancioni di Pongo tutte uguali: "Ecco signora, pronti!"
"No, intendevo quelle mattonelle singole, di colori diversi, da 45 centesimi l'una".
Interviene lei, piccata: "Signora io gliele dò, ma non potrei dargliele".
"In che senso, scusi?"
"Ho fatto un favore ai ragazzi che me le han chieste e ho aperto le confezioni, ma sfuse non potrei venderle. Le prenda, che poi le faccio sparire. Queste sono le ultime che vedrà in vita sua. In altri posti non le trova".
"Bene, allora la ringrazio".
"No, lei non mi deve ringraziare per nulla. Facciamo finta di niente che se ci beccano qui fioccano le multe. Tutto deve avere un codice a barre, sa? Nella vita tutto, ormai, è un codice a barre. Che poi vengono a farmi i controlli. Anzi: son già venuti e mi han pure multato. E non le dico che multa! Io rischio grosso, sa? A venderle questo Pongo".
Nel frattempo me l'aveva già impacchettato e mi aveva pure battuto lo scontrino. Io me lo sono infilata in borsa sentendomi colpevole manco avessi comprato una cassa di whisky durante il Proibizionismo.
"Scusi, non lo sapevo. Vabbe' comunque ormai l'ho messo in borsa, stia tranquilla, per questa volta andrà tutto bene".
"
Quelli sono capaci di sbirciarla dalla vetrina. Ormai l'hanno visto, che ha il Pongo."
"Vuole che glielo restituisca?"
"A me? No. Macchè. La parola data è data, quello che è fatto è fatto, indietro non si torna. Lei comunque prenda lo scontrino."
"Ah certo, lo faccio sempre".
"Brava. Un giorno un bambino ha comprato delle figurine e volevano dargli 300 euro di multa perché aveva lasciato lo scontrino sul bancone. Ha dovuto insistere, mio marito: non multatelo che noi siamo sempre in regola, questo bambino è un poverocristo, lasciatelo perdere."
"Ma davvero?"
"Che fa, non mi crede? Mi ridia il Pongo."
"..."
"No scherzo, ormai se lo tiene. Sono due euro e settanta, se la ferma qualcuno noi non ci conosciamo".
"D'accordo. Grazie ancora per l'atto coraggioso".
"Di niente, di niente. No perché sa, a noi ci controllano di continuo. E una volta è l'
Esastri, e una volta è la
Cè".
"La
Cè?"
"Sì, quella dell'Europa. Vengono a vedere se i giochi hanno le viti al posto giusto, se la fotocopiatrice ha le viti. Tutto deve avere le viti, ormai".
Stava per partire con un altro flusso di coscienza, ma in quel momento è entrato un altro cliente e io sono uscita circospetta, con le mie sei mattonelline di Pongo ben strette sottobraccio.