Con contorno di cani, e non solo
«Porco cazzo», una voce squillante squarcia l'oscurità. Dove sono? Chi sta parlando? Che ora è? Ho un lato del corpo tutto sudato e l'altro gelido. Mi muovo con cautela, a tentoni. Cioè, muovo la parte sinistra del corpo; la destra ha perso sensibilità, soprattutto il braccio. Cerco una superficie solida contro cui sbatterlo per rianimarlo. Ecco. È un muro. E questa... è la testa di mia figlia, che dorme parzialmente a cavalcioni su di me, come se fossi un pupazzo o un cuscino. Provo a sfilarmi senza svegliarla. Borbotta.
«Porco cazzo», ripete la voce squillante da un punto imprecisato della stanza. «Porco cazzo, mi sono di nuovo magnato la maglietta». Esse e zeta sibilanti, svarioni lessicali. Sorrido. Può essere solo il Pupo.
Era una notte buia e tempestosa quando, poche ore fa, mi sono trasferita qui a dormire. Siamo nella casa di vacanza, nelle colline dell'entroterra ligure, dove i Pupi risiedono assieme ai nonni dall'inizio di luglio. Una fidata baby sitter li accompagna al mare e al pomeriggio, dopo il pisolino, li porta in gita in mezzo ai boschi. «Abbiamo visto i cavalli, le tacchinelle, un pulcino, un ragno velenoso e i vermi pallottola». «Pupi, ma non è pericoloso?». «No, mamma, la baby sitter conosce tutte le strade. Sai che ha ventuno anni meno di te?». «Sì, Pupa, me l'hai già detto la settimana scorsa».
Andiamoci assieme, allora, ho proposto io, che vengo qui da quando avevo l'età della baby sitter e in questi boschi non ci sono mai stata. Ho messo ai Pupi i sandali giusti (io no. Io avevo le infradito, ma pazienza) e siamo partiti. Quattro, cinque, sei curve, il bosco a tratti si stringe sopra di noi un po' come succede nel mago di Oz. Da lontano, l'abbaiare dei cani. «Pupa, avete incontrato dei cani le altre volte?». «Sì, ma sono in gabbia». L'abbaiare si fa più vicino. Dietro una curva spunta un botolo, l'aria incerta. Ringhia. Sembra arrabbiato. Le manine dei Pupi mi stringono forte. Poi ecco un altro cane, appena più grande del primo. Anche lui abbaia. I Pupi sbiellano.
Fatico per non mettermi a correre mentre giro i tacchi trascinandomi dietro i Pupi. «Torniamo a casa». Loro piangono per lo spavento, dopo qualche metro il Pupo mi salta letteralmente in braccio e mi stringe fortissimo. Il cuore gli batte all'impazzata. Che tenerezza. Tento di mantenere un contegno mentre li rassicuro: «Bambini, quei cani erano più spaventati di voi. Non ci avrebbero fatto nulla». «E allora perché abbaiavano?» chiede la Pupa, analitica. «E infatti io li ho cacciati col bastone pecché io sono Ben Ten!» aggiunge il Pupo, smargiasso e mistificatore. «No Pupo, tu non hai cacciato nessuno. Hai pianto dalla paura e ti sei messo a urlare».
Più tardi, verso l'una di notte, il Pupo strilla. Ha un incubo. C'entrano i cani. Lo calmo, lo coccolo e poi decido di restare nella stanza in cui dormono lui (nel lettino) e sua sorella (in un letto matrimoniale). Ecco spiegato il fatto che il mattino successivo sono un po' sudata e un po' gelida: la Pupa mi ha rubato il lenzuolo e contemporaneamente si è messa a dormirmi addosso. Quanto al Pupo, dorme ancora con il pannolino e stanotte agitandosi deve aver fatto troppa pipì. E questo spiega la maglietta magnata. E il porco cazzo? Trattengo le risate, devo sapere. «Pupo, dove hai imparato questa curiosa nonché inopportuna espressione? A casa certamente no». «A scuola, mamma». «Ma non ci vai da un mese». «Però me la sono ricordata. Sono stato bravo, mamma?».
P.s. Cerco conforto. Anche i bambini di vostra conoscenza dicono parolacce? Fanno incubi? Se la fanno sotto alla vista dei cani? Voi come reagite?
Ho traslocato su erounabravamamma.it
Vi aspetto!
martedì 17 luglio 2012
giovedì 12 luglio 2012
Conversazioni surreali/1
Politically (un)correct
Mi piacerebbe inaugurare una rubrica intitolata "Conversazioni surreali", possibilmente con il vostro aiuto. Di seguito qualche esempio:
Lo scorso weekend ero a Capri per lavoro. Qualcuno dirà: c'è di peggio, per esempio lavorare. Appunto, stavo lavorando. Sì, vabbè. Comunque a Capri non c'ero mai stata prima e posso dirvi che è bella ma anche piena di gente assurda. Tipo una coppia di amiche sedute a pranzo al tavolo accanto al mio, una sulla cinquantina forse di origine tedesca, l'altra sulla settantina, lo sguardo vitreo e l'espressione fissa di chi ha fatto qualche lifting di troppo:
(Carampana 1) "Zai, mio marito quando andiamo a Parigi vuole ztare sempre a Champs Elysées. Sembra che a Parigi non ci sia nient'altro. Costa zacco di soldi ma ze non siamo a Champs Elysées lui piuttosto non parte".
(Carampana 2) "Eh, ma ha ragione. Parigi guarda si è molto molto rovinata. Se sbagli zona è la fine".
"Poi le parigine sono molto molto attente al veztire. Qui in Italia siamo più rilazzate, forse troppo".
"Oggi tanto vale non buttare tanti soldi per le firme. Le firme sono molto molto scadute. Meglio un abito originale, particolare".
"A trovarlo. Tu sei brava perché hai un tuo ztile molto molto... tuo".
"Sai, ho imparato a mie spese. Hai presente quel vestito maculato della Blumarine che avevo in spiaggia l'altro giorno. Sai che l'ho pagato 1280 euro. Una sera vado al circolo del Golf e c'era una che ce l'aveva addosso. Identico. E se quella sera l'avessi messo anch'io?
"Sarebbe ztato dizastro".
Per converso, l'altra settimana ho trascorso ore e ore in un ufficio di Equitalia - a più riprese - per cercare di farmi annullare una cartella esattoriale. Ogni volta mancava qualcosa. Alla fine l'impiegato allo sportello ha commesso un errore formale per cui, di fatto, ho avuto automaticamente ragione. Intendiamoci: io sapevo di avere ragione. Ma, per un verso o per l'altro, i documenti da me prodotti non bastavano mai. Non so se avete mai avuto esperienze in un posto simile - spero di no - ma è quanto di più simile a un girone dantesco io abbia mai conosciuto. Che poi per carità, la cifra da me dovuta (secondo loro) era "ridicola": 300 euro o giù di lì. E in fondo da Equitalia ci sono dovuta tornare solo tre volte (più una volta dai Vigili, e una volta in Prefettura). Ma ho visto gente messa molto peggio di me, come un signore disperato che a un certo punto ha sbottato: "Mi chiedete 70.000 euro. Ma se ho dovuto chiudere l'impresa, non ho i soldi per pagare i dipendenti né per mantenere la mia famiglia, mi spiega come faccio a darveli?"
(Impiegato dall'altra parte, con sorriso di plastica) "Mi dispiace signore, ma la cifra è questa. Però può rateizzarla".
"Posso rateizzarla in 300 anni?"
I bambini dal canto loro sono al mare in Liguria e se la passano benissimo, accuditi dai nonni e dalla tata. La Pupa cresce impudente e sfrontata, come è giusto che sia. L'altro giorno, in macchina diretti verso la spiaggia, di fronte alla tata:
"Mamma, ma lo sai che tu hai VENTUNO anni più della baby sitter?"
Il Pupo è l'adorabile porco che ormai avete imparato a conoscere. Con regolarità, tra i lindi ombrelloni blu dello stabilimento, si passa le mani in testa, tra i biondi ricci salmastri e pieni di sabbia, poi prende a grattarsi furiosamente e declama entusiasta, a volume altissimo, con l'irresistibile esse sibilante: "Lo sai, mamma" (o "nonna", ndr), "dico, lo sai che mi sono tornati i pidocchi?". Ogni volta, anche in un'affollata domenica di luglio, all'improvviso attorno a lui si crea il vuoto.
Ps: Se volete contribuire alla mia raccolta di stralci di conversazione, ve ne sarò grata.
Mi piacerebbe inaugurare una rubrica intitolata "Conversazioni surreali", possibilmente con il vostro aiuto. Di seguito qualche esempio:
Lo scorso weekend ero a Capri per lavoro. Qualcuno dirà: c'è di peggio, per esempio lavorare. Appunto, stavo lavorando. Sì, vabbè. Comunque a Capri non c'ero mai stata prima e posso dirvi che è bella ma anche piena di gente assurda. Tipo una coppia di amiche sedute a pranzo al tavolo accanto al mio, una sulla cinquantina forse di origine tedesca, l'altra sulla settantina, lo sguardo vitreo e l'espressione fissa di chi ha fatto qualche lifting di troppo:
(Carampana 1) "Zai, mio marito quando andiamo a Parigi vuole ztare sempre a Champs Elysées. Sembra che a Parigi non ci sia nient'altro. Costa zacco di soldi ma ze non siamo a Champs Elysées lui piuttosto non parte".
(Carampana 2) "Eh, ma ha ragione. Parigi guarda si è molto molto rovinata. Se sbagli zona è la fine".
"Poi le parigine sono molto molto attente al veztire. Qui in Italia siamo più rilazzate, forse troppo".
"Oggi tanto vale non buttare tanti soldi per le firme. Le firme sono molto molto scadute. Meglio un abito originale, particolare".
"A trovarlo. Tu sei brava perché hai un tuo ztile molto molto... tuo".
"Sai, ho imparato a mie spese. Hai presente quel vestito maculato della Blumarine che avevo in spiaggia l'altro giorno. Sai che l'ho pagato 1280 euro. Una sera vado al circolo del Golf e c'era una che ce l'aveva addosso. Identico. E se quella sera l'avessi messo anch'io?
"Sarebbe ztato dizastro".
Per converso, l'altra settimana ho trascorso ore e ore in un ufficio di Equitalia - a più riprese - per cercare di farmi annullare una cartella esattoriale. Ogni volta mancava qualcosa. Alla fine l'impiegato allo sportello ha commesso un errore formale per cui, di fatto, ho avuto automaticamente ragione. Intendiamoci: io sapevo di avere ragione. Ma, per un verso o per l'altro, i documenti da me prodotti non bastavano mai. Non so se avete mai avuto esperienze in un posto simile - spero di no - ma è quanto di più simile a un girone dantesco io abbia mai conosciuto. Che poi per carità, la cifra da me dovuta (secondo loro) era "ridicola": 300 euro o giù di lì. E in fondo da Equitalia ci sono dovuta tornare solo tre volte (più una volta dai Vigili, e una volta in Prefettura). Ma ho visto gente messa molto peggio di me, come un signore disperato che a un certo punto ha sbottato: "Mi chiedete 70.000 euro. Ma se ho dovuto chiudere l'impresa, non ho i soldi per pagare i dipendenti né per mantenere la mia famiglia, mi spiega come faccio a darveli?"
(Impiegato dall'altra parte, con sorriso di plastica) "Mi dispiace signore, ma la cifra è questa. Però può rateizzarla".
"Posso rateizzarla in 300 anni?"
I bambini dal canto loro sono al mare in Liguria e se la passano benissimo, accuditi dai nonni e dalla tata. La Pupa cresce impudente e sfrontata, come è giusto che sia. L'altro giorno, in macchina diretti verso la spiaggia, di fronte alla tata:
"Mamma, ma lo sai che tu hai VENTUNO anni più della baby sitter?"
Il Pupo è l'adorabile porco che ormai avete imparato a conoscere. Con regolarità, tra i lindi ombrelloni blu dello stabilimento, si passa le mani in testa, tra i biondi ricci salmastri e pieni di sabbia, poi prende a grattarsi furiosamente e declama entusiasta, a volume altissimo, con l'irresistibile esse sibilante: "Lo sai, mamma" (o "nonna", ndr), "dico, lo sai che mi sono tornati i pidocchi?". Ogni volta, anche in un'affollata domenica di luglio, all'improvviso attorno a lui si crea il vuoto.
Ps: Se volete contribuire alla mia raccolta di stralci di conversazione, ve ne sarò grata.
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martedì 3 luglio 2012
In fondo non esiste maschio che non sia piacione
Paparazzi a Oh-No
Post allegro e leggero, per dire che le vacanze servono eccome. Anche se di una settimana sola. Per dire, la mattina prima di partire per Oh-No ero talmente stanca che ho cercato di farmi il caffè con il biberon. Al mare ci siamo divertiti, riposati, amati, la Pupa ha sconfitto la varicella e il Pupo ha stretto nuove amicizie. Premessa: dovete sapere che a Milano, prima della fine dell'asilo, si era sposato con una sua coetanea di nome Ada, una deliziosa biondina dagli occhi azzurri (rito officiato con tutti i crismi dalla Pupa) e ancora oggi, se tu gli chiedi «Chi è Ada?», lui ti risponde tutto serio «La mia sposa». Dio benedica quel bambino e la sua esse sibilante.
Siccome qualcuno mi ha detto «Ho riconosciuto Oh-No, è il paesino da cui Wonderland ci manda i suoi bei reportage», rispondo che sì, è vero, è proprio così. Lei forse lo scrive senza il trattino ma a me piace di più con. E dunque, mi azzardo a entrare in competizione con lei (in realtà siamo già in competizione privata su Facebook, dove stiamo postando le foto di quel che resta del nostro ombelico dopo la gravidanza) e pubblico anch'io un accattivante servizio fotografico.
Spiacerà forse alla mamma di Mike Delfino apprendere che suo nipote, a poche ore dall'arrivo a Oh-No, già s'infrattava con una bellezza dall'aria esotica da cui è rimasto inseparabile per l'intera settimana. Purtroppo per lui i paparazzi sono in agguato ovunque, anche a Oh-No, e credo che la photogallery qui sotto parli da sola.
Ho solo una domanda: voi, il primo amore, ve lo ricordate? Il mio risale alla terza elementare. Si chiamava C., e pochi anni dopo ho scoperto che era gay. Ricordo che non era nella mia classe, e che mi scriveva molti bigliettini. La Pupa, 7 anni, ancora non si è fidanzata con nessuno. Il Pupo, che ne ha 3 e mezzo, mi sembra un po' precoce... o no? (Oh-No!)
Post allegro e leggero, per dire che le vacanze servono eccome. Anche se di una settimana sola. Per dire, la mattina prima di partire per Oh-No ero talmente stanca che ho cercato di farmi il caffè con il biberon. Al mare ci siamo divertiti, riposati, amati, la Pupa ha sconfitto la varicella e il Pupo ha stretto nuove amicizie. Premessa: dovete sapere che a Milano, prima della fine dell'asilo, si era sposato con una sua coetanea di nome Ada, una deliziosa biondina dagli occhi azzurri (rito officiato con tutti i crismi dalla Pupa) e ancora oggi, se tu gli chiedi «Chi è Ada?», lui ti risponde tutto serio «La mia sposa». Dio benedica quel bambino e la sua esse sibilante.
Siccome qualcuno mi ha detto «Ho riconosciuto Oh-No, è il paesino da cui Wonderland ci manda i suoi bei reportage», rispondo che sì, è vero, è proprio così. Lei forse lo scrive senza il trattino ma a me piace di più con. E dunque, mi azzardo a entrare in competizione con lei (in realtà siamo già in competizione privata su Facebook, dove stiamo postando le foto di quel che resta del nostro ombelico dopo la gravidanza) e pubblico anch'io un accattivante servizio fotografico.
Spiacerà forse alla mamma di Mike Delfino apprendere che suo nipote, a poche ore dall'arrivo a Oh-No, già s'infrattava con una bellezza dall'aria esotica da cui è rimasto inseparabile per l'intera settimana. Purtroppo per lui i paparazzi sono in agguato ovunque, anche a Oh-No, e credo che la photogallery qui sotto parli da sola.
Ho solo una domanda: voi, il primo amore, ve lo ricordate? Il mio risale alla terza elementare. Si chiamava C., e pochi anni dopo ho scoperto che era gay. Ricordo che non era nella mia classe, e che mi scriveva molti bigliettini. La Pupa, 7 anni, ancora non si è fidanzata con nessuno. Il Pupo, che ne ha 3 e mezzo, mi sembra un po' precoce... o no? (Oh-No!)
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I due amanti clandestini tra le piante. |
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Momenti di intimità a Oh-No. |
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Il Pupo ha il sospetto di essere nel mirino dei fotografi. |
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Passeggiata romantica. |
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Discussione su dove passare la serata. |
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Lei si allontana e lo invita a raggiungerla. |
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Lui, dapprima incerto, decide di seguirla. |
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Lui si accorge dei paparazzi e li maledice. |
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martedì 26 giugno 2012
Pupi, mare, varicella/2
Quando si dice che il tempismo è tutto
Avendo prenotato da tempo, con rocamboleschi incastri lavorativi e qualche amabile discussione con il Direttore del giornale ("Eddai, sposta le ferie. E che sarà mai?") un'unica settimana di vacanza - esattamente questa - con Mike Delfino e i bambini nel ridente paese di Oh-No, ecco che alla Pupa, in questa sede ritratta in una rara immagine in versione "Pimpa", sono spuntate le prime macchie di varicella esattamente il giorno prima della partenza, cioè venerdì mattina.
A conforto di quanti si trovano esattamente nella nostra situazione, voglio dirvi che sabato siamo partiti lo stesso per affrontare un viaggio in macchina di otto ore, confortati dalla gloriosa Dottoressa ZiaBubu, pediatra "liberal" e un po' selvaggia inside. "Dalle l'antivirale, farà dieci macchie in tutto e vedrai che non se ne accorge nemmeno. Tienila lontana dagli altri bambini; cioè segregata, visto che siete in un villaggio-campeggio a densità di popolazione più di Napoli nell'Ottocento. Niente sole, il che significa protezione totale e maglietta+cappellino o, meglio, mutina da sub fissa anche se ci sono 50 gradi. Bagnetti rapidi: l'acqua di mare facilita la rigenerazione della pelle, non credere a chi ti dice che i bimbi con la varicella non possono fare il bagno fino alla caduta delle croste".
Effettivamente armati di antivirale, antistaminico (per il prurito) e olio Vea Spray (lo sapete che non faccio marchette ma ve lo devo ri-segnalare perché è miracoloso), eccoci qui a Oh-No, svegliati dall'animatore-muezzin che tutte le mattine alle 9 esprime a 180 decibel il seguente richiamo: "Oooola... Oooola! Buona, meravigliosa giornata dallo staff di Oh-No! Tutti in pista per il ballo-ballo, per il risveglio muscolare, la baby dance, e già che ci siamo il liscio! Io questo ballo ci ho messo un'ora per impararlo, ma a voi che siete più bravi basteranno tre mosse! Non vale nascondersi dietro le piante perché tanto vi becco lo stesso! Ooola... Ooola!".
Con un po' di accortezze e tanta pazienza - le dieci macchie promesse dalla pediatra sono in realtà duecento, la Pupa è pallida e vive in isolamento, i bagni (non troppo rapidi) in effetti li fa; la situazione, in ogni caso, migliora di giorno in giorno - stiamo facendo la nostra vacanza. Ieri sera ho scoperto che il Pupo, tre anni e mezzo, sa fare l'occhiolino. Io non ho mai imparato in vita mia!
Ora tre rapide domande per voi, prima di tornare in spiaggia:
1. quanti di voi hanno afferrato il riferimento a Oh-No? Lo chiedo così, per curiosità.
2. come avete affrontato varicella e altre malattie infettive se avevate contemporaneamente progettato una vacanza? Rinunciato alla vacanza o partiti lo stesso?
3. c'è qualcosa che i vostri figli, anche piccoli, sanno fare e voi no? Questa cosa dell'occhiolino mi ha molto colpito.
Oooola... Ooola!
Avendo prenotato da tempo, con rocamboleschi incastri lavorativi e qualche amabile discussione con il Direttore del giornale ("Eddai, sposta le ferie. E che sarà mai?") un'unica settimana di vacanza - esattamente questa - con Mike Delfino e i bambini nel ridente paese di Oh-No, ecco che alla Pupa, in questa sede ritratta in una rara immagine in versione "Pimpa", sono spuntate le prime macchie di varicella esattamente il giorno prima della partenza, cioè venerdì mattina.
A conforto di quanti si trovano esattamente nella nostra situazione, voglio dirvi che sabato siamo partiti lo stesso per affrontare un viaggio in macchina di otto ore, confortati dalla gloriosa Dottoressa ZiaBubu, pediatra "liberal" e un po' selvaggia inside. "Dalle l'antivirale, farà dieci macchie in tutto e vedrai che non se ne accorge nemmeno. Tienila lontana dagli altri bambini; cioè segregata, visto che siete in un villaggio-campeggio a densità di popolazione più di Napoli nell'Ottocento. Niente sole, il che significa protezione totale e maglietta+cappellino o, meglio, mutina da sub fissa anche se ci sono 50 gradi. Bagnetti rapidi: l'acqua di mare facilita la rigenerazione della pelle, non credere a chi ti dice che i bimbi con la varicella non possono fare il bagno fino alla caduta delle croste".
Effettivamente armati di antivirale, antistaminico (per il prurito) e olio Vea Spray (lo sapete che non faccio marchette ma ve lo devo ri-segnalare perché è miracoloso), eccoci qui a Oh-No, svegliati dall'animatore-muezzin che tutte le mattine alle 9 esprime a 180 decibel il seguente richiamo: "Oooola... Oooola! Buona, meravigliosa giornata dallo staff di Oh-No! Tutti in pista per il ballo-ballo, per il risveglio muscolare, la baby dance, e già che ci siamo il liscio! Io questo ballo ci ho messo un'ora per impararlo, ma a voi che siete più bravi basteranno tre mosse! Non vale nascondersi dietro le piante perché tanto vi becco lo stesso! Ooola... Ooola!".
Con un po' di accortezze e tanta pazienza - le dieci macchie promesse dalla pediatra sono in realtà duecento, la Pupa è pallida e vive in isolamento, i bagni (non troppo rapidi) in effetti li fa; la situazione, in ogni caso, migliora di giorno in giorno - stiamo facendo la nostra vacanza. Ieri sera ho scoperto che il Pupo, tre anni e mezzo, sa fare l'occhiolino. Io non ho mai imparato in vita mia!
Ora tre rapide domande per voi, prima di tornare in spiaggia:
1. quanti di voi hanno afferrato il riferimento a Oh-No? Lo chiedo così, per curiosità.
2. come avete affrontato varicella e altre malattie infettive se avevate contemporaneamente progettato una vacanza? Rinunciato alla vacanza o partiti lo stesso?
3. c'è qualcosa che i vostri figli, anche piccoli, sanno fare e voi no? Questa cosa dell'occhiolino mi ha molto colpito.
Oooola... Ooola!
martedì 19 giugno 2012
Quel che le donne dicono poco
C'era un libro che mi incuriosiva, e che però
Non sono riuscita a leggere. Perché toccava temi sensibili, e io quando mi passa davanti un tema sensibile ogni tanto ho questa reazione: volto le spalle e scappo. Poi è finita che l'autrice (del libro) mi ha scritto di sua iniziativa, chiedendomi: pubblicheresti queste mie righe sul tuo blog?
«Ero nel mezzo della mia seconda Icsi, quando davanti a un caffè un amico mi chiese: "Perché non scrivi un racconto?". Il 2009 stava finendo. Alle spalle avevo due aborti naturali riusciti, una fecondazione artificiale fallita e un'altra nella fase del "questa volta ce la farò".
In quel momento nacque la protagonista del mio libro: una donna che ha quasi tutto - un compagno in gamba, un lavoro stimolante all'università, pure un certo fascino - ma non un figlio. Carla, l'ho chiamata così, le prova tutte: dai rapporti mirati nei giorni fertili all'agopuntura, dallo yoga a percorsi alternativi e strampalati che però con qualcuna hanno funzionato. Ma il figlio non arriva. Per una come lei, abituata a centrare l'obiettivo, il senso di fallimento brucia senza consumarsi. Certa che la scienza saprà ripagarla di quello che la natura non è disposta a concederle, si rivolge alla procreazione assistita. Invece i medici le sbattono in faccia che non esistono lifting per le ovaie e che, a 39 anni e due mesi, i risultati sono pochi.
Mentre la mia seconda Icsi fallisce e aspetto di rimettermi in sesto per programmare la terza, il desiderio di Carla (il mio?) si trasforma in ossessione, diventando l'unico pensiero della giornata,
la sola attività pulsante.
Ci sono figli cercati con un'ostinazione cristallina, perché il tarlo della loro assenza scava fino a occupare tutto lo spazio di una vita. Quando Carla comincia a frequentare il "reparto delle donne sbagliate" scopre un esercito vitale e disperato di donne come lei: Katia, Licia, Loredana, Emma,
Giuggiola2000, Luna Rossa. Sono tante. Tantissime. Conosciute nelle sale d'aspetto o in chat. Un mondo fino a quel momento sconosciuto, eppure reale, anzi realissimo, sommerso ma vivo, che chiede di essere raccontato. Una specie di grande famiglia, di rete carbonara invisibile a occhio nudo, che protegge e sostiene. E che fa sentire meno sole e quindi un po' meno "difettose". Si sta tutte in fila, mese dopo mese, per lo stesso rituale: gli ormoni, il pick-up, il transfer, l'attesa. Si conosce il proprio corpo e i suoi segnali con una precisione maniacale. Si usa un oscuro gergo da iniziate, fatto di sigle, di "malefiche", di "compitini" e "maratonate", "pennute" e "incicognamenti".
Nel viaggio alla ricerca della maternità e di una forma di saggezza che pare sempre scivolarle fra le dita, Carla può contare su di loro, ma anche su due guide spirituali: Seneca, oggetto dei suoi studi di latinista, con cui instaura dei buffi dialoghi immaginari. E nonna Rina, coraggiosa e anticonformista, capace di dare un senso al dolore che le ha attraversato l'esistenza, quando, prima di diventare solida come una quercia, è stata fragile come un albero rinsecchito.
"Le difettose" non è un’autobiografia, e neppure un romanzo sulla fecondazione assistita. È un libro che parla del mistero della vita, dei nostri desideri, della difficoltà di esaudirli, del perché li perseguiamo e pagando quali prezzi. Del perché li abbandoniamo. Parla di cosa significa sentirsi
realizzati. Del perché la nostra volontà non basta a perseguire quello che ci prefiggiamo. Che rapporto instauriamo con quell'imponderabile che regola le nostre vicende e che possiamo chiamare sorte, destino, karma, Dio. O, come lo definivano i latini, fortuna.
Carla è costretta a fare un percorso di conoscenza: finché, cercando un figlio, finisce per trovare se stessa. E io la ringrazio. Il 31 marzo 2011 ho consegnato il romanzo all'Einaudi, nel mezzo della mia quarta (e ultima) Icsi. A metà aprile ho scoperto di essere incinta di due bimbi. Con gli interessi la
vita mi ha ripagato sei anni di un lungo, doloroso, magnifico viaggio».
Eleonora (sarò felice di qualunque pensiero vogliate condividere qui)

«Ero nel mezzo della mia seconda Icsi, quando davanti a un caffè un amico mi chiese: "Perché non scrivi un racconto?". Il 2009 stava finendo. Alle spalle avevo due aborti naturali riusciti, una fecondazione artificiale fallita e un'altra nella fase del "questa volta ce la farò".
In quel momento nacque la protagonista del mio libro: una donna che ha quasi tutto - un compagno in gamba, un lavoro stimolante all'università, pure un certo fascino - ma non un figlio. Carla, l'ho chiamata così, le prova tutte: dai rapporti mirati nei giorni fertili all'agopuntura, dallo yoga a percorsi alternativi e strampalati che però con qualcuna hanno funzionato. Ma il figlio non arriva. Per una come lei, abituata a centrare l'obiettivo, il senso di fallimento brucia senza consumarsi. Certa che la scienza saprà ripagarla di quello che la natura non è disposta a concederle, si rivolge alla procreazione assistita. Invece i medici le sbattono in faccia che non esistono lifting per le ovaie e che, a 39 anni e due mesi, i risultati sono pochi.
Mentre la mia seconda Icsi fallisce e aspetto di rimettermi in sesto per programmare la terza, il desiderio di Carla (il mio?) si trasforma in ossessione, diventando l'unico pensiero della giornata,
la sola attività pulsante.
Ci sono figli cercati con un'ostinazione cristallina, perché il tarlo della loro assenza scava fino a occupare tutto lo spazio di una vita. Quando Carla comincia a frequentare il "reparto delle donne sbagliate" scopre un esercito vitale e disperato di donne come lei: Katia, Licia, Loredana, Emma,
Giuggiola2000, Luna Rossa. Sono tante. Tantissime. Conosciute nelle sale d'aspetto o in chat. Un mondo fino a quel momento sconosciuto, eppure reale, anzi realissimo, sommerso ma vivo, che chiede di essere raccontato. Una specie di grande famiglia, di rete carbonara invisibile a occhio nudo, che protegge e sostiene. E che fa sentire meno sole e quindi un po' meno "difettose". Si sta tutte in fila, mese dopo mese, per lo stesso rituale: gli ormoni, il pick-up, il transfer, l'attesa. Si conosce il proprio corpo e i suoi segnali con una precisione maniacale. Si usa un oscuro gergo da iniziate, fatto di sigle, di "malefiche", di "compitini" e "maratonate", "pennute" e "incicognamenti".
Nel viaggio alla ricerca della maternità e di una forma di saggezza che pare sempre scivolarle fra le dita, Carla può contare su di loro, ma anche su due guide spirituali: Seneca, oggetto dei suoi studi di latinista, con cui instaura dei buffi dialoghi immaginari. E nonna Rina, coraggiosa e anticonformista, capace di dare un senso al dolore che le ha attraversato l'esistenza, quando, prima di diventare solida come una quercia, è stata fragile come un albero rinsecchito.
"Le difettose" non è un’autobiografia, e neppure un romanzo sulla fecondazione assistita. È un libro che parla del mistero della vita, dei nostri desideri, della difficoltà di esaudirli, del perché li perseguiamo e pagando quali prezzi. Del perché li abbandoniamo. Parla di cosa significa sentirsi
realizzati. Del perché la nostra volontà non basta a perseguire quello che ci prefiggiamo. Che rapporto instauriamo con quell'imponderabile che regola le nostre vicende e che possiamo chiamare sorte, destino, karma, Dio. O, come lo definivano i latini, fortuna.
Carla è costretta a fare un percorso di conoscenza: finché, cercando un figlio, finisce per trovare se stessa. E io la ringrazio. Il 31 marzo 2011 ho consegnato il romanzo all'Einaudi, nel mezzo della mia quarta (e ultima) Icsi. A metà aprile ho scoperto di essere incinta di due bimbi. Con gli interessi la
vita mi ha ripagato sei anni di un lungo, doloroso, magnifico viaggio».
Eleonora (sarò felice di qualunque pensiero vogliate condividere qui)
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martedì 12 giugno 2012
Corso per fare benzina al self service e... varicella
Non mi sto grattando
Già venerdì pomeriggio, alla festa della scuola di sua sorella, aveva un'aria strana.
(Io, rivolta a mio padre che l'aveva accompagnato alla festa): «Papà, ma perché il Pupo indossa i moon boot e i pantaloni del pigiama?»
«I moon boot... vuoi dire che quelli sono moon boot? Un tempo non erano più cicciotti? Li ho scambiati per stivali da pioggia. In effetti mi chiedevo a cosa servisse tutta quell'imbottitura pelosa all'interno».
«Papà, è vero che è un giugno atipico. Ma è pur sempre giugno, non gennaio. E il pigiama? Cosa ci fa in pigiama?»
«Pigiama... vuoi dire che quello è un pigiama? Credevo fosse una tuta. In ogni caso tuo figlio si è impuntato e ha voluto a tutti i costi vestirsi così».
«Ma che cosa sono questi puntini rossi? Sembrano brufoletti. O una zanzara? Papà, tu che sei laureato in medicina pur non avendo mai esercitato la professione, sapresti dirmi se per caso è varicella?»
«Assolutamente no. Direi che non lo è. Lo escludo. Quasi certamente, insomma».
The day after Mattina di sabato. Con Mike Delfino stiamo progettando una spedizione nei luoghi colpiti dal terremoto per portare aiuti (qui il link a un bel blog che ne parla). Siamo ancora a letto, sentiamo il familiare "fruk-fruk-fruk" del Pupo che sguscia fuori da camera sua per venire da noi.
«Mike Delfino, tu che non hai nessuna esperienza in campo medico, cosa diresti che ha in faccia il Pupo?»
«Ehm... Decine di pustole da varicella?»
Povero Pupo. Nell'arco del weekend è stato tutto un fiorire di nuove chiazze. Ancora oggi (martedì) abbiamo registrato una nuova ondata. Per il resto lui è proprio un bel tipo: per esempio ha la febbre, ma non si lamenta. Solo, si sveglia spesso di notte e mi dice: «Mamma, ma lo sai che io ho bisogno di te?». Gli intimiamo di continuo di non grattarsi. Mia madre, ieri pomeriggio: «Pupo, ti prego, smettila! Ti resteranno i segni». E lui: «Non mi sto glattando. Mi sto coccolando».
Concorsi e altri animali Ogni volta che lancio un concorso e leggo le vostre liste mi sbellico dalle risate. E poi mi commuovo. E poi rifletto sull'umanità meravigliosa (e un po' folle, diciamolo) che rappresentate. Scegliere il vincitore, stavolta, è stato proprio difficile... ma dopo lunghi lambiccamenti ho deciso di premiare Girandola precaria, che riceverà questo libro, vincitore del Premio nati per leggere:
Corso per fare benzina al self service Per tutte le lettrici dell'area di Milano: organizzo per sabato 15 settembre 2012 un mini-corso gratuito per fare benzina al self service. Svelerò luogo e ora precisa alle interessate, che sono pregate di scrivermi via mail, in privato.
Già venerdì pomeriggio, alla festa della scuola di sua sorella, aveva un'aria strana.
(Io, rivolta a mio padre che l'aveva accompagnato alla festa): «Papà, ma perché il Pupo indossa i moon boot e i pantaloni del pigiama?»
«I moon boot... vuoi dire che quelli sono moon boot? Un tempo non erano più cicciotti? Li ho scambiati per stivali da pioggia. In effetti mi chiedevo a cosa servisse tutta quell'imbottitura pelosa all'interno».
«Papà, è vero che è un giugno atipico. Ma è pur sempre giugno, non gennaio. E il pigiama? Cosa ci fa in pigiama?»
«Pigiama... vuoi dire che quello è un pigiama? Credevo fosse una tuta. In ogni caso tuo figlio si è impuntato e ha voluto a tutti i costi vestirsi così».
«Ma che cosa sono questi puntini rossi? Sembrano brufoletti. O una zanzara? Papà, tu che sei laureato in medicina pur non avendo mai esercitato la professione, sapresti dirmi se per caso è varicella?»
«Assolutamente no. Direi che non lo è. Lo escludo. Quasi certamente, insomma».
The day after Mattina di sabato. Con Mike Delfino stiamo progettando una spedizione nei luoghi colpiti dal terremoto per portare aiuti (qui il link a un bel blog che ne parla). Siamo ancora a letto, sentiamo il familiare "fruk-fruk-fruk" del Pupo che sguscia fuori da camera sua per venire da noi.
«Mike Delfino, tu che non hai nessuna esperienza in campo medico, cosa diresti che ha in faccia il Pupo?»
«Ehm... Decine di pustole da varicella?»
Povero Pupo. Nell'arco del weekend è stato tutto un fiorire di nuove chiazze. Ancora oggi (martedì) abbiamo registrato una nuova ondata. Per il resto lui è proprio un bel tipo: per esempio ha la febbre, ma non si lamenta. Solo, si sveglia spesso di notte e mi dice: «Mamma, ma lo sai che io ho bisogno di te?». Gli intimiamo di continuo di non grattarsi. Mia madre, ieri pomeriggio: «Pupo, ti prego, smettila! Ti resteranno i segni». E lui: «Non mi sto glattando. Mi sto coccolando».
Concorsi e altri animali Ogni volta che lancio un concorso e leggo le vostre liste mi sbellico dalle risate. E poi mi commuovo. E poi rifletto sull'umanità meravigliosa (e un po' folle, diciamolo) che rappresentate. Scegliere il vincitore, stavolta, è stato proprio difficile... ma dopo lunghi lambiccamenti ho deciso di premiare Girandola precaria, che riceverà questo libro, vincitore del Premio nati per leggere:
Corso per fare benzina al self service Per tutte le lettrici dell'area di Milano: organizzo per sabato 15 settembre 2012 un mini-corso gratuito per fare benzina al self service. Svelerò luogo e ora precisa alle interessate, che sono pregate di scrivermi via mail, in privato.
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giovedì 7 giugno 2012
Ho messo il piede su una spina tripla
Tutte le cose che non sono capace di fare. Con concorso!
Non sono più capace di guardare le statistiche di accesso al mio blog, ovvero le parole-chiave tramite le quali le persone arrivano a me. Una volta ci riuscivo e c'era da divertirsi, adesso che è cambiata l'interfaccia di blogger, invece, mi appaiono solo i primi dieci noiosissimi risultati, tipo "Paola Maraone" o "Erounabravamamma". Solo in ottava posizione una voce vagamente avvincente: "Mike Delfino Paola Maraone", il che mi fa piegare un angolo della bocca all'insù perché vuol dire che molta gente è convinta che io abbia una love story con uno dei protagonisti di Desperate Housewives. Il quale peraltro nell'ultima serie fa una fine pessima, ma siccome mi hanno avvisato per tempo mi sono ricordata di non guardarla.
Sull'onda di questo spunto voglio lanciarvi una piccola sfida pre-estiva: dovete scrivere una lista delle 10 (dieci) cose che non siete capaci di fare. Vince, a mio insindacabile giudizio, la lista più divertente. Ecco le altre nove voci della mia:
1. Sono incapace di movimenti coordinati. Quando allattavo, costretta a girare per casa nottetempo, ero piena di lividi per via di tutti gli stipiti e i mobili in cui sbattevo. Anche adesso, però, una capocciata almeno settimanale contro il letto a castello dei Pupi (in acciaio) o un calcio con il piede nudo contro il letto (di ferro) non me li toglie nessuno. Non so stabilire se faccia più male il ferro o l'acciaio. L'altra sera invece ho messo il piede nudo su una spina tripla abbandonata per terra dal Pupo. Avete presente quei tre spuntoni che si cacciano nei tre buchini della presa? Penso di sì. Ecco, me li sono cacciati in una delle zone più vulnerabili del corpo. Da allora ho un ematoma gigante sotto il piede. Nel caso ve lo steste chiedendo: sì, fa pure male. Se ho imprecato? Sì, ho detto «Porcodighèl» che ultimamente mi fa molto ridere.
2. Non so fare la pedicure. E neanche la manicure, se è per questo. Ma se con le mani risolvo mangiandomi le unghie, per i piedi non è possibile. Per fortuna ho trovato una bravissima cinese che per 15 euro mi sistema a dovere.
3. Non so sbucciare una mela. Di solito chiedo a un uomo (fratello, compagno, amico, padre) di farlo per me. Non so perché ma mi sento a disagio nel chiederlo a una donna.
4. Non so pettinarmi. In generale non so tenere i capelli. Stamattina il direttore di Gioia, il giornale per cui lavoro, mi ha fermato in corridoio per dirmi: «Cioè, sei tanto carina, eh? È che, come dire... hai un'aria... grunge. Solo che il grunge è passato da vent'anni. E tu, nel frattempo, non hai più vent'anni». Per fortuna il vicedirettore e il caporedattore hanno difeso il mio look a spada tratta.
5. Non so farmi rispettare dai bambini. Dove Mike Delfino li mette a letto in cinque minuti, io ce ne impiego quarantacinque. Quando fanno il bagno allagano apposta dappertutto e il Pupo usa una vaschetta rossa per attingere nuova acqua e tirarmene addosso secchiate. Sempre il Pupo, tre anni e mezzo, di recente ha cominciato a chiedermi: «Ma sei paaaazza?» quando ritiene che io mi sia comportata male.
6. Non so applicare i giusti metodi educativi. Una mia frase classica: «Se mangi il pesce ti dò venti caramelle». Oppure, rivolta alla Pupa: «Se mi aiuti a riordinare ti dò dieci soldini». Poi la frego rifilandole monetine da 1 centesimo.
7. Non riesco a concentrarmi. Con una mia amica che ora vive a Marsiglia avevamo elaborato la Teoria della Dispersione: più un incarico è importante/urgente, più tenderemo a rimandarlo e a disperderci in mille rivoli. Se non altro non sono dipendente da Twitter/dai giochini sul cellulare, ma riesco comunque a distrarmi di continuo.
8. Non so puntare la sveglia per tempo. Se punto la sveglia per tempo, poi non mi alzo. Ogni mattina, uscendo di casa alle 8.22 per portare la Pupa a scuola, mi chiedo: «Perché, perché, perché non mi sono mossa prima?»
9. Non so fare le torte! Mai fatta una in vita mia. Compro le torte già fatte all'Ipercoop e poi dico che sono uscite dal mio forno. Secondo me non ci crede nessuno!
Bene, vi aspetto al varco! Avete tempo fino al weekend. Il primo, il secondo e il terzo classificato vincono un libro (non necessariamente mio).
Ps: Ero una brava mamma prima di avere figli ha venduto altre 1096 copie nell'arco del 2011, a due anni dalla pubblicazione! Un piccolo grande risultato che mi fa molto piacere condividere con voi, e per cui vi ringrazio un sacco.
Non sono più capace di guardare le statistiche di accesso al mio blog, ovvero le parole-chiave tramite le quali le persone arrivano a me. Una volta ci riuscivo e c'era da divertirsi, adesso che è cambiata l'interfaccia di blogger, invece, mi appaiono solo i primi dieci noiosissimi risultati, tipo "Paola Maraone" o "Erounabravamamma". Solo in ottava posizione una voce vagamente avvincente: "Mike Delfino Paola Maraone", il che mi fa piegare un angolo della bocca all'insù perché vuol dire che molta gente è convinta che io abbia una love story con uno dei protagonisti di Desperate Housewives. Il quale peraltro nell'ultima serie fa una fine pessima, ma siccome mi hanno avvisato per tempo mi sono ricordata di non guardarla.
Sull'onda di questo spunto voglio lanciarvi una piccola sfida pre-estiva: dovete scrivere una lista delle 10 (dieci) cose che non siete capaci di fare. Vince, a mio insindacabile giudizio, la lista più divertente. Ecco le altre nove voci della mia:
1. Sono incapace di movimenti coordinati. Quando allattavo, costretta a girare per casa nottetempo, ero piena di lividi per via di tutti gli stipiti e i mobili in cui sbattevo. Anche adesso, però, una capocciata almeno settimanale contro il letto a castello dei Pupi (in acciaio) o un calcio con il piede nudo contro il letto (di ferro) non me li toglie nessuno. Non so stabilire se faccia più male il ferro o l'acciaio. L'altra sera invece ho messo il piede nudo su una spina tripla abbandonata per terra dal Pupo. Avete presente quei tre spuntoni che si cacciano nei tre buchini della presa? Penso di sì. Ecco, me li sono cacciati in una delle zone più vulnerabili del corpo. Da allora ho un ematoma gigante sotto il piede. Nel caso ve lo steste chiedendo: sì, fa pure male. Se ho imprecato? Sì, ho detto «Porcodighèl» che ultimamente mi fa molto ridere.
2. Non so fare la pedicure. E neanche la manicure, se è per questo. Ma se con le mani risolvo mangiandomi le unghie, per i piedi non è possibile. Per fortuna ho trovato una bravissima cinese che per 15 euro mi sistema a dovere.
3. Non so sbucciare una mela. Di solito chiedo a un uomo (fratello, compagno, amico, padre) di farlo per me. Non so perché ma mi sento a disagio nel chiederlo a una donna.
4. Non so pettinarmi. In generale non so tenere i capelli. Stamattina il direttore di Gioia, il giornale per cui lavoro, mi ha fermato in corridoio per dirmi: «Cioè, sei tanto carina, eh? È che, come dire... hai un'aria... grunge. Solo che il grunge è passato da vent'anni. E tu, nel frattempo, non hai più vent'anni». Per fortuna il vicedirettore e il caporedattore hanno difeso il mio look a spada tratta.
5. Non so farmi rispettare dai bambini. Dove Mike Delfino li mette a letto in cinque minuti, io ce ne impiego quarantacinque. Quando fanno il bagno allagano apposta dappertutto e il Pupo usa una vaschetta rossa per attingere nuova acqua e tirarmene addosso secchiate. Sempre il Pupo, tre anni e mezzo, di recente ha cominciato a chiedermi: «Ma sei paaaazza?» quando ritiene che io mi sia comportata male.
6. Non so applicare i giusti metodi educativi. Una mia frase classica: «Se mangi il pesce ti dò venti caramelle». Oppure, rivolta alla Pupa: «Se mi aiuti a riordinare ti dò dieci soldini». Poi la frego rifilandole monetine da 1 centesimo.
7. Non riesco a concentrarmi. Con una mia amica che ora vive a Marsiglia avevamo elaborato la Teoria della Dispersione: più un incarico è importante/urgente, più tenderemo a rimandarlo e a disperderci in mille rivoli. Se non altro non sono dipendente da Twitter/dai giochini sul cellulare, ma riesco comunque a distrarmi di continuo.
8. Non so puntare la sveglia per tempo. Se punto la sveglia per tempo, poi non mi alzo. Ogni mattina, uscendo di casa alle 8.22 per portare la Pupa a scuola, mi chiedo: «Perché, perché, perché non mi sono mossa prima?»
9. Non so fare le torte! Mai fatta una in vita mia. Compro le torte già fatte all'Ipercoop e poi dico che sono uscite dal mio forno. Secondo me non ci crede nessuno!
Bene, vi aspetto al varco! Avete tempo fino al weekend. Il primo, il secondo e il terzo classificato vincono un libro (non necessariamente mio).
Ps: Ero una brava mamma prima di avere figli ha venduto altre 1096 copie nell'arco del 2011, a due anni dalla pubblicazione! Un piccolo grande risultato che mi fa molto piacere condividere con voi, e per cui vi ringrazio un sacco.
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