Dovete fare pensieri dolci e meravigliosi
Mi è piaciuto che questo inizio d'autunno sia stato a conti fatti fin qui così clemente. Mi piace però anche il vento che oggi agita le foglie degli alberi in giardino e rende i bambini elettrici. Per finire il libro che sto scrivendo di recente mi capita di alzarmi alle 5.40, subito dopo la poppata mattutina della Piccolissima, anziché tornare a letto a rotolarmi e imprecare nel tentativo di riprendere sonno. Così ho osservato l'alba più spesso di quanto mi sia mai capitato prima. Molti scrittori che ho intervistato per lavoro negli anni, in effetti, mi hanno ripetuto che è proprio in quel momento sospeso tra la notte e il giorno che riusciamo a volare alti; è in quell'ora assieme magica e tragica che ancora possiamo sentire quel prurito sulle spalle nel punto dove un tempo avevamo un paio di ali.
Nessun uomo bianco è così astuto Da cogliere di sorpresa i pellerossa senza imbrogliare. Pensavo che quelle raccontate dai famosi scrittori fossero fregnacce e invece ho capito che se ho una probabilità su cento di riuscire, un giorno, a campare di libri, quella probabilità risiede per me nell'arrivare in anticipo sulla giornata; evitando, nei limiti del possibile, di farmela rotolare addosso come uno schiacciasassi implacabile che non ho modo di schivare.
Quando il primo bambino rise per la prima volta Nel frattempo i miei figli permangono in modalità casino, il che non aiuta la mia concentrazione. Sono lieta di verificare giorno dopo giorno che hanno in questo preso da me, tutti e tre, e amplificano con la crescita il fare caciarone ma tenace tipico dei Maraonidi. Il Maraone non entra, irrompe. Il Maraone non cammina, corre. Non si stanca, si sfinisce. Non mangia, si abbotta. Non discute, ma massacra l'avversario. Non sorride, si contorce a terra dalle risate fino a svenire. È in fondo una specie di Chuck Norris, però di origini ciociare.
Tutti i bambini crescono, meno uno Avere in casa tre Maraonidi di statura compresa tra i 70 e i 130 centimetri è un bello sbattimento persino per la Maraonide-madre, che avendoli generati e geneticamente influenzati ben sa di che pasta sono fatti. All'asilo nido della Piccolissima l'ultimo report la descrive «ottimamente inserita, simpatica, decisa, ostinata; per ottenere quel che vuole strilla a più non posso finché non l'ottiene». Tra gli altri achievements della Pupa ci sono la risata sforzata a comando (con tono gutturale), il ripetere «mamma» con voce bassissima e rauca, tipo E.T., il segnalare l'appetito con una serie di «am, am, am» progressivi espressi a decibel che aumentano esponenzialmente.
Oh, perché non puoi restare così per sempre? I Pupi grandi sono molto affezionati alla sorella. Le affibbiano ogni genere di soprannome e lei risponde a tutti. La chiamano «corpo» perché soprattutto da nuda somiglia a un compatto tronchetto della felicità. Oppure Bobona, Small Boboni, Sbomballoni, e ultimamente anche Small Farloni che non vuol dire niente ma fa ridere. «Dov'è tua sorella?». «Sta farlonando sotto il tavolo». «Che combina Boboni?». «Ha dato ancora il suo Plasmon al cane». Laccio ha capito come gira il fumo e si fa trattare come una bambola di pezza in cambio di doni gastronomici: il Pupo lo chiama «lo spazzino» perché quando a tavola non gli piace qualcosa è sufficiente farlo scivolare a terra con discrezione; qualcuno, nel giro di pochi istanti, arriverà a farlo sparire. Se mi fate una lista dei soprannomi più buffi in voga nelle vostre famiglie ve ne sarò grata.
Soundtrack: Se avete capito le citazioni (penso di sì, eh) allora sapete anche cosa andare a (ri)ascoltare.
Ho traslocato su erounabravamamma.it
Vi aspetto!
mercoledì 5 novembre 2014
giovedì 23 ottobre 2014
I bambini e l'autunno
Ditemi, dunque
Vorrei sapere chi ha inventato l'espressione «mali di stagione». I mali di stagione sono come la frutta di stagione? Ad ogni buon conto a Milano fino all'altro ieri c'erano 25 gradi e nonostante questo la Piccolissima si è beccata tre forme virali in un mese (tra cui la sesta malattia).
«Paola, è il caldo. C'è troppo caldo» mi ripete sempre un mio amico, maestro di yoga.
«È il nido. Sai, questi bambini che vengono al nido e si sputazzano addosso... mangiano gli stessi giochi...» (state attenti: questo mi fa molto ridere. La frase non è, chessò, «bevono dallo stesso bicchiere», ma «mangiano gli stessi giochi». Che in effetti è vero). Segue considerazione finale: «Cosa vuoi, Mamma, non puoi aspettarti nulla di diverso» (questo me l'ha detto la maestra dell'asilo. Solo le maestre e gli operatori sanitari ti chiamano «mamma». Io ogni volta resto sconcertata per qualche istante, e mi viene il dubbio di avere avuto altri figli senza accorgermene).
Tous le mêmes La mia pediatra di riferimento, la dottoressa ZiaBubu, è tanto brava da essere sempre impegnata. L'ultima volta, due settimane fa, quando l'ho chiamata mi ha detto che aveva posto a novembre. «Ma mia figlia è malata adesso». Naturalmente la Piccolissima si ammala sempre di venerdì. Il nostro pediatra di base, ex chitarrista degli Stormy Six, ex aspirante cohouser, appassionato velista, è uno di cui mi fido. Però per avere un suo parere bisogna chiamarlo la mattina tra le 8 e le 9, prima che vada in studio. Spesso lo trovo occupato, poi a quell'ora sto portando bambini a scuola e cani in giro e perdo l'occasione. Anche quando lo becco sono sempre un po' a disagio perché ho la sensazione che mi stia rispondendo dal cesso. Comunque l'ultima volta non sono riuscita a parlargli e con la ZiaBubu irraggiungibile e il weekend che incombeva mi sono sentita in dovere di procurarmi un nuovo medico. Un simile gesto sa sempre di tradimento, ma comunque ne avevo proprio bisogno. La mia amica C. nel parlarmi di lui mi ha spiegato che è il dottore di riferimento della Comunità ebraica di Milano. Ho detto solo «ah» perché non sapevo come commentare la notizia. Lei mi ha visto incerta e allora ha specificato: «Sai, gli ebrei sono gente seria. Sanno quel che fanno. E poi, hanno un sacco di figli. Dunque il loro medico dev'essere per forza bravo». Ho detto ancora: «ah».
Et que j'aime trop les blablablas Il dottore in questione mi ha ricevuto la sera stessa di venerdì, alle 19.30. «Oggi finisco presto», ha precisato quando, un'oretta più tardi, ci siamo salutati. «Ma le mie figlie sono grandi, non hanno più tanto bisogno di me». È un uomo preciso, coscienzioso e non mi ha chiamato «mamma». La Piccolissima aveva la solita inutile forma virale ma niente alle orecchie e niente nei polmoni. Il dottore mi ha consigliato di farle osservare dopo ogni malanno un periodo di convalescenza e di lavarle il naso sì, ma con acqua tiepida. Ecco due cose su cui non avevo mai riflettuto, a testimonianza del fatto che anche una mamma-pro ha sempre qualcosa da imparare.
Dis-moi merci Dovete sapere che il sistema immunitario dei miei Pupi grandi è molto wow. Sarà l'omeopatia? L'alimentazione? La vita attiva? Il riposo adeguato? Una gran botta di c...? Sta di fatto che l'anno scorso non hanno perso un giorno di scuola. Tuttavia l'altro giorno il Pupo, proprio lui! ci ha tradito. «Buongiorno, qui è l'elementare XY. Dovete venire a prendere... il bambino. O la bambina. Cos'è, maschio o femmina? Ha la febbre». «Ho un maschio e una femmina. Dev'essere lei a dirmi quale dei due». «Eeeh, aspett... È il Pupo. È il Pupo». «Cos...?». «Clic». Benedicendo l'usuale accuratezza ed empatia di cui sono capaci le commesse della nostra scuola, Mike Delfino è partito in quarta per andare a salvare la sua adorata progenie. Stavo giusto finendo di dire alla mia collega: «Oh, per fortuna che per una volta ci è andato lui», quando mi è squillato il telefono. (Mike Delfino, con voce grave): «Sono io. Sono qui con il bambino. Ora che si fa?». «Non so, intanto magari puoi dirmi come sta». «Eeeh... gli provo la febbre?». «Magari. E poi mi richiami». (Due minuti dopo, con voce catacombale): «Sono sempre io. Ha 37.8. È alta. E ora che si fa?». «Se ha anche, tiro a indovinare, mal di gola e brividi, e se la temperatura sale, ma soprattutto: se lui si lamenta, tra un po' puoi dargli della tachipirina». «Eh, già. Ma dove la vado a pescare la tachipirina?».
Vous les hommes êtes tous les mêmes Nel breve istante di esitazione intercorso tra quella domanda e la mia risposta, mi è venuta in mente una pubblicità di qualche anno fa, di cui però ho solo un vago ricordo. Magari voi potete aiutarmi. «Ehi, mi hai sentito? Si può sapere dove la trovo, questa tachipirina?».
«In freezer. Devi guardare in freezer. È lì che teniamo i medicinali. E non, come qualcuno potrebbe pensare, nell'armadietto in bagno».
Soundtrack: Tous le mêmes
Vorrei sapere chi ha inventato l'espressione «mali di stagione». I mali di stagione sono come la frutta di stagione? Ad ogni buon conto a Milano fino all'altro ieri c'erano 25 gradi e nonostante questo la Piccolissima si è beccata tre forme virali in un mese (tra cui la sesta malattia).
«Paola, è il caldo. C'è troppo caldo» mi ripete sempre un mio amico, maestro di yoga.
«È il nido. Sai, questi bambini che vengono al nido e si sputazzano addosso... mangiano gli stessi giochi...» (state attenti: questo mi fa molto ridere. La frase non è, chessò, «bevono dallo stesso bicchiere», ma «mangiano gli stessi giochi». Che in effetti è vero). Segue considerazione finale: «Cosa vuoi, Mamma, non puoi aspettarti nulla di diverso» (questo me l'ha detto la maestra dell'asilo. Solo le maestre e gli operatori sanitari ti chiamano «mamma». Io ogni volta resto sconcertata per qualche istante, e mi viene il dubbio di avere avuto altri figli senza accorgermene).
Tous le mêmes La mia pediatra di riferimento, la dottoressa ZiaBubu, è tanto brava da essere sempre impegnata. L'ultima volta, due settimane fa, quando l'ho chiamata mi ha detto che aveva posto a novembre. «Ma mia figlia è malata adesso». Naturalmente la Piccolissima si ammala sempre di venerdì. Il nostro pediatra di base, ex chitarrista degli Stormy Six, ex aspirante cohouser, appassionato velista, è uno di cui mi fido. Però per avere un suo parere bisogna chiamarlo la mattina tra le 8 e le 9, prima che vada in studio. Spesso lo trovo occupato, poi a quell'ora sto portando bambini a scuola e cani in giro e perdo l'occasione. Anche quando lo becco sono sempre un po' a disagio perché ho la sensazione che mi stia rispondendo dal cesso. Comunque l'ultima volta non sono riuscita a parlargli e con la ZiaBubu irraggiungibile e il weekend che incombeva mi sono sentita in dovere di procurarmi un nuovo medico. Un simile gesto sa sempre di tradimento, ma comunque ne avevo proprio bisogno. La mia amica C. nel parlarmi di lui mi ha spiegato che è il dottore di riferimento della Comunità ebraica di Milano. Ho detto solo «ah» perché non sapevo come commentare la notizia. Lei mi ha visto incerta e allora ha specificato: «Sai, gli ebrei sono gente seria. Sanno quel che fanno. E poi, hanno un sacco di figli. Dunque il loro medico dev'essere per forza bravo». Ho detto ancora: «ah».
Et que j'aime trop les blablablas Il dottore in questione mi ha ricevuto la sera stessa di venerdì, alle 19.30. «Oggi finisco presto», ha precisato quando, un'oretta più tardi, ci siamo salutati. «Ma le mie figlie sono grandi, non hanno più tanto bisogno di me». È un uomo preciso, coscienzioso e non mi ha chiamato «mamma». La Piccolissima aveva la solita inutile forma virale ma niente alle orecchie e niente nei polmoni. Il dottore mi ha consigliato di farle osservare dopo ogni malanno un periodo di convalescenza e di lavarle il naso sì, ma con acqua tiepida. Ecco due cose su cui non avevo mai riflettuto, a testimonianza del fatto che anche una mamma-pro ha sempre qualcosa da imparare.
Dis-moi merci Dovete sapere che il sistema immunitario dei miei Pupi grandi è molto wow. Sarà l'omeopatia? L'alimentazione? La vita attiva? Il riposo adeguato? Una gran botta di c...? Sta di fatto che l'anno scorso non hanno perso un giorno di scuola. Tuttavia l'altro giorno il Pupo, proprio lui! ci ha tradito. «Buongiorno, qui è l'elementare XY. Dovete venire a prendere... il bambino. O la bambina. Cos'è, maschio o femmina? Ha la febbre». «Ho un maschio e una femmina. Dev'essere lei a dirmi quale dei due». «Eeeh, aspett... È il Pupo. È il Pupo». «Cos...?». «Clic». Benedicendo l'usuale accuratezza ed empatia di cui sono capaci le commesse della nostra scuola, Mike Delfino è partito in quarta per andare a salvare la sua adorata progenie. Stavo giusto finendo di dire alla mia collega: «Oh, per fortuna che per una volta ci è andato lui», quando mi è squillato il telefono. (Mike Delfino, con voce grave): «Sono io. Sono qui con il bambino. Ora che si fa?». «Non so, intanto magari puoi dirmi come sta». «Eeeh... gli provo la febbre?». «Magari. E poi mi richiami». (Due minuti dopo, con voce catacombale): «Sono sempre io. Ha 37.8. È alta. E ora che si fa?». «Se ha anche, tiro a indovinare, mal di gola e brividi, e se la temperatura sale, ma soprattutto: se lui si lamenta, tra un po' puoi dargli della tachipirina». «Eh, già. Ma dove la vado a pescare la tachipirina?».
Vous les hommes êtes tous les mêmes Nel breve istante di esitazione intercorso tra quella domanda e la mia risposta, mi è venuta in mente una pubblicità di qualche anno fa, di cui però ho solo un vago ricordo. Magari voi potete aiutarmi. «Ehi, mi hai sentito? Si può sapere dove la trovo, questa tachipirina?».
«In freezer. Devi guardare in freezer. È lì che teniamo i medicinali. E non, come qualcuno potrebbe pensare, nell'armadietto in bagno».
Soundtrack: Tous le mêmes
giovedì 9 ottobre 2014
Buoni propositi (o occasioni sprecate)
Cadono le bombe sopra i tetti
Non hai un risotto da seguire perché non si attacchi alla pentola, un articolo di giornale da leggere, o addirittura un libro - visto che è con quello in mano, che ami farti vedere in giro?
Non potresti più proficuamente dedicarti al cambio di stagione, giacché l'autunno, è evidente, ci si insinua tra le lenzuola e negli armadi e anche i più coriacei tra noi hanno dovuto arrendersi alle calze e alle scarpe chiuse?
Esplodono le granate nelle case
Che ne diresti, in alternativa, di iscriverti a un corso? Ma stavolta devi andarci per davvero, eh. Non come quella volta che hai pagato in anticipo per tutto l'anno e poi, delle dodici lezioni di cucina creativa, ne hai frequentate solo due (o tre).
Potresti senza troppo sforzo osare l'orto sul terrazzo: su internet ci sono un sacco di tutorial che spiegano come fare. Se invece la pigrizia avesse la meglio su di te, ricordati che a due isolati da casa organizzano un bel cineforum. Al bar dell'angolo troverai i volantini. Non costa neanche tanto, e in programmazione ci sono i film dell'anno scorso, quelli che hai perso perché la mamma era malata/ti è nato un figlio/hai fatto troppi straordinari al lavoro.
Tutte le nostre paure e debolezze le butteremo via
Senza contare quel che ti è rimasto indietro. Settimane fa hai giurato che avresti mandato al tuo amico una lettera vera, di carta, proprio come si faceva una volta, ma non hai ancora trovato una mezz'ora libera per scriverla.
Avevi anche promesso a tua sorella, ricordi? che l'avresti aiutata a cambiare il box doccia. È una faticaccia ma, almeno, quando vai a trovarla ti prepara una crostata da sballo. Ci mette un po' troppo burro ma che diavolo: la mangi così di rado che certo non ti ucciderà.
Potresti imparare a nuotare. O a sciare. Potresti passare un weekend al mare e goderti la luce morbida del tramonto di metà pomeriggio. È arrivato il momento di ritinteggiare la cucina. Di mettere a posto la bicicletta. Di prendere le lenzuola nuove per il letto, allegre e colorate proprio come le sognavi. Di fare il pane a mano/di comprare il pane, per sfizio, per una volta, nel negozio più buono e più caro del quartiere.
Aspetteremo una nuova stagione
Tra l'altro, te lo devo proprio chiedere: su cosa stai vigilando esattamente? Quale micro-porzione di mondo temi vada in pezzi, se tu non sarai lì a montare la tua silenziosa guardia, come un cane fedele? Ti dò una notizia: non c'è proprio niente da guardare. Nessuno cambierà idea grazie al tuo contributo. Ci sono invece, piuttosto, tantissime cose che rimandi da tempo. Troppo tempo. È una vergogna, ti ripeti di continuo, ma in concreto non fai nulla per cambiare la situazione. Consiglio mio: perché non te le scrivi su un foglio queste cose e poi, a cominciare dalla prima, non provi a realizzarle?
Vai a correre. Vai a teatro. Regalati un giro di shopping. Non perdere l'inaugurazione di quella mostra. Impara a produrre la birra artigianale. Cara sentinella in piedi, non ci credo che non hai nient'altro da fare. La vita è breve. Il tempo non si ferma. Se proprio te ne stai lì con le mani in mano, prova a guardare questo video. Ma soprattutto: non costringere tuo figlio/tuo nipote a seguirti, quando partecipi alle tue inutili veglie silenziose. È solo un bambino. Hai mai pensato che potrebbe essere omosessuale? Non glielo auguro, eh. Poveretto. Con una madre, un padre, uno zio, un nonno come te, quanta fatica farebbe.
Soundtrack: Estate #1107
Non hai un risotto da seguire perché non si attacchi alla pentola, un articolo di giornale da leggere, o addirittura un libro - visto che è con quello in mano, che ami farti vedere in giro?
Non potresti più proficuamente dedicarti al cambio di stagione, giacché l'autunno, è evidente, ci si insinua tra le lenzuola e negli armadi e anche i più coriacei tra noi hanno dovuto arrendersi alle calze e alle scarpe chiuse?
Esplodono le granate nelle case
Che ne diresti, in alternativa, di iscriverti a un corso? Ma stavolta devi andarci per davvero, eh. Non come quella volta che hai pagato in anticipo per tutto l'anno e poi, delle dodici lezioni di cucina creativa, ne hai frequentate solo due (o tre).
Potresti senza troppo sforzo osare l'orto sul terrazzo: su internet ci sono un sacco di tutorial che spiegano come fare. Se invece la pigrizia avesse la meglio su di te, ricordati che a due isolati da casa organizzano un bel cineforum. Al bar dell'angolo troverai i volantini. Non costa neanche tanto, e in programmazione ci sono i film dell'anno scorso, quelli che hai perso perché la mamma era malata/ti è nato un figlio/hai fatto troppi straordinari al lavoro.
Tutte le nostre paure e debolezze le butteremo via
Senza contare quel che ti è rimasto indietro. Settimane fa hai giurato che avresti mandato al tuo amico una lettera vera, di carta, proprio come si faceva una volta, ma non hai ancora trovato una mezz'ora libera per scriverla.
Avevi anche promesso a tua sorella, ricordi? che l'avresti aiutata a cambiare il box doccia. È una faticaccia ma, almeno, quando vai a trovarla ti prepara una crostata da sballo. Ci mette un po' troppo burro ma che diavolo: la mangi così di rado che certo non ti ucciderà.
Potresti imparare a nuotare. O a sciare. Potresti passare un weekend al mare e goderti la luce morbida del tramonto di metà pomeriggio. È arrivato il momento di ritinteggiare la cucina. Di mettere a posto la bicicletta. Di prendere le lenzuola nuove per il letto, allegre e colorate proprio come le sognavi. Di fare il pane a mano/di comprare il pane, per sfizio, per una volta, nel negozio più buono e più caro del quartiere.
Aspetteremo una nuova stagione
Tra l'altro, te lo devo proprio chiedere: su cosa stai vigilando esattamente? Quale micro-porzione di mondo temi vada in pezzi, se tu non sarai lì a montare la tua silenziosa guardia, come un cane fedele? Ti dò una notizia: non c'è proprio niente da guardare. Nessuno cambierà idea grazie al tuo contributo. Ci sono invece, piuttosto, tantissime cose che rimandi da tempo. Troppo tempo. È una vergogna, ti ripeti di continuo, ma in concreto non fai nulla per cambiare la situazione. Consiglio mio: perché non te le scrivi su un foglio queste cose e poi, a cominciare dalla prima, non provi a realizzarle?
Vai a correre. Vai a teatro. Regalati un giro di shopping. Non perdere l'inaugurazione di quella mostra. Impara a produrre la birra artigianale. Cara sentinella in piedi, non ci credo che non hai nient'altro da fare. La vita è breve. Il tempo non si ferma. Se proprio te ne stai lì con le mani in mano, prova a guardare questo video. Ma soprattutto: non costringere tuo figlio/tuo nipote a seguirti, quando partecipi alle tue inutili veglie silenziose. È solo un bambino. Hai mai pensato che potrebbe essere omosessuale? Non glielo auguro, eh. Poveretto. Con una madre, un padre, uno zio, un nonno come te, quanta fatica farebbe.
Soundtrack: Estate #1107
lunedì 29 settembre 2014
Fratelli, ancora sogni, e vento di scirocco
Mi fa paura il silenzio, ma non sopporto il rumore
Il Pupo 2.0 ha perso un dentino e sibila come non mai. La scuola va «benissimo» e lui è un bambino nuovo, che tra le altre cose la sera apparecchia da solo la tavola in modo spontaneo e creativo. Per premiare il suo spirito di iniziativa ci troviamo perciò costretti a mangiare usando i coltelli da pesce e le forchette da insalata, di cui è un grande amante. Si cena sempre a lume di candela perché «è romantico e misterioso». Tra i piatti dispone banane che ha tagliato lui stesso a pezzetti, col coltello. «Non ti è familiare, mamma?» mi chiede indicandomi ogni volta, orgoglioso, gli stessi gruppetti di bucce e polpe. Per non frustrare la sua passione per il table setting evito di rispondergli che mi sembrano buttate lì a caso. A fine cena occorre anche mangiare i bocconi anneriti.
Vedo passare persone, e cani Per qualche motivo insondabile la gente si sente in dovere di raccontarmi tutti i fatti suoi, sempre. In particolare, sono un magnete per gli sciroccati. Poiché non sono ancora rientrata dalla maternità - lo farò lunedì prossimo - incontro persone perlopiù nella sala d'attesa del pediatra oppure all'asilo, o a scuola: dunque il mio target di riferimento sono sciroccate femmine e prole-munite.
Sciroccata 1, aka donna che conosco da dieci minuti al termine di un monologo in cui ha parlato solo di sé e dei suoi figli: «... E naturalmente il bambino non lo faccio vaccinare».
Io: «Eccallà. Guarda, non sono la persona adatta con cui parlare di questo tema».
Lei: «Peeerché?»
Io: «La mia tesi di laurea è sulle malattie infettive, e sui vaccini».
Lei: «Io ho sentito parlare di bambini che sono diventati autistici dopo il vaccino. Ci sono un sacco di studi in tal senso. E poi i vaccini distruggono il sistema immunitario, e questo lo sanno anche i sassi».
Io: «Se tutti ragionassero come te, il mondo sarebbe allo sbando».
I matti vanno contenti, sull'orlo della normalità Per fortuna quando incontro uno sciroccato ho imparato a dirgli subito quello che penso e a girare i tacchi. È curioso, ma di recente mi sono anche imbattuta in diverse sostenitrici della corrente da me denominata «bambinismo senza limitismo».
Sciroccata 2, aka donna che conosco da cinque minuti, incontrata a una festa di amici: «... E insomma tu come ti trovi con il tuo pediatra? No, perché la mia mi ha ricusato».
Io: «Come? Non ho mai sentito una cosa simile.»
«Sai, ritengo che i bambini non debbano conoscere limiti né imposizioni. Hai letto il libro Smettila di reprimere tuo figlio? In pratica la tesi, che io trovo validissima, è che un bambino abbia sempre un motivo per fare quello che fa. Quelli che possono sembrare pianti e capricci sono in realtà espressione di un bisogno profondo. Sei tu, genitore, a doverli comprendere, interpretare e accettare. Perciò io, avendo intuito che mia figlia non gradiva essere visitata sul lettino, ho chiesto alla pediatra di visitarla in braccio a me. Lei ha sbuffato ma poi ha accettato. Però insisteva per svestirla. Le ho spiegato che alla bambina non piace: anche se ha solo 18 mesi sa farsi capire benissimo. Le ho proposto di visitarla attraverso la maglietta. Insomma ne è nata una discussione, al termine della quale la pediatra mi ha indicato la porta e mi ha detto di cercarmi un altro dottore. Ne conosci uno bravo?»
Io: «Forse ci vorrebbe un dottore bravo per te».
A caccia di grilli e serpenti Mentre la Piccolissima esce con discreta fatica e mille menate accessorie dalla sesta malattia, Pupo&Pupa attraversano un periodo splendido. L'altra mattina in piscina, mentre si asciugavano da soli i capelli, li osservavo riflessi nello specchio e pensavo: diosanto, sono belli da far male. La Pupa aiutava il Pupo ravviandogli con le mani le ciocche bionde, lui aveva la testa piegata di lato e la guardava con affetto. Da qualche tempo tra loro non c'è urgenza, ma pace. La scorsa settimana lui le ha regalato una bambola morbida, di pezza, ma nessuno di noi sapeva dove diavolo l'avesse presa. Lei ha ringraziato e poi ha insistito un po'. «Dai, dimmi da dove viene». Lui, sorridendo: «Ehm... l'ho trovata per strada». Lei: «Dai, non ci credo». Lui: «Ehm... l'ho trovata nella spazzatura». Lei, ridacchiando: «Dai, dimmi la verità». Lui, dopo un'esitazione: «D'accordo, d'accordo. L'ho trovata in un sogno». La Pupa si è stretta nelle spalle come a dire: occhei, questa spiegazione è plausibile. Io, in quell'esatto istante, ho pensato che se il Pupo fosse un uomo mi innamorerei di lui.
Soundtrack: I matti
Povero me
Il Pupo 2.0 ha perso un dentino e sibila come non mai. La scuola va «benissimo» e lui è un bambino nuovo, che tra le altre cose la sera apparecchia da solo la tavola in modo spontaneo e creativo. Per premiare il suo spirito di iniziativa ci troviamo perciò costretti a mangiare usando i coltelli da pesce e le forchette da insalata, di cui è un grande amante. Si cena sempre a lume di candela perché «è romantico e misterioso». Tra i piatti dispone banane che ha tagliato lui stesso a pezzetti, col coltello. «Non ti è familiare, mamma?» mi chiede indicandomi ogni volta, orgoglioso, gli stessi gruppetti di bucce e polpe. Per non frustrare la sua passione per il table setting evito di rispondergli che mi sembrano buttate lì a caso. A fine cena occorre anche mangiare i bocconi anneriti.
Vedo passare persone, e cani Per qualche motivo insondabile la gente si sente in dovere di raccontarmi tutti i fatti suoi, sempre. In particolare, sono un magnete per gli sciroccati. Poiché non sono ancora rientrata dalla maternità - lo farò lunedì prossimo - incontro persone perlopiù nella sala d'attesa del pediatra oppure all'asilo, o a scuola: dunque il mio target di riferimento sono sciroccate femmine e prole-munite.
Sciroccata 1, aka donna che conosco da dieci minuti al termine di un monologo in cui ha parlato solo di sé e dei suoi figli: «... E naturalmente il bambino non lo faccio vaccinare».
Io: «Eccallà. Guarda, non sono la persona adatta con cui parlare di questo tema».
Lei: «Peeerché?»
Io: «La mia tesi di laurea è sulle malattie infettive, e sui vaccini».
Lei: «Io ho sentito parlare di bambini che sono diventati autistici dopo il vaccino. Ci sono un sacco di studi in tal senso. E poi i vaccini distruggono il sistema immunitario, e questo lo sanno anche i sassi».
Io: «Se tutti ragionassero come te, il mondo sarebbe allo sbando».
I matti vanno contenti, sull'orlo della normalità Per fortuna quando incontro uno sciroccato ho imparato a dirgli subito quello che penso e a girare i tacchi. È curioso, ma di recente mi sono anche imbattuta in diverse sostenitrici della corrente da me denominata «bambinismo senza limitismo».
Sciroccata 2, aka donna che conosco da cinque minuti, incontrata a una festa di amici: «... E insomma tu come ti trovi con il tuo pediatra? No, perché la mia mi ha ricusato».
Io: «Come? Non ho mai sentito una cosa simile.»
«Sai, ritengo che i bambini non debbano conoscere limiti né imposizioni. Hai letto il libro Smettila di reprimere tuo figlio? In pratica la tesi, che io trovo validissima, è che un bambino abbia sempre un motivo per fare quello che fa. Quelli che possono sembrare pianti e capricci sono in realtà espressione di un bisogno profondo. Sei tu, genitore, a doverli comprendere, interpretare e accettare. Perciò io, avendo intuito che mia figlia non gradiva essere visitata sul lettino, ho chiesto alla pediatra di visitarla in braccio a me. Lei ha sbuffato ma poi ha accettato. Però insisteva per svestirla. Le ho spiegato che alla bambina non piace: anche se ha solo 18 mesi sa farsi capire benissimo. Le ho proposto di visitarla attraverso la maglietta. Insomma ne è nata una discussione, al termine della quale la pediatra mi ha indicato la porta e mi ha detto di cercarmi un altro dottore. Ne conosci uno bravo?»
Io: «Forse ci vorrebbe un dottore bravo per te».
A caccia di grilli e serpenti Mentre la Piccolissima esce con discreta fatica e mille menate accessorie dalla sesta malattia, Pupo&Pupa attraversano un periodo splendido. L'altra mattina in piscina, mentre si asciugavano da soli i capelli, li osservavo riflessi nello specchio e pensavo: diosanto, sono belli da far male. La Pupa aiutava il Pupo ravviandogli con le mani le ciocche bionde, lui aveva la testa piegata di lato e la guardava con affetto. Da qualche tempo tra loro non c'è urgenza, ma pace. La scorsa settimana lui le ha regalato una bambola morbida, di pezza, ma nessuno di noi sapeva dove diavolo l'avesse presa. Lei ha ringraziato e poi ha insistito un po'. «Dai, dimmi da dove viene». Lui, sorridendo: «Ehm... l'ho trovata per strada». Lei: «Dai, non ci credo». Lui: «Ehm... l'ho trovata nella spazzatura». Lei, ridacchiando: «Dai, dimmi la verità». Lui, dopo un'esitazione: «D'accordo, d'accordo. L'ho trovata in un sogno». La Pupa si è stretta nelle spalle come a dire: occhei, questa spiegazione è plausibile. Io, in quell'esatto istante, ho pensato che se il Pupo fosse un uomo mi innamorerei di lui.
Soundtrack: I matti
Povero me
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giovedì 18 settembre 2014
Inserimenti. E sogni
La variante Slocovich
Quel che più temevo è infine accaduto. Nella mia già estremamente complessa scacchiera di incastri familiari si è inserita la temuta variante Slocovich, Stefano Slocovich essendo un mio adorabile oltreché, a detta di alcune persone,gnocc intelligente vicino di casa. A esser precisi è il mio vicino più vicino: il suo soggiorno-cucina è situato esattamente dietro il mio letto, dunque diciamo che quando prepara le uova strapazzate e io sto dormendo in genere sogno di essere dal parrucchiere, al lavatesta.
Chissà se mi pensi Quando non sogno di essere dal parrucchiere sogno di tornare piccola. Vorrei che qualcuno si prendesse cura di me, mi portasse in braccio, mi carezzasse la schiena fermandosi appena sopra il coccige per un grattino affettuoso.
Questo purtroppo non accade. Accade invece che di notte, a corrente alternata rispetto ai risvegli della Piccolissima, io abbia sentito ultimamente sinistri rumori provenire da casa Slocovich. Tonfi, misteriosi fruscii, rumori sordi. Come se qualcuno stesse facendo un trasloco, trascinando corpi inanimati o entrambe le cose assieme.
Se non ti addormenti Ho scritto perciò a S.S. alle 6 e 17 di ieri mattina una breve mail che aveva come oggetto «Voglio dormire». Poiché egli è notoriamente una persona squisita mi ha risposto quasi subito spiegandomi che, lavorando nel cinema, gli capita di dover essere sul set nottetempo. E questo già lo sapevo. Però nelle scorse notti insomma, gli dispiace tanto ma gli è successo di dover fare avanti indietro più volte, e certo ha sbagliato a tirare su e giù più volte le rumorose tende a rullo, e certo si era dimenticato che una porta blindata sbattuta alle 3.09 ha un impatto diverso da quello della stessa porta sbattuta all'orario palindromo delle 9.03, e non intendeva essere molesto ma insomma, a ripensarci gli è anche venuto in mente che a un certo punto «il gatto in effetti si è messo a correre e nel correre deve aver rovesciato alcuni sgabelli». Quest'ultima notazione mi ha fatto molto ridere.
E quante pecore conti Alla mia fatica solita si aggiunge insomma la scarsità assoluta di sonno. Anche dando per scontato che S.S. smetta di scagliare gatti contro gli sgabelli, la Piccolissima ha cominciato il nido e di notte pretende di ciucciare ogni ora come se avesse due giorni di vita, mi si dice «per rinsaldare il rapporto con la madre». Se poi anziché allattarla tento di riaddormentarla col ciuccio sbatte le braccia tipo pale di mulino a vento e poi soffia a volume altissimo, fffff! fffff!, per rendere evidente il suo disappunto.
Chissà se mi cerchi Sto nel frattempo completando l'inserimento più lungo della storia: l'orario della Piccolissima viene prolungato di quindici minuti al giorno, mi si dice «perché il progresso, seppur lento, sia costante e stabile». E così nelle ultime settimane ho trascorso intere giornate a portare e prendere bambini a scuola, giacché, in tre che sono, le loro entrate e uscite avvengono a sei orari diversi.
Se mi vuoi lì vicino In concomitanza con la variante Slocovich è però avvenuta una cosa emozionante. Ricorderete, perché vi hofracass tenuto informati, che il Pupo durante l'ultimo anno si è svegliato dalle tre alle cinque volte per notte - chiamandoci di continuo e portandoci vicini all'esaurimento - e ha dormito perennemente avvinghiato a sua sorella maggiore. «Ho paura di E.T.» era la sua frase ricorrente. Ed era evidente eccome, che avesse delle preoccupazioni.
Ebbene, dal primo giorno di prima elementare ha cominciato una nuova vita. Mi sono commossa l'altra notte vedendolo sdraiato nel suo letto, l'aria serena, abbandonato e immobile come dev'essere un bambino che dorme, distante mezzo metro dalla Pupa. Da una settimana a questa parte non ci chiama più. «La mia maestra è bravissima», mi ha detto oggi tornato da scuola, e ha sorriso. Allora ho pensato che è proprio vero che le cose, tutte, fanno paura quando sono lontane. Poi ci arrivi vicino e scopri che puoi girarci attorno. O scalarle fino in cima a un passo che è solo il tuo, e finalmente scendere, con sollievo, dall'altra parte.
Soundtrack: Chissà se mi pensi (ma quant'era bella questa canzone?)
Quel che più temevo è infine accaduto. Nella mia già estremamente complessa scacchiera di incastri familiari si è inserita la temuta variante Slocovich, Stefano Slocovich essendo un mio adorabile oltreché, a detta di alcune persone,
Chissà se mi pensi Quando non sogno di essere dal parrucchiere sogno di tornare piccola. Vorrei che qualcuno si prendesse cura di me, mi portasse in braccio, mi carezzasse la schiena fermandosi appena sopra il coccige per un grattino affettuoso.
Questo purtroppo non accade. Accade invece che di notte, a corrente alternata rispetto ai risvegli della Piccolissima, io abbia sentito ultimamente sinistri rumori provenire da casa Slocovich. Tonfi, misteriosi fruscii, rumori sordi. Come se qualcuno stesse facendo un trasloco, trascinando corpi inanimati o entrambe le cose assieme.
Se non ti addormenti Ho scritto perciò a S.S. alle 6 e 17 di ieri mattina una breve mail che aveva come oggetto «Voglio dormire». Poiché egli è notoriamente una persona squisita mi ha risposto quasi subito spiegandomi che, lavorando nel cinema, gli capita di dover essere sul set nottetempo. E questo già lo sapevo. Però nelle scorse notti insomma, gli dispiace tanto ma gli è successo di dover fare avanti indietro più volte, e certo ha sbagliato a tirare su e giù più volte le rumorose tende a rullo, e certo si era dimenticato che una porta blindata sbattuta alle 3.09 ha un impatto diverso da quello della stessa porta sbattuta all'orario palindromo delle 9.03, e non intendeva essere molesto ma insomma, a ripensarci gli è anche venuto in mente che a un certo punto «il gatto in effetti si è messo a correre e nel correre deve aver rovesciato alcuni sgabelli». Quest'ultima notazione mi ha fatto molto ridere.
E quante pecore conti Alla mia fatica solita si aggiunge insomma la scarsità assoluta di sonno. Anche dando per scontato che S.S. smetta di scagliare gatti contro gli sgabelli, la Piccolissima ha cominciato il nido e di notte pretende di ciucciare ogni ora come se avesse due giorni di vita, mi si dice «per rinsaldare il rapporto con la madre». Se poi anziché allattarla tento di riaddormentarla col ciuccio sbatte le braccia tipo pale di mulino a vento e poi soffia a volume altissimo, fffff! fffff!, per rendere evidente il suo disappunto.
Chissà se mi cerchi Sto nel frattempo completando l'inserimento più lungo della storia: l'orario della Piccolissima viene prolungato di quindici minuti al giorno, mi si dice «perché il progresso, seppur lento, sia costante e stabile». E così nelle ultime settimane ho trascorso intere giornate a portare e prendere bambini a scuola, giacché, in tre che sono, le loro entrate e uscite avvengono a sei orari diversi.
Se mi vuoi lì vicino In concomitanza con la variante Slocovich è però avvenuta una cosa emozionante. Ricorderete, perché vi ho
Ebbene, dal primo giorno di prima elementare ha cominciato una nuova vita. Mi sono commossa l'altra notte vedendolo sdraiato nel suo letto, l'aria serena, abbandonato e immobile come dev'essere un bambino che dorme, distante mezzo metro dalla Pupa. Da una settimana a questa parte non ci chiama più. «La mia maestra è bravissima», mi ha detto oggi tornato da scuola, e ha sorriso. Allora ho pensato che è proprio vero che le cose, tutte, fanno paura quando sono lontane. Poi ci arrivi vicino e scopri che puoi girarci attorno. O scalarle fino in cima a un passo che è solo il tuo, e finalmente scendere, con sollievo, dall'altra parte.
Soundtrack: Chissà se mi pensi (ma quant'era bella questa canzone?)
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venerdì 29 agosto 2014
Bentornati!
Il più grande problema sono le piastrelle
Ero scomparsa inghiottita dai bambini, dalle vacanze e dai lavori di ristrutturazione di casa, che come da copione ci stanno uccidendo. Rientrati a Milano stiamo cambiando la cucina ma preferisco non entrare nel dettaglio. Quel che posso dire è che da sempre la mia nemesi sono le piastrelle. Due case fa, per esempio, l'impresa cui mi ero affidata mi ha mandato un piastrellista pazzo che lavorava prendendo a mazzate e spesso spaccando gli eleganti rettangoli 7,5x15 che avevo scelto per rivestire una parete.
There's just enough of you in me È perciò quel periodo dell'anno in cui ci si veste di fretta, al buio, indossando calzini spaiati e correndo alla cieca a rispondere al citofono. Gli artigiani si svegliano all'alba, il capo dell'impresa prima di tutti, alle cinque, e giungono da noi ogni mattina un po' prima della mattina precedente. Vado dunque come sempre sbattendo negli angoli e mi procuro lividi sospetti, in odor di violenza domestica. Ora in particolare mi fa male il naso ma non ricordo dove esattamente sono andata a picchiarlo.
I heard that you were drunk and mean Le piastrelle a questo giro amano rendersi irreperibili. Le stiamo inseguendo per tutto il Nord Italia. Sono come i cerchi nel grano: qualcuno dice di averle avvistate, poi vai a verificare e scopri che in realtà non ci sono. Ieri finalmente nella campagna piacentina abbiamo trovato quelle da pavimento: le vecchie cementine esagonali di un tempo, bianche rosse e grigie, recuperate una a una, con pazienza, da un signore con una storia bellissima che vi racconterò un'altra volta.
Staring down the brilliant dream Per la parete della cucina i preventivi cambiano di continuo, come una tovaglia che qualcuno ti sfili all'improvviso da sotto i piatti, proprio mentre sei seduto a mangiare. «Ma mi aveva detto 100 in tutto». «Signora, è ubriaca? Intendevo 100 al metro quadro». Il capolavoro è un tizio che si è offeso perché alla fine le piastrelle da pavimento le abbiamo prese nel piacentino e non da lui. «Io quelle da parete ce le avrei, qui pronte in casa. Ma, ecco, ho deciso che non ve le dò più».
For me to have this sympathy I Pupi grandi sono ancora in vacanza: con i lavori in casa abbiamo preferito tenerli lontani. Staziona invece al nostro fianco la Piccolissima, giunta al ragguardevole traguardo di otto mesi e mezzo, che si sveglia da settimane tre/quattro volte per notte (saranno i denti? Se avete opinioni confortanti vi prego di condividerle). Diciamo allora che la mancanza di sonno mi ha fatto perdere un po' di lucidità. Ieri per esempio al momento di pagare ho avuto qualche defaillance con la moglie del trovatore di cementine.
(Io) «Allora per la fattura poi ci sentiamo. Intanto mi segno il suo nome. Lei è la signora...»
(Lei) «Carmen».
(Io, davanti a Mike Delfino che non credeva alle sue orecchie) «Carne?»
(Lei, esterrefatta) «Ehm... no... Carmen».
Shame on you A voi i lavori in casa creano stress o tutto sommato tenete botta? A me, nonostante la polvere e la fatica e le sveglie all'alba e le piastrelle introvabili, gli artigiani mettono sempre di buonumore. Poi li rispetto perché lavorano sudati e ricoperti di polvere, imprecando costantemente, senza nessun motivo. La bestemmia è diciamo il loro rosario. Sono anche multilingue: «Ma va caca n'du campanaru». «Mannaia la materia». «Ma vafangul tu, mammt, patrita, sorita, e tutt a razz toj» erano le perle del capo dell'impresa, calabrese. Un operaio sudamericano ripeteva scuotendo la testa: «Andate a lavar el culo». Il piastrellista ucraino invece aveva imparato a bestemmiare in italiano, però con un curioso accento: «Porki, porki, porki». Ometto le volgarità più stratosferiche.
Soundtrack Sono le Indigo Girls, ragazze spettinate e selvagge come me e la Piccolissima in questi giorni. Vi metterei i link ma devo andare a congedare il piastrellista, porki.
Ero scomparsa inghiottita dai bambini, dalle vacanze e dai lavori di ristrutturazione di casa, che come da copione ci stanno uccidendo. Rientrati a Milano stiamo cambiando la cucina ma preferisco non entrare nel dettaglio. Quel che posso dire è che da sempre la mia nemesi sono le piastrelle. Due case fa, per esempio, l'impresa cui mi ero affidata mi ha mandato un piastrellista pazzo che lavorava prendendo a mazzate e spesso spaccando gli eleganti rettangoli 7,5x15 che avevo scelto per rivestire una parete.
There's just enough of you in me È perciò quel periodo dell'anno in cui ci si veste di fretta, al buio, indossando calzini spaiati e correndo alla cieca a rispondere al citofono. Gli artigiani si svegliano all'alba, il capo dell'impresa prima di tutti, alle cinque, e giungono da noi ogni mattina un po' prima della mattina precedente. Vado dunque come sempre sbattendo negli angoli e mi procuro lividi sospetti, in odor di violenza domestica. Ora in particolare mi fa male il naso ma non ricordo dove esattamente sono andata a picchiarlo.
I heard that you were drunk and mean Le piastrelle a questo giro amano rendersi irreperibili. Le stiamo inseguendo per tutto il Nord Italia. Sono come i cerchi nel grano: qualcuno dice di averle avvistate, poi vai a verificare e scopri che in realtà non ci sono. Ieri finalmente nella campagna piacentina abbiamo trovato quelle da pavimento: le vecchie cementine esagonali di un tempo, bianche rosse e grigie, recuperate una a una, con pazienza, da un signore con una storia bellissima che vi racconterò un'altra volta.
Staring down the brilliant dream Per la parete della cucina i preventivi cambiano di continuo, come una tovaglia che qualcuno ti sfili all'improvviso da sotto i piatti, proprio mentre sei seduto a mangiare. «Ma mi aveva detto 100 in tutto». «Signora, è ubriaca? Intendevo 100 al metro quadro». Il capolavoro è un tizio che si è offeso perché alla fine le piastrelle da pavimento le abbiamo prese nel piacentino e non da lui. «Io quelle da parete ce le avrei, qui pronte in casa. Ma, ecco, ho deciso che non ve le dò più».
For me to have this sympathy I Pupi grandi sono ancora in vacanza: con i lavori in casa abbiamo preferito tenerli lontani. Staziona invece al nostro fianco la Piccolissima, giunta al ragguardevole traguardo di otto mesi e mezzo, che si sveglia da settimane tre/quattro volte per notte (saranno i denti? Se avete opinioni confortanti vi prego di condividerle). Diciamo allora che la mancanza di sonno mi ha fatto perdere un po' di lucidità. Ieri per esempio al momento di pagare ho avuto qualche defaillance con la moglie del trovatore di cementine.
(Io) «Allora per la fattura poi ci sentiamo. Intanto mi segno il suo nome. Lei è la signora...»
(Lei) «Carmen».
(Io, davanti a Mike Delfino che non credeva alle sue orecchie) «Carne?»
(Lei, esterrefatta) «Ehm... no... Carmen».
Shame on you A voi i lavori in casa creano stress o tutto sommato tenete botta? A me, nonostante la polvere e la fatica e le sveglie all'alba e le piastrelle introvabili, gli artigiani mettono sempre di buonumore. Poi li rispetto perché lavorano sudati e ricoperti di polvere, imprecando costantemente, senza nessun motivo. La bestemmia è diciamo il loro rosario. Sono anche multilingue: «Ma va caca n'du campanaru». «Mannaia la materia». «Ma vafangul tu, mammt, patrita, sorita, e tutt a razz toj» erano le perle del capo dell'impresa, calabrese. Un operaio sudamericano ripeteva scuotendo la testa: «Andate a lavar el culo». Il piastrellista ucraino invece aveva imparato a bestemmiare in italiano, però con un curioso accento: «Porki, porki, porki». Ometto le volgarità più stratosferiche.
Soundtrack Sono le Indigo Girls, ragazze spettinate e selvagge come me e la Piccolissima in questi giorni. Vi metterei i link ma devo andare a congedare il piastrellista, porki.
giovedì 7 agosto 2014
Bisogna per forza fidanzarsi?
| Una vita no frills. |
Il Pupo, cinque anni e mezzo, l'altra sera, stranamente pensieroso, con la sua esse da Jovanotti:
«Mamma. Quando sarò grande devo per forza sposarmi? Fidanzarmi?»
«No, amore mio. Non per forza. Però spero che tu incontri una persona con cui ti venga voglia di farlo. Perché me lo chiedi?»
(Enfatico) «Non ho voglia di tutto quel casino, sai».
«No, non so. Ma se me lo spieghi sono contenta».
(Declamando e contando sulla punta delle dita): «Uno. Non voglio possedere un cellulare. Due. Non voglio lavorare tutto il tempo sul telefono come fa papà. Tre. Non voglio nemmeno possedere un computer».
«E pensi che queste cose siano legate al fidanzamento, alla famiglia?».
«Penso solo che sarà difficile trovare una ragazza che voglia vivere con uno come me».
«Come te, in che senso?»
(Guardandomi serio con quei suoi occhi bellissimi, verdi e dorati) «Mamma, sai, io voglio essere un ragazzo pescatore. Vivrò in una capanna, vicino a un bosco».
«Amore, sono sicura che troverai una ragazza capace di apprezzare».
«Più facile in Francia che in Italia, vero?»
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