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mercoledì 28 maggio 2014

Buon compleanno, Pupa

Epic fail
Tutto abbastanza tranquillo qui nel Bovisashire. Oggi la Pupa compie 9 anni e non passa giorno senza che io ringrazi il cielo per averla avuta. Il suo ingresso nel decimo anno di vita avviene peraltro nel segno di una certa instabilità, in coincidenza perfetta con l'arrivo imminente del suo terzo fratello. L'altro giorno tornando da scuola siamo passate davanti alla chiesa del nostro quartiere e abbiamo incontrato per caso il sacerdote: under 40, gentile, kid-friendly. «Buongiorno, don G», l'ho salutato. «Nel vederla approfitto per chiederle se conosce le date dei battesimi di settembre. Volevo organizzare quello della Piccolissima adesso, a maggio, ma poi mi è occorso questo incidente», ho detto indicandomi il polso gessato.
La pazienza non cresce in una notte «Deve avere un po' di pazienza», ha risposto don G. «Come saprà stiamo per nominare il nuovo parroco, tante cose stanno accadendo nella nostra chiesa. Dobbiamo riaggiornarci a metà giugno. Sarete a Milano per allora?». «Certo che sì», è intervenuta garrula la Pupa. «Alla fine della scuola andremo al mare ma poi torniamo, sa com'è, sta per nascere il mio fratellino». Al prete prima sono caduti gli occhi sul mio addome (quasi) piatto, poi è franata la mascella. «Eh?». «Sì, don G, vede, ecco, noi... io e il padre della bambina siamo divorziati». «Eh?». «Siamo divorziati». «Cooosaaah?». «Siamo divorziati. Il fratellino di cui parla mia figlia, eeeh... viene dalla parte del papà. Per parte nostra, cioè mia, la sorellina l'abbiamo già avuta. È nata lo scorso dicembre. È lei che battezziamo».
(Lui): «Aaah. Benissimo».
(Io): «Bene».
(Lui): «Perfetto. Perfetto. Bene. Benissimo».
(Pupa): «È una bellissima notizia, vero?»
Siamo fatti in modo terribile e prodigioso (Salmi 139:14) «Pupa, perché devi sputtanarmi davanti al prete? Ti ho già spiegato che non è obbligatorio raccontare sempre a tutti, nel dettaglio, la nostra situazione famigliare». «Mamma, e tu perché usi questa parola? Non l'ho mai sentita, dunque penso che è una parolaccia». «Penso che sia. Quando finirà, la tua guerra ai congiuntivi?». «Perché cambi discorso? Perché dici parolacce?». «Hai ragione. Ora respira profondamente e ripeti con me: "Mamma, mi spiace di averti sputtanato davanti al prete"». «Non posso, è una parolaccia. Comunque sei stata tu, a raccontare tutto al prete. Io, io gli ho solo detto che stava per nascermi un fratellino».

Quanta pazienza.
La pazienza non cresce in una notte/2 Ah, quanta pazienza devo avere. Quanta pazienza, quando chiedo a Mike Delfino di tenere la Piccolissima per mezz'ora in modo da lasciarmi concludere questo post - l'ho cominciato stamani, chissà se riuscirò a metterlo online entro mezzanotte - e lui comincia a roteare per la stanza tipo avvoltoio, ad attendere che io finisca con la bambina in braccio, girandomi attorno in cerchi sempre più stretti mentre lei gracida stanca e stridula, e quando gli chiedo «Puoi andare di sopra un pochino, per piacere», mi risponde stizzito, dopo aver avuto tutta la giornata per sé e per il suo lavoro, «Aaaah, ti piace la vita comoda, vero?».
La pazienza non cresce in una notte/3 Quanta pazienza devo avere, quando prendo la Piccolissima e lei mi vomita addosso per la terza volta in un giorno, e il vomito per una volta non mi finisce sui vestiti ma con misteriosa diabolica precisione scivola giù giù nella scarpa destra, nella stretta intercapedine tra il piede e l'interno della calzatura, di modo che debbo poi andarmene in giro per un bel pezzo facendo scic-sciac, prima di tornare a casa e finalmente cambiarmi. Quanta pazienza ci vuole a stare con qualcuno, a starci davvero intendo, a tenere assieme - in piedi - una casa che non sia solo solida ma anche luminosa. Per fortuna succedono anche cose che ci fanno ridere, e tanto. Come quando l'altra mattina Mike Delfino si è svegliato alle sei pensando che fossero le sette e mezza. Non trovava il cellulare, era convinto fosse tardissimo. Io dormivo beata, lui rimbambito com'era è andato a guardare l'ora sul termostato. Ha letto 23, ha pensato fossero le 11 di sera. Si è stupito per tutta quella luce. Nel dubbio ha deciso di svegliare Baracca e Burattini, li ha portati al piano di sotto, ha ignorato l'orologio a muro e anche quello del forno, li ha fatti vestire, ha scaldato il latte, si è preparato a sua volta. Alle sette del mattino erano tutti pronti a uscire, un po' pallidi e smarriti. «Sono fatto così», mi ha spiegato poi la sera esausto, tra gli sbadigli. «Quando parto, parto. Ormai mi ero alzato, il meccanismo era avviato», si è giustificato. Questa è la nostra vita: meccanismi che si avviano, che arrestare è difficile. Questa è la nostra famiglia: diciamo ai preti quel che non si deve. Facciamo figli. Cerchiamo di tirarli grandi al meglio, festeggiamo compleanni. Tanti auguri, Pupa, scusa se pubblico solo ora questo post. Grazie perché mi hai fatto diventare mamma; grazie perché ancora non dici i congiuntivi, e perché mi spingi fuori dai binari di continuo. Non uso più quell'altra parola che a te non piace, quella che non ripeteresti.

domenica 18 maggio 2014

Non si uccidono così anche i pidocchi?

Stavolta niente musica, perché
La casa è all'improvviso quieta, la Pupa a una festa, i maschi di casa - cane compreso - al parco. La Piccolissima dorme nella culla, non si sa per quanto. Io, polso rotto, bestiale raffreddore e un giro di domopak in testa, scrivo. Un antico interrogativo riecheggia nella mia mente e tra queste pareti: esiste un modo per liberarsi definitivamente dai pidocchi?
Scuole del centro vs scuole di periferia Nei tre anni in cui la Pupa ha frequentato la scuola materna posh, in casa non se n'è mai visto uno. Invece quella del Pupo, qui nel Bovisashire, ne è piena. «Da noi sono endemici», si stringono nelle spalle le maestre. Qui vige la regola severissima per cui ogni bimbo pizzicato anche solo con un singolo ovetto debba starsene a casa fin quando non supera l'esame di riammissione alla Asl. Di solito è Mike Delfino a portarci il Pupo. Indossa la camicia buona e fa grandi sorrisi alle dottoresse per ingraziarsele, sperando che guardino più lui negli occhi che il bambino dietro le orecchie.
Vivo, morto o X Il fatto è che vige pure la crudele regola che per essere riammesso il bambino non debba avere in testa una sola lendine; poco importa che sia viva, morta o chissà, quelli sono capaci di rimandarti a casa anche solo per un granello di forfora sospetto. Tantissimi dubbi mi attanagliano. Perché il Pupo prende sempre i pidocchi? È vero che i capelli biondi li attirano più di quelli scuri? Ho lavato a 60 gradi tutte le lenzuola e anche le federe, basterà o devo lavare anche i cuscini? Non è una notizia davvero curiosa che il tennista Roger Federer abbia avuto due coppie di gemelli una di seguito all'altra? Come facciamo a dormire senza cuscini?
Altre domande Qualche giorno fa ho chiesto a mia madre di portare il Pupo dal parrucchiere. «Solo una spuntatina per piacere. Soprattutto, non fargli tagliare i capelli sulla nuca. Mi raccomando, lo sai che, per quanto bellissimo, il nostro principino ha una lieve asimmetria del cranio». «Tranquilla. Per chi mi prendi?». Il Pupo è tornato a casa che sembrava un ciddone. Diciamo una specie di improbabile calippo, una cosa che non si può guardare, un taglio disgraziato, i capelli cortissimi soprattutto sulla nuca. Lato positivo della faccenda: le lendini si vedono meglio, e ieri ho beccato pure qualche vivace animaletto.
In caso di denuncia Ed ecco che tutta la famiglia tranne la Piccolissima ha fatto due trattamenti, uno ieri mattina e l'altro oggi, perché ho visto ancora un paio di bestioline in giro per la testa del Pupo. Se domani da scuola me lo rimandano a casa saprò che è stato uno di voi a denunciarmi, non fatelo per piacere, dopo due ore di schiuma mortifera e domopak voglio ben sperare che non ci sia più nulla di vivo tra i nostri capelli. Il domopak lo aggiungo perché mi sono convinta che così le bestie soffochino meglio.
Ancora domande Del resto avevo preannunciato, questo è un post pieno di dubbi. Esiste su internet un sito che promette l'eradicazione totale e definitiva dei pidocchi «con un rimedio da 3 euro al supermercato», voi sapete cos'è? Il sito propone di acquistare un corso a 37 euro ma la cosa mi fa innervosire. Detto sito sostiene anche che i rimedi che ci mettiamo in testa siano «tossici e portino al cancro e alla morte», anche questo mi fa innervosire. Io ho provato anche un pettinino elettrico che promette di bruciare vive le bestiole un po' con lo stesso principio della racchetta antizanzare, ma l'unico effetto è stato procurare una quantità di segni rossi sulla cute dei bambini. Mia zia usava allo stesso scopo la piastra per lisciare i capelli ma mi pare che anche quella sia ad alto rischio ustioni.
Verità e leggende A voler essere ottimisti qui direi che si fanno dagli otto ai dieci trattamenti all'anno (ogni volta almeno doppi, a distanza di sette giorni l'uno dall'altro). Durante questi tranquilli weekend di paura vagoliamo per casa per ore, nervosi e irritabili, con i nostri preservativi di pellicola cacciati sul capo. Ognuno ha le sue teorie: Mike Delfino per esempio sostiene di essere il meno aggredito della famiglia perché «il cloro della piscina infastidisce i pidocchi», la Pupa che la sua compagna Y «ha avuto i pidocchi per tutto l'anno senza mai smettere», io che i capelli colorati respingano le bestie dannate - i miei non li ho mai tinti ma forse dovrei cominciare, vi risulta funzioni? Sui pidocchi circolano verità e leggende. Una mia amica dice di spruzzare un misto di lavanda, timo e bergamotto (credo) sulla nuca dei bambini. Un tizio che conoscevo ha fatto un incidente in moto, si è rialzato in piedi da solo dicendo «Non è nulla», poi si è tolto il casco e gli è caduta la testa. Un'altra amica lava i capelli suoi e dei figli con acqua e aceto, ne sapete qualcosa? Aiuto. Alla Pupa stamani sono venute le guance rosse perché le era colato un po' di prodotto sul volto, lei sopporta stoica ma così tutta a chiazze, poveretta, faceva impressione.


mercoledì 7 maggio 2014

Sempre più difficile

Se ti tagliassero a pezzetti
Si è poi rivelata davvero brillante l'idea di caricare Baracca e Burattini e partire giovedì scorso per l'ultimo ponte, alla volta del caratteristico borgo ligure tutto salitine e discesine che ospita una suggestiva casa di famiglia, nonostante il meteo avverso. Come ha suggerito Mike Delfino: «Andiamo lì e ci rilassiamo un po'. Anzi, sai come si dice in questi casi: stacchiamo. E se fa freddo o piove, che problema c'è? Vorrà dire che accenderemo il caminetto». In trasferta abbiamo conseguito un un duplice obbiettivo: il Pupo ha fatto il primo bagno di stagione - temperatura acqua 5 gradi, aria 10 gradi - e io mi sono rotta il primo polso della mia vita. In effetti, spero anche l'ultimo.
Laccio, il cane che ti spacca il braccio Eccomi dunque a scrivere questo post indossando il grazioso guanto di gesso che vedete nella foto sopra. Se per caso ve lo state chiedendo: è scomodo, fastidioso e anche doloroso. Per la precisione mi sono sfracellata al suolo venerdì sera, inseguendo il cane che era scappato di casa contestualmente conquistando il titolo di Idiota dell'Anno. Ho scoperto che non è per nulla difficile, scivolare sotto la pioggia battente su una delle salitine/discesine del caratteristico borgo. Stavo cadendo di chiappa - il che sarebbe stato perfetto - ma all'ultimo momento l'istinto fallace mi ha spinto a poggiare la mano a terra. Trovandomi giusto all'inizio di maggio, aka il mese mariano, ho trovato particolarmente appropriato invocare la Madonna e tutti i santi.
E guarirai da tutte le malattie «Non è niente di grave», ho poi rassicurato gli amici del caratteristico borgo che ci aspettavano a cena. «Niente di grave», ho ripetuto andando a letto, verso le 23, con tre tachipirine in corpo e qualche vago sospetto. «Mi fa un male atroce. Mi accompagni al pronto soccorso?» ho scritto alle 2 di notte alla mia amica del caratteristico borgo. Lei ovviamente dormiva, e così in ospedale ci siamo arrivate solo al sabato mattina. «Signora, è un'infrazione del piramidale. Nell'ambito delle fratture polso/mano, poteva andarle molto peggio», mi ha fatto notare dopo quattro ore d'attesa e tre lastre il medico dell'ospedale di Sarzana, strana città di confine tra Liguria e Toscana. «Se lo dice lei, che ne ha visti tanti». «Veramente sono otorino, è il primo gesso che faccio». «Ah, fantastico». «Non sia negativa. Se con lei mi va bene, avrò avuto il 100% di successi». «Ha ragione, ma sa com'è. Anche per me è il primo gesso, sono un po' apprensiva». «Maremma, qui non si può più nemmeno scherzare. Suvvia, sono ortopedico».
Dove sarò domani, che ne sarà dei miei sogni infranti, dei miei piani Una delle idee forti di questo periodo (l'originale, peraltro, non è di Chiara Gamberale) è che valga la pena di provare ogni giorno a fare qualcosa di diverso dal solito, anche solo per pochi minuti. A voler guardare il lato positivo della faccenda, il braccio rotto mi permette di sperimentare attività del tutto inedite. Per esempio non posso più prendere in braccio la neonata normalmente, ma devo triangolarmela addosso con uno scatto del basso addominale seguito da un rapido quanto preciso movimento del polso (il sinistro, quello sano), lanciandomela tra petto e spalla come fosse una sciarpina. Lei ha pianto solo le prime volte, ora si limita a sbattere le ciglia per la sorpresa.
Ma sono lacrime Per pulirmi ho bisogno di Mike Delfino. Se la cava bene ma tende a strofinarmi con troppo vigore, a tratti quasi con rabbia. Ho calcolato che di qui al giorno della rimozione del gesso - sperabilmente il 28 maggio, la data esatta del compleanno della Pupa - dovrà farmi almeno 11 docce,  una ogni 48 ore. So che carezza l'idea di cominciare a lavarmi con l'idropulitrice, acquisto collettivo dei miei vicini della casa-cantiere: «Basta regolare la pressione al minimo. Sarà come portarti all'autolavaggio».
Dammi quel che vuoi, io quel che posso Ora ditemi sinceramente secondo voi quanto sono sfigata da 1 a 10. Bambini + cane + pesci di cui uno psicotico = ci mancava solo il polso rotto. Per forza di cose Baracca (la Pupa, se non l'aveste capito) e Burattini (suo fratello) sono dovuti entrare nel circuito del lavoro minorile. «Bambini, io non ce la faccio. D'ora in poi dovrete aiutarmi in tutto. Per esempio a caricare la lavastoviglie, a stendere i panni, ad apparecchiare. Vi vestirete da soli, smetterete di menarvi, farete i rutti in silenzio, tu Pupo ti addormenterai senza pretendere che restiamo sdraiati al tuo fianco per 40 minuti. Fate conto che per questo mese io divento la bambina e voi gli adulti». «Allora dobbiamo aiutarti anche a lavarti il culetto?». «No, Pupo. Sperabilmente quello, in qualche modo, continuerò a farlo da sola».

Soundtrack: Domani
L'ultimo bacio
La cura
Se ti tagliassero a pezzetti

giovedì 24 aprile 2014

Amiche mie (e altri dilemmi)

Mia madre, se contasse bene i panni che ha lavato, probabilmente vestirebbe il mondo
«Sbrigati a scrivere questo post, che il libro diventa vecchio» (dice la mia amica). «Non posso, non ce la faccio, non ho tempo». «Dì la verita, il problema è che sei pigra». «Hai ragione. È colpa mia. Perché al mattino verso le cinque cinque e mezza, dopo aver allattato e riaddormentato la Piccolissima, potrei benissimo alzarmi, andare a correre al parco profittandone per portare fuori anche il cane Laccio (che non è un pagliaccio), tornare e fresca di doccia, dopo essermi passata la crema idratante su tutto il corpo e un po' di contorno occhi che non guasta mai, preparare per il resto della famiglia ancora dormiente anche la colazione, magari qualche centrifugato, un po' di yogurt fatto in casa, e poi spalmare artisticamente generose quantità di marmellata biologica sul pane impastato a mano la sera prima, e ancora mi avanzerebbe tempo per scrivere un'oretta, dopodiché potrei svegliare il mio amato con qualche dolce carezza di quelle che piacciono a lui, e poi sottrarre i bambini al sonno ricoprendoli di baci e cominciare allegramente la giornata insieme a loro. Invece sai che faccio, dopo aver allattato e riaddormentato la Piccolissima?». «No». «Mi riaddormento pure io».
I battiti del cuore Però, però, però: la settimana scorsa ho incontrato Silvia Ballestra, di cui sono sempre stata fan e che ha da poco pubblicato il romanzo Amiche mie, diventando definitivamente la mia eroina personale. Perché racconta di quattro donne - Carla Sofia Norma Vera - che, amiche mie, potrebbero esserlo davvero, preoccupate del cibo scadente della mensa scolastica, afflitte dopo una separazione, stritolate dal ruolo di madre-moglie oltre il quale (a volte) c'è il nulla, sconcertate da uomini-piacioni impegnati a corteggiare ragazzine. Di cosa parla il libro? «Di donne che in fondo non erano state raccontate né studiate. Insomma, non erano state celebrate seriamente».
I cani hanno la febbre tutto l'anno Mi piace di Silvia Ballestra che dopo tanti anni a Milano, dove sono nati i suoi due figli, le sia rimasto appiccicato addosso l'accento marchigiano, viscoso e birichino, sicché mi accorgo riascoltando l'intervista che certe sfumature delle parole le escono diverse da come escono dalla mia bocca, ma per il resto mi sento simile a lei e alle protagoniste di Amiche mie, che affrontano i fatti della vita «semplicemente, perché è così che va fatto: sono appena passate da una fase precisa, quando i bambini sono piccoli, in cui si è chiamate a essere madri. Del resto di alcune cose, tipo le gravidanze, lo svezzamento, è ovvio che si debbano occupare le mamme. Il punto è che quando hai finito di farle tenti di tornare in possesso della tua vita, anche lavorativa, ma sappiamo che molte donne, quando tornano, il lavoro non lo trovano più. Manca la via di mezzo. Ci sono quelle che il lavoro non lo trovano da principio, quelle che lo perdono perché hanno avuto un figlio, e però all'opposto sono tante anche quelle che lavorano troppo; c'è ancora quel detto lì, o i figli o il lavoro, e invece bisognerebbe trovare un compromesso».
Tutto nasce dal basso (e poi va su) Quando parla Silvia Ballestra inclina la testa di lato e fa un mezzo sorriso, «Io penso che dal basso possiamo e dobbiamo cambiare le cose. Alcune cose positive adesso stanno succedendo, dei segnali ci sono. Dopodiché certo ci vuole fatica, il nostro è un percorso di lotta». Addirittura? le chiedo. «Massì. In una metaforica partita a Risiko l'uomo ammassa carrarmatini, la donna si indebolisce. Ancora accade, fuori e dentro il mio romanzo. L'importante è non deprimersi, semmai arrabbiarsi. Socialmente con la mensa che non funziona, nel privato con i mariti. Sono stufa dei "Che bravo, quest'uomo che cucina. Che bravo, questo papà che cambia il pannolino"». Quante volte sentite ripetere questa frase o magari la dite voi stesse? (Se la dite, perché la dite?)
Tutto può succedere, su questo non ci piove Se chiedete a un bambino di disegnare la sua famiglia è facile che sul foglio ci finiscano una mamma ai fornelli che cucina, e un papà che guarda la tv. «Non sarebbe un male in sé se a volte, almeno a volte, accadesse il contrario. Sennò si genera infelicità, almeno credo. Io non potrei starci in un rapporto così». Le protagoniste di Amiche mie lo sanno bene. «Per Carla, Sofia, Norma e Vera la relazione di coppia non è un "sogno da realizzare" ma piuttosto un "progetto". Mi piace la parola progetto perché ha dentro l'idea di qualcosa che bisogna sforzarsi di costruire, concretizzare, non è il sogno di Biancaneve. Mi interessava parlare anche di donne separate senza entrare nel giudizio sulle coppie, volevo almeno sfiorare il tema delle famiglie smembrate, poi lo so che chi rimane sul campo spesso ci rimane fra macerie, lì per lì è un vero choc, però è una fortuna, trovo, che il matrimonio non sia più una condanna "fine pena mai"».
E dopo un po' mi hai lanciato la solita scarpa col tacco A proposito di ruoli, «È pur vero che il maschio, mentre tu litighi e gli dici le peggio cose, ribalti tutta la tua vita, metti in discussione il rapporto, minacci di andartene, arrivi per la rabbia a prendere selvaggiamente a pugni l'auto in cui sei seduta, è capace di non dirti nulla se non "Ehi, guarda che quello è l'airbag del passeggero"».
E tu già lo sai che ritorno da te Certe cose dunque, ci ricorda Amiche mie, non cambiano mai. «Però cose che un tempo erano ovvie oggi non sono più tali, come la moglie senza bancomat a cui il marito elargisce ogni settimana il denaro contato per fare la spesa, anche se è ancora vero il contrario: un marito che perde il lavoro e deve farsi mantenere dalla moglie entra in crisi profonda». La donna invece no. «Sa farsi bastare quel che ha. Un aspetto tipico del femminile postmoderno sono "i lavoretti". L'altro giorno in piscina ho visto una donna con i suoi bambini che si tirava fuori dalle tasche dell'accappatoio decine di collane fatte da lei. Lo slogan è: "Almeno faccio qualcosa"». Da madre di figli maschi (due) come si regola nell'educarli? «Fatico tanto e dico a me stessa e alle "amiche mie": non dobbiamo tornare indietro, dobbiamo ricordare le lotte delle donne che hanno combattuto per noi negli anni 70, siano benedette sempre. Però penso che piano piano anche i maschi stiano cambiando, sono ottimista da questo punto di vista. Grossi spostamenti ancora non si sono visti, lo so. Ma secondo me arriveranno». Allora da madre di figlio maschio (uno) mi chiedo e vi chiedo, questi cambiamenti sono proprio dietro l'angolo, oppure un po' più lontano?   

Soundtrack: Capo Horn
Un raggio di sole
Dal basso
Tutto può succedere

mercoledì 9 aprile 2014

Le domande del Pupo

E tu scrivimi, scrivimi se ti viene la voglia
Nel mio personale regno Maraonide lo sport nazionale essendo «sbattere di continuo negli stipiti causa stanchezza, procurandosi lividi di estese dimensioni», l'altra sera ho superato me stessa rendendomi protagonista del seguente orribile accadimento: ho poggiato il piede nudo su un cumulo di bambole e di pupazzi (decine di essi, invero) armoniosamente disseminati sul pavimento da quel brighella del Pupo e dal suo compagno di merende Nicola, e ho avvertito un dolore acutissimo, inatteso quanto intenso, del tutto inspiegabile. Facendo sfoggio della mia usuale classe ma soprattutto essendo in presenza di svariati minori, alcuni dei quali da me generati, altri invece provenienti da altre famiglie al cospetto delle quali avrebbero potuto denunziare eventuali volgarità da me pronunciate, mi sono prodotta in un composto «Porcoggiuda» a voce nemmeno troppo alta.
Poiché il dolore non accennava a svanire ho esaminato all'istante il mio piede per scoprire, quelle horreur, che per qualche misterioso motivo qualche str uno dei miei adorabili figlioletti o dei loro amici aveva infilato un ago nel vestito di una bambola, «perché giocavamo che la bambola era andata dalla sarta cinese, mamma», ago sul quale ho avuto la ventura di camminare ficcandomelo nella pianta del piede per più di metà: quando l'ho tolto, cercando contestualmente di non svenire, ne fuoriusciva giusto la cruna. A mia parziale consolazione ho pensato: che bello, per una volta posso usare la parola «cruna», ché in effetti è un vocabolo molto interessante e a meno di non essere del settore non capita tanto spesso di poterlo sfruttare come merita.
Ti ringrazio per avermi stupito Nel frattempo, la mia adorata amica Pellons mi prende nemmeno troppo garbatamente in giro perché causa parziale ottundimento e temporanea disconnessione neuronale tendo a confondere De Gregori con De Gregori. Le rispondo colpo su colpo con una lista delle più recenti domande del Pupo, che a 5 anni, avendo vagamente cominciato a superare il trauma per la nascita della Piccolissima, veleggia tutto allegro nel periodo d'oro delle Grandi Domande, e dei Perché (vi prego di aggiungere sotto, in fondo alla lista, anche le Grandi Domande dei vostri pupi. O anche dei vostri adulti, se è per questo. Fatelo adesso, prima di dimenticarvele).
Tra i tuoi fiocchi di neve e le tue foglie di tè
«Ma i puma rubano?»
«Berlusconi non va in carcere solo perché è troppo vecchio?»
«Ma i numeri, a un certo punto, finiscono?»
«Posso andare al campuss di judo anche se sono troppo piccolo?»
«Posso mettere un po' di acqua e fango in questo borraccetto?»
«Come è morto Michael Jackson?»
«Da dove arriva l'acqua?»
«Posso andare al campuss di judo tra 50 giorni, quando sarò più grande?»
«Ma è più forte Hulk o Pisapia?»
«Ma è più bravo Munch o Pollock?»
«Ma quando finisce il mondo, Dio c'è ancora?»
«Posso bere un po' di acqua e fango oppure è velenoso?»
«Ma quando tu eri piccola, esistevano le Hot Wheels?»
«Anche nell'isola di Conan» (il cartone animato, nda) «ci sono i cattivi?»
«Quando sarò grande posso fare ogni giorno un lavoro diverso?»
«Tecnicamente il mare che abbiamo adesso è lo stesso del Giurassico?»
«Posso dare un po' di acqua e fango alla sorellina?»
«Posso andare al campuss di judo tra 50 giorni, quando sarò più grande, con te? Però io dormo con i miei compagni e tu nella stanza accanto».
«È più forte lo zio Enrico o Matteo Renzi?»

Soundtrack: Natale
Buonanotte fiorellino


mercoledì 26 marzo 2014

Crescere bambini piccoli (e medi, e grandi)

La Mini gioca a "Uno" con i suoi fratelli
Mi hanno dato un incarico di responsabilità
Per la prima volta in vita mia mi trovo a saper quello che lascio, e non saper quello che trovo Ho avuto il dubbio di aver fallito il mio compito di educatore quando Mike Delfino, l'altro giorno, mi ha telefonato allarmato: «Stamani mezz'ora dopo aver lasciato il Pupo mi hanno richiamato dalla scuola materna, chiedendomi di tornarci con urgenza. Quando sono arrivato la maestra K. mi ha messo in mano un coltellino e mi ha detto: "Suo figlio stamattina è arrivato con questo"». «Cooome? Un coltellino? Ma stai scherzando?». «Purtroppo no. Aveva un coltellino di tipo di svizzero. Nero. Piccolo. Con tre funzioni: lama da 5 cm, forbicine, limetta per unghie. Ti dice niente?». «A dire il vero, non troppo». «Il Pupo sostiene che gliel'ha dato sua sorella». «Ma che cosa ci stava facendo, con il coltellino?». «Lo mostrava compiaciuto ai compagni. La cosa buona è che non stava minacciando nessuno, né chiedendo soldi. Non ho capito se era anche riuscito ad aprirlo, oppure no». «E cos'ha detto l'insegnante? Cosa si fa con i teppisti della scuola materna, vengono sospesi dalle lezioni?». «Apparentemente no. La maestra mi ha detto solo: "D'ora in poi, prima di fare uscire suo figlio di casa, lo perquisisca"». «Era arrabbiata?». «Non proprio. Diciamo che sorrideva a denti stretti».
E per la prima volta so cos'è la nostalgia, cos'è la commozione Mentre il Pupo si avvia verso la strada del baby-terrorismo, la Piccolissima mette in campo i suoi quattro neuroni per contribuire a prestigiosi progetti di ricerca scientifica. Alcune settimane fa abbiamo ricevuto una lettera dell'Università Bicocca, che ci invitava a partecipare al "Laboratorio Prima Infanzia": neonati di varie età vengono sottoposti a stimoli sensoriali (visivi, uditivi, tattili) per studiarne le reazioni. E così ieri mattina la Piccolissima è stata piazzata (in effetti a sua insaputa) in braccio a una ricercatrice, in una stanza buia, a osservare uno schermo, ascoltare suoni e farsi accarezzare la schiena nuda con un pennello (!), mentre io e un'altra ricercatrice la osservavamo su un monitor, in un'altra stanza. «Come sta andando?» ho chiesto io a un certo punto, scettica. «Benissimo. Il neonato di prima ha pianto tutto il tempo». «Mi sembra un po' l'atmosfera di Paranormal activity, non trova?», ho aggiunto a un certo punto per stemperare la tensione, «E comunque, a quanto pare mia figlia non reagisce a nessuno stimolo». Detto tra noi, mi sembrava pazza o drogata. «Ssssh! Non si preoccupi. Poi me la riguardo tutta frame by frame. Vedrà che bei risultati». In effetti dopo qualche minuto la Piccolissima ha basculato pericolosamente in avanti e ha cominciato a ciucciare vigorosamente, sbavandolo in abbondanza, il braccio della ricercatrice, che continuava nonscialante a spennellarle la schiena. «Possiamo smettere», ci hanno comunicato di lì a poco. In ogni caso credo che siamo piaciute, perché prima di rimandarci a casa ci hanno messo in mano l'attestato che vedete sopra, che ho fotografato sapientemente per voi.
Mi hanno detto che una nave c'ha bisogno di un comandante. Mi hanno detto che l'incarico è importante La Pupa di recente è apparsa nervosetta. A otto anni risponde male come una teenager, finge persino di offendersi e si chiude per tre minuti di fila, si mangia tantissimo le unghie e si intorcina i capelli in splendidi "gira-gira" impossibili da sciogliere. L'altra sera a tavola ci ha guardato e ha deciso all'improvviso di giocare a carte scoperte: «Mamma, Bau, sono preoccupata». «Di cosa, amore?». «Non sono sicura di volere questo nuovo fratellino, quello che avranno papà e sua moglie. Di volere che nasca, cioè. Un po' sono contenta, ma un po' no». «Ciccia! E come mai?». «Ho paura di perdere l'affetto di Punc. In fondo per otto anni sono stata la sua unica figlia». «Ma cocca, non ti preoccupare. Io ho forse smesso di amarti quando è nato il Pupo?». «No». «E quando è nata la Piccolissima?». «No». «E secondo te ti amo di meno o di più, con il passare del tempo?». «Sempre di più». «E allora, di cosa ti preoccupi?». «Beh. Beh», ha detto lei accarezzandosi il mento con aria riflessiva. «Come faccio a essere sicura di quel che succederà? Voi genitori non siete mica tutti uguali».

P.S. Questo post partecipa al concorso «Scrivi interrompendoti ogni 90 secondi per accudire una neonata, cambiarla, ninnarla per farla riaddormentare, allattarla, pulirle il naso, correre sul posto con lei in braccio per calmarla, bere un litro di orribili tisane al finocchio, coordinare il flusso di nonni e padri affinché si occupino dei bambini più grandi».

Soundtrack: La linea d'ombra



venerdì 14 marzo 2014

Macho, macho man

Ci sono momenti in cui ti viene tutto addosso A volte, oppure spesso, ci si sente sopraffatte. Le giornate cominciano piene di promesse. Ogni cosa sembra possibile, si fanno progetti. Vedrò questa persona, scriverò a quest'altra, m'inventerò lenzuola colorate per i letti, il pane fatto in casa, l'idea per un nuovo romanzo. Poi tutto comincia a franare. Al netto degli imprevisti, verso il tramonto, niente corrisponde a quel che si era sperato.
Ad una croce qualunque ti inchioderei L'altra sera un amico di mio figlio è corso a chiamarmi che fuori era già buio. «Guarda che sta piangendo disperato», mi ha detto, così mi sono precipitata fuori. Il Pupo era circondato da un gruppo di bambine che lo accusavano di aver preso la bambola di una di loro, cucita a mano da una nonna della nostra casa-cantiere. Lui, in effetti, singhiozzava: «Questa è mia. L'ho anche chiamata Elisa». Ho confermato: «È vero, bambine. Questa bambola è del Pupo. È uguale a quella di Matilde perché l'ha fatta, e ce l'ha regalata, la stessa persona».
Mio fratello che guardi il mondo A microdramma ricomposto, siamo tornati a casa. La mia saggia Pupa stava disegnando. Senza neanche alzare gli occhi dal tavolo ha commentato: «Le bambine non riuscivano a credere che Elisa fosse di mio fratello. Normalmente non si pensa che un maschio possa amare una bambola. Un maschio come lui, poi». «Come lui, in che senso?». «Beh, uno di quasi cinque anni e mezzo. Supereroico».
Se avessi labbra migliori ti abbatterei Quest'episodio mi ha spinto a riflettere sugli stereotipi di genere. Persino nella nostra comunità illuminata, equa e progressista non è considerato normale che, in mezzo ad altri giochi, un maschio possieda una bambola, che le voglia bene fino al punto di darle un nome. I vostri bambini, maschi e femmine, con cosa preferiscono giocare?
Per contro, il Pupo mi piace proprio perché, pur essendo un campione di superomismo, col passare del tempo conferma e alimenta grandi squarci di tenerezza. Tipo ieri mattina, quando inaspettatamente mi ha baciato sul collo, appena sveglio, e poi mi ha detto: «Mamma, ora sento tutto un calduccio sulle labbra. Secondo te è l'Amore?»
Il programma preferito della neonata
Come se dopo tanto amore bastasse ancora il cielo A volte, del tutto oziosamente, mi chiedo cosa ne sarà della Piccolissima. Mi domando che scelte farà, se vorrà diventare medico o infilare collane, se vivrà nella nostra città oppure all'estero, se vorrà avere un figlio, se le piaceranno gli uomini, oppure le donne. Quel che è bello di lei è che per ora, come ogni neonato, si gode il qui e ora. Ha eletto l'acquario dei pesci rossi sua personale tv: ci passa davanti decine di minuti, incantata. Poiché negli ultimi giorni sul vetro si sono accumulate un po' di alghe ho detto a Mike Delfino: guarda che la tv di tua figlia ha il segnale un po' disturbato. Lui non si è scomposto: tranquilla, appena torno dal mio viaggio di lavoro gliela risintonizzo. Serve (anche) a questo, avere un uomo in casa: cambiare lampadine, appendere quadri, compiere con orgoglio piccoli lavori da perfetto smanettone.

Soundtrack Carte da decifrare
La costruzione di un amore