Ho traslocato su erounabravamamma.it

Vi aspetto!

martedì 24 giugno 2014

Mi sembra di avere cento fratelli

Mo' basta veramente, però
Martedì scorso, con parto da manuale e dieci giorni d'anticipo, la neomamma L. ha messo al mondo il nuovo fratellino della Pupa. A noi che da sei mesi abbiamo in casa la Piccolissima, la quale nel frattempo ha acquisito il peso specifico e la consistenza di un tondino di ferro, il bebé sembra lieve e microscopico. «Vorrà dire che ti chiameremo il Microscopico», ha detto con semplicità mia figlia. Conoscenti in transito nell'una e nell'altra casa continuano a rassicurarla e a complimentarsi: «Auguroni!». «Che fortuna che hai». «Un fratello è sempre una risorsa». «Pensa poveretti i figli unici, quanto si annoiano». «Beata te, avrei voluti averli io, due fratelli e una sorella». «Tutti i piccolini di casa ti adoreranno, vorranno fare quello che vuoi tu, vorranno somigliarti in tutto».
Convivere a volte è peggio di uccidere Mentre il geniale parroco di Cameri nelle ultime ore ha paragonato «le unioni non benedette da un matrimonio in chiesa» a «un omicidio, con la differenza che quest'ultimo è un peccato occasionale, mentre la convivenza un'infedeltà continuativa», nella nostra Bovisa operaia il Don di riferimento, alla notizia di una nuova nascita nella nostra famiglia allargata, vacilla ma non crolla. «Ci sono altri bambini in arrivo o per adesso ci fermiamo qui?» ci ha chiesto ieri con lo sguardo incerto, quando siamo andati a riprendere la Pupa all'oratorio estivo. «Spero di no. Guarda, già così mi sembra di avere cento fratelli», gli ha risposto lei citando il dottor Seuss. Poi se n'è andata trotterellando, in un'imitazione quasi perfetta di Maccio Capatonda (se non lo conoscete prendetevi 62 secondi per guardarlo). «Mo' basta veramente, però», ripeteva. «Mo' basta, mamma. Mo' basta, papà. Mo' basta, tutti. Grazie».

lunedì 16 giugno 2014

Famiglie allargate

Io, che sono come il filo
«Noi siamo una famiglia allargata e tra dieci giorni avrò un fratellino. Però non dalla mia mamma, ma dalla sposa del papà di mia sorella», racconta fiero con la sua esse il Pupo, 5 anni, a chiunque incontri.
All around me are familiar faces «Tu mi hai fatto nascere perché vi tenessi tutti vicini», riflette ad alta voce la Pupa, 9 anni, mentre giocherella, in apparenza distratta, con un braccialetto di bigiotteria. «Io sono come il filo. Voi siete le perline, vi tengo assieme. Perciò non devo rompermi, o scivolerete via».

Soundtrack: Mad World

giovedì 5 giugno 2014

Alla vigilia di un viaggio (con bambini)

Mai indossare calze di collant subito prima di un viaggio
Ore 21.02 «Mamma, ti sei fatta male o ti sei solo spaventata?» mi ha chiesto l'altra sera il Pupo, osservandomi accasciata, immobile ai piedi dei due gradini che, in casa nostra, separano la cosidetta «stanza segreta» (un ripostiglio che contiene soprattutto giochi, nda) dalla zona soppalco.
In effetti ci ho messo qualche istante a rispondere, stringendo i denti e piangendo in silenzio mentre davo a me stessa dell'idiota.
Rewind. Ore 21.01 Stavo per l'appunto uscendo dalla stanza segreta, quando, avendo ai piedi due sottili calzini di collant, sono scivolata e caduta, andando a sbattere sul parquet prima con entrambe le ginocchia - sulle quali ora si stagliano ben visibili i due lividi di riferimento - e immediatamente dopo, per par condicio, con entrambi i polsi, nell'istintivo quanto inutile gesto che il 98% della popolazione mondiale compie per proteggersi il volto e la testa in caso di capitomboli. «Idiota idiota idiota», mi sono ripetuta 15/16.000 volte.
Perciò ho esitato Soffermandomi qualche istante a valutare i danni prima di rispondere al Pupo. Per fortuna ho presto capito di non essermi fatta (quasi) niente. Del resto è solo da una settimana che sono senza gesso: sarebbe stato paradossale rompermi subito un altro osso. Qualcuno nei commenti a questo blog mi aveva parlato del senso di liberazione che si prova quando, dopo aver perso per un mese l'uso di un arto (nel mio caso, il braccio destro) all'improvviso lo si riacquista. In effetti, a me la liberazione l'hanno fatta proprio sudare.
Una mattina di fine maggio, all'ospedale Galeazzi Mi sono presentata garrula e speranzosa all'accettazione, con 55 minuti d'anticipo rispetto al mio appuntamento.
(Io, 54 minuti dopo, al banco informazioni) «Mi scusi, secondo quanto c'è scritto qua tra un minuto sarei attesa in sala raggi. Ma pur essendo arrivata presto, allo sportello ho ancora ventordici persone davanti, è mai possibile? Come faccio adesso?»
(Addetta) «Abbia pazienza, è che l'età media dei pazienti è un po' alta, gli anziani fanno fatica in sede di accettazione. Non si preoccupi, non la rimandano a casa con il gesso».
(27 minuti dopo, finalmente all'accettazione, dopo aver pagato il ticket) «Benissimo cara, ora attenda che chiamino il suo numero. Quando sentirà il suo numero vada in fondo a questo corridoio a destra, al presidio infermieri, e mostri queste carte. Sapranno indirizzarla».
How soon is now? 14 minuti dopo, con 45 minuti di ritardo rispetto al mio appuntamento, mi sono consegnata spontaneamente al presidio infermieri.
(Infermiera brusca) «Abbiamo chiamato il suo numero?»
«Sì».
«È sicura?»
(Senza esitazione) «Sì».
«Uhm... strano, qui non risulta. Vabbe' vabbe' dia qua. Ok, mi faccia vedere... Bene, deve andare al primo piano e chiedere della dottoressa R».
«È lei che mi farà la lastra?»
«No. La dottoressa R deve solo firmare e timbrare questo foglio. Poi con il foglio lei andrà al piano -1, in sala raggi».
«Ah».
Officina ortopedica Di fronte agli occhi del visitatore, al primo piano, si staglia la scritta della speranza: «Officina ortopedica». Vien da pensare che qui si crei, si ripari, si rimonti con grazia ciò che è stato smontato. Però in corridoio, di fronte allo studio della dottoressa Romanò, ci sono sei sette persone in attesa. «Scusate, voi state aspettando...». La risposta è un coro all'unisono: «La dottoressa R. Però sta  v i s i t a n d o».
«Potrei secondo voi velocemente intrufolarmi, farle firmare codesto foglio e nello spazio di 30 secondi togliere il disturbo?»
È come se gli occhi dei pazienti in attesa fossero campioni di nuoto sincronizzato. S'alzano al cielo perfettamente coordinati, poi uno bofonchia: «Mmmm ooocchei, se proprio deve».
Le sudate carte Qualche minuto dopo vittoriosa fuggo verso il piano -1. Prendo l'ascensore sbagliato, finisco davanti alla sala operatoria, fingo indifferenza, salto sull'ascensore giusto, ed eccomi finalmente in sala raggi.
(Infermiere brusco): «Qui manca un foglio».
«Quale foglio?»
«La fotocopia di quest'altro».
«Eh».
«Senza la fotocopia non può fare i raggi. Dovevano fargliela in accettazione».
«Sì, ma non me l'hanno fatta».
«Adesso è un problema».
(Io, paziente) «Vuole che torni su? Magari rifaccio la coda, poi tra un 75/90 minuti ci vediamo qui con la fotocopia».
(Voltandosi verso una fotocopiatrice già accesa): «Ooocchei, gliela faccio io». 
Sicura di non essere incinta? 30 minuti dopo, in sala raggi. La radiologa è un tipo ansioso e mi chiede quattro/sei volte se sono sicura di non essere in gravidanza. Le dico che sto allattando una neonata e lei mi snocciola le decine di casi di sue conoscenti rimaste incinte dopo una settimana dal parto. Le dico un po' secca che, a parte questo, non deve preoccuparsi: non c'è nessuna possibilità che io sia incinta. «Ooocchei, la mia era solo una domanda». Fortunatamente la lastra va bene. «E adesso cosa faccio?»
«Torni al primo piano, dalla dottoressa R. È lei che toglie i gessi».
Un po' penso a uno scherzo, un po' mi viene da piangere. L'ascensore non funziona. Salgo a piedi, lentamente: piano terra, primo piano. Per fortuna davanti a me, all'officina ortopedica, non c'è più nessuno. I pazienti in attesa si sono come dissolti. Mi cade l'occhio su una finestra che qualcuno ha lasciata aperta e penso che si siano tutti buttati di sotto, per l'esasperazione.
I bet you look good on a dance floor Busso, ma nessuno risponde. Riprovo a bussare, poi entro. La dottoressa R è al telefono: sta parlando con qualcuno dell'organizzazione di una festa. È seccata perché un amico comune porta sempre vino scadente. Ormai ho perso ogni ritegno, le agito il gesso davanti al naso per farmi notare. L'assalto olfattivo funziona: dopo meno di un minuto chiude la telefonata. Per scalpellarmi via il gesso chiama uno specializzando, che si gode il delicato bouquet floreale emanato dal mio braccio dopo un mese di costrizione ma mi usa la gentilezza di fingere indifferenza. Una volta libera corro in bagno. Stranamente il dispenser non è rotto e contiene anche il sapone, così mi prendo il lusso di passare 10 minuti d'orologio a strofinarmi e sciacquarmi.
Esco dall'ospedale con due ore di ritardo, la Piccolissima a casa avrà certamente fame, il braccio è debole e lo sento strano: però sono di buonumore, pazienza, tutto passerà. Nelle ore immediatamente successive stringo mani, tocco persone e batto cinque come neanche Matteo Renzi in visita nelle scuole, carezzo bambini, firmo documenti, mi lavo i denti, scolo la pasta, taglio la carne, mi faccio pure giocosamente mordere la mano da Laccio («il cane che ti rompe un braccio» ©).
Good vibrations Pensieri sparsi nelle notti che seguono:
1. È proprio vero. Quando vieni privato di qualcosa, la gioia che provi nel tornarne in possesso è indescrivibile.
2. È proprio vero. I meccanismi secondo i quali funziona, in Italia, la sanità sono spesso farraginosi, inutilmente faticosi (avete aneddoti in merito? Se sì, mi divertirebbe molto leggerli).
3. È proprio vero: alla vigilia di un viaggio bisognerebbe più che mai stare attenti a non finire in pericolo. Domattina se il cielo ci assiste partiamo per una settimana di mare. Non devo non devo non devo indossare più i collant, non devo scivolare. Non devo rompermi un altro polso.
4. (ultimo) È proprio vero: mi riduco sempre all'ultimo momento. Ore 15.56: devo fare le valigie, un poco di spesa, partecipare a una festa di bambini, portare a scuola i regali per le maestre, istruire il vicepadre di Laccio,  un amico che starà a casa nostra con lui durante la nostra settimana di vacanza, sul da farsi.
Voi ci riuscite, a organizzarvi in anticipo? Se sì: come? Quali sono i segreti? Io non ne sono mai stata capace. E così, in queste ore, un'ansia sottile mi pervade. Però senza gesso la vita mi sorride. Ho due braccia. La lavanda nel mio patio è sfacciatamente in fiore. Ooocchei, lo dico: sono felice.

Soundtrack: Rewind
How soon is now?
I bet you look good on a dance floor
Good vibrations




mercoledì 28 maggio 2014

Buon compleanno, Pupa

Epic fail
Tutto abbastanza tranquillo qui nel Bovisashire. Oggi la Pupa compie 9 anni e non passa giorno senza che io ringrazi il cielo per averla avuta. Il suo ingresso nel decimo anno di vita avviene peraltro nel segno di una certa instabilità, in coincidenza perfetta con l'arrivo imminente del suo terzo fratello. L'altro giorno tornando da scuola siamo passate davanti alla chiesa del nostro quartiere e abbiamo incontrato per caso il sacerdote: under 40, gentile, kid-friendly. «Buongiorno, don G», l'ho salutato. «Nel vederla approfitto per chiederle se conosce le date dei battesimi di settembre. Volevo organizzare quello della Piccolissima adesso, a maggio, ma poi mi è occorso questo incidente», ho detto indicandomi il polso gessato.
La pazienza non cresce in una notte «Deve avere un po' di pazienza», ha risposto don G. «Come saprà stiamo per nominare il nuovo parroco, tante cose stanno accadendo nella nostra chiesa. Dobbiamo riaggiornarci a metà giugno. Sarete a Milano per allora?». «Certo che sì», è intervenuta garrula la Pupa. «Alla fine della scuola andremo al mare ma poi torniamo, sa com'è, sta per nascere il mio fratellino». Al prete prima sono caduti gli occhi sul mio addome (quasi) piatto, poi è franata la mascella. «Eh?». «Sì, don G, vede, ecco, noi... io e il padre della bambina siamo divorziati». «Eh?». «Siamo divorziati». «Cooosaaah?». «Siamo divorziati. Il fratellino di cui parla mia figlia, eeeh... viene dalla parte del papà. Per parte nostra, cioè mia, la sorellina l'abbiamo già avuta. È nata lo scorso dicembre. È lei che battezziamo».
(Lui): «Aaah. Benissimo».
(Io): «Bene».
(Lui): «Perfetto. Perfetto. Bene. Benissimo».
(Pupa): «È una bellissima notizia, vero?»
Siamo fatti in modo terribile e prodigioso (Salmi 139:14) «Pupa, perché devi sputtanarmi davanti al prete? Ti ho già spiegato che non è obbligatorio raccontare sempre a tutti, nel dettaglio, la nostra situazione famigliare». «Mamma, e tu perché usi questa parola? Non l'ho mai sentita, dunque penso che è una parolaccia». «Penso che sia. Quando finirà, la tua guerra ai congiuntivi?». «Perché cambi discorso? Perché dici parolacce?». «Hai ragione. Ora respira profondamente e ripeti con me: "Mamma, mi spiace di averti sputtanato davanti al prete"». «Non posso, è una parolaccia. Comunque sei stata tu, a raccontare tutto al prete. Io, io gli ho solo detto che stava per nascermi un fratellino».

Quanta pazienza.
La pazienza non cresce in una notte/2 Ah, quanta pazienza devo avere. Quanta pazienza, quando chiedo a Mike Delfino di tenere la Piccolissima per mezz'ora in modo da lasciarmi concludere questo post - l'ho cominciato stamani, chissà se riuscirò a metterlo online entro mezzanotte - e lui comincia a roteare per la stanza tipo avvoltoio, ad attendere che io finisca con la bambina in braccio, girandomi attorno in cerchi sempre più stretti mentre lei gracida stanca e stridula, e quando gli chiedo «Puoi andare di sopra un pochino, per piacere», mi risponde stizzito, dopo aver avuto tutta la giornata per sé e per il suo lavoro, «Aaaah, ti piace la vita comoda, vero?».
La pazienza non cresce in una notte/3 Quanta pazienza devo avere, quando prendo la Piccolissima e lei mi vomita addosso per la terza volta in un giorno, e il vomito per una volta non mi finisce sui vestiti ma con misteriosa diabolica precisione scivola giù giù nella scarpa destra, nella stretta intercapedine tra il piede e l'interno della calzatura, di modo che debbo poi andarmene in giro per un bel pezzo facendo scic-sciac, prima di tornare a casa e finalmente cambiarmi. Quanta pazienza ci vuole a stare con qualcuno, a starci davvero intendo, a tenere assieme - in piedi - una casa che non sia solo solida ma anche luminosa. Per fortuna succedono anche cose che ci fanno ridere, e tanto. Come quando l'altra mattina Mike Delfino si è svegliato alle sei pensando che fossero le sette e mezza. Non trovava il cellulare, era convinto fosse tardissimo. Io dormivo beata, lui rimbambito com'era è andato a guardare l'ora sul termostato. Ha letto 23, ha pensato fossero le 11 di sera. Si è stupito per tutta quella luce. Nel dubbio ha deciso di svegliare Baracca e Burattini, li ha portati al piano di sotto, ha ignorato l'orologio a muro e anche quello del forno, li ha fatti vestire, ha scaldato il latte, si è preparato a sua volta. Alle sette del mattino erano tutti pronti a uscire, un po' pallidi e smarriti. «Sono fatto così», mi ha spiegato poi la sera esausto, tra gli sbadigli. «Quando parto, parto. Ormai mi ero alzato, il meccanismo era avviato», si è giustificato. Questa è la nostra vita: meccanismi che si avviano, che arrestare è difficile. Questa è la nostra famiglia: diciamo ai preti quel che non si deve. Facciamo figli. Cerchiamo di tirarli grandi al meglio, festeggiamo compleanni. Tanti auguri, Pupa, scusa se pubblico solo ora questo post. Grazie perché mi hai fatto diventare mamma; grazie perché ancora non dici i congiuntivi, e perché mi spingi fuori dai binari di continuo. Non uso più quell'altra parola che a te non piace, quella che non ripeteresti.

domenica 18 maggio 2014

Non si uccidono così anche i pidocchi?

Stavolta niente musica, perché
La casa è all'improvviso quieta, la Pupa a una festa, i maschi di casa - cane compreso - al parco. La Piccolissima dorme nella culla, non si sa per quanto. Io, polso rotto, bestiale raffreddore e un giro di domopak in testa, scrivo. Un antico interrogativo riecheggia nella mia mente e tra queste pareti: esiste un modo per liberarsi definitivamente dai pidocchi?
Scuole del centro vs scuole di periferia Nei tre anni in cui la Pupa ha frequentato la scuola materna posh, in casa non se n'è mai visto uno. Invece quella del Pupo, qui nel Bovisashire, ne è piena. «Da noi sono endemici», si stringono nelle spalle le maestre. Qui vige la regola severissima per cui ogni bimbo pizzicato anche solo con un singolo ovetto debba starsene a casa fin quando non supera l'esame di riammissione alla Asl. Di solito è Mike Delfino a portarci il Pupo. Indossa la camicia buona e fa grandi sorrisi alle dottoresse per ingraziarsele, sperando che guardino più lui negli occhi che il bambino dietro le orecchie.
Vivo, morto o X Il fatto è che vige pure la crudele regola che per essere riammesso il bambino non debba avere in testa una sola lendine; poco importa che sia viva, morta o chissà, quelli sono capaci di rimandarti a casa anche solo per un granello di forfora sospetto. Tantissimi dubbi mi attanagliano. Perché il Pupo prende sempre i pidocchi? È vero che i capelli biondi li attirano più di quelli scuri? Ho lavato a 60 gradi tutte le lenzuola e anche le federe, basterà o devo lavare anche i cuscini? Non è una notizia davvero curiosa che il tennista Roger Federer abbia avuto due coppie di gemelli una di seguito all'altra? Come facciamo a dormire senza cuscini?
Altre domande Qualche giorno fa ho chiesto a mia madre di portare il Pupo dal parrucchiere. «Solo una spuntatina per piacere. Soprattutto, non fargli tagliare i capelli sulla nuca. Mi raccomando, lo sai che, per quanto bellissimo, il nostro principino ha una lieve asimmetria del cranio». «Tranquilla. Per chi mi prendi?». Il Pupo è tornato a casa che sembrava un ciddone. Diciamo una specie di improbabile calippo, una cosa che non si può guardare, un taglio disgraziato, i capelli cortissimi soprattutto sulla nuca. Lato positivo della faccenda: le lendini si vedono meglio, e ieri ho beccato pure qualche vivace animaletto.
In caso di denuncia Ed ecco che tutta la famiglia tranne la Piccolissima ha fatto due trattamenti, uno ieri mattina e l'altro oggi, perché ho visto ancora un paio di bestioline in giro per la testa del Pupo. Se domani da scuola me lo rimandano a casa saprò che è stato uno di voi a denunciarmi, non fatelo per piacere, dopo due ore di schiuma mortifera e domopak voglio ben sperare che non ci sia più nulla di vivo tra i nostri capelli. Il domopak lo aggiungo perché mi sono convinta che così le bestie soffochino meglio.
Ancora domande Del resto avevo preannunciato, questo è un post pieno di dubbi. Esiste su internet un sito che promette l'eradicazione totale e definitiva dei pidocchi «con un rimedio da 3 euro al supermercato», voi sapete cos'è? Il sito propone di acquistare un corso a 37 euro ma la cosa mi fa innervosire. Detto sito sostiene anche che i rimedi che ci mettiamo in testa siano «tossici e portino al cancro e alla morte», anche questo mi fa innervosire. Io ho provato anche un pettinino elettrico che promette di bruciare vive le bestiole un po' con lo stesso principio della racchetta antizanzare, ma l'unico effetto è stato procurare una quantità di segni rossi sulla cute dei bambini. Mia zia usava allo stesso scopo la piastra per lisciare i capelli ma mi pare che anche quella sia ad alto rischio ustioni.
Verità e leggende A voler essere ottimisti qui direi che si fanno dagli otto ai dieci trattamenti all'anno (ogni volta almeno doppi, a distanza di sette giorni l'uno dall'altro). Durante questi tranquilli weekend di paura vagoliamo per casa per ore, nervosi e irritabili, con i nostri preservativi di pellicola cacciati sul capo. Ognuno ha le sue teorie: Mike Delfino per esempio sostiene di essere il meno aggredito della famiglia perché «il cloro della piscina infastidisce i pidocchi», la Pupa che la sua compagna Y «ha avuto i pidocchi per tutto l'anno senza mai smettere», io che i capelli colorati respingano le bestie dannate - i miei non li ho mai tinti ma forse dovrei cominciare, vi risulta funzioni? Sui pidocchi circolano verità e leggende. Una mia amica dice di spruzzare un misto di lavanda, timo e bergamotto (credo) sulla nuca dei bambini. Un tizio che conoscevo ha fatto un incidente in moto, si è rialzato in piedi da solo dicendo «Non è nulla», poi si è tolto il casco e gli è caduta la testa. Un'altra amica lava i capelli suoi e dei figli con acqua e aceto, ne sapete qualcosa? Aiuto. Alla Pupa stamani sono venute le guance rosse perché le era colato un po' di prodotto sul volto, lei sopporta stoica ma così tutta a chiazze, poveretta, faceva impressione.


mercoledì 7 maggio 2014

Sempre più difficile

Se ti tagliassero a pezzetti
Si è poi rivelata davvero brillante l'idea di caricare Baracca e Burattini e partire giovedì scorso per l'ultimo ponte, alla volta del caratteristico borgo ligure tutto salitine e discesine che ospita una suggestiva casa di famiglia, nonostante il meteo avverso. Come ha suggerito Mike Delfino: «Andiamo lì e ci rilassiamo un po'. Anzi, sai come si dice in questi casi: stacchiamo. E se fa freddo o piove, che problema c'è? Vorrà dire che accenderemo il caminetto». In trasferta abbiamo conseguito un un duplice obbiettivo: il Pupo ha fatto il primo bagno di stagione - temperatura acqua 5 gradi, aria 10 gradi - e io mi sono rotta il primo polso della mia vita. In effetti, spero anche l'ultimo.
Laccio, il cane che ti spacca il braccio Eccomi dunque a scrivere questo post indossando il grazioso guanto di gesso che vedete nella foto sopra. Se per caso ve lo state chiedendo: è scomodo, fastidioso e anche doloroso. Per la precisione mi sono sfracellata al suolo venerdì sera, inseguendo il cane che era scappato di casa contestualmente conquistando il titolo di Idiota dell'Anno. Ho scoperto che non è per nulla difficile, scivolare sotto la pioggia battente su una delle salitine/discesine del caratteristico borgo. Stavo cadendo di chiappa - il che sarebbe stato perfetto - ma all'ultimo momento l'istinto fallace mi ha spinto a poggiare la mano a terra. Trovandomi giusto all'inizio di maggio, aka il mese mariano, ho trovato particolarmente appropriato invocare la Madonna e tutti i santi.
E guarirai da tutte le malattie «Non è niente di grave», ho poi rassicurato gli amici del caratteristico borgo che ci aspettavano a cena. «Niente di grave», ho ripetuto andando a letto, verso le 23, con tre tachipirine in corpo e qualche vago sospetto. «Mi fa un male atroce. Mi accompagni al pronto soccorso?» ho scritto alle 2 di notte alla mia amica del caratteristico borgo. Lei ovviamente dormiva, e così in ospedale ci siamo arrivate solo al sabato mattina. «Signora, è un'infrazione del piramidale. Nell'ambito delle fratture polso/mano, poteva andarle molto peggio», mi ha fatto notare dopo quattro ore d'attesa e tre lastre il medico dell'ospedale di Sarzana, strana città di confine tra Liguria e Toscana. «Se lo dice lei, che ne ha visti tanti». «Veramente sono otorino, è il primo gesso che faccio». «Ah, fantastico». «Non sia negativa. Se con lei mi va bene, avrò avuto il 100% di successi». «Ha ragione, ma sa com'è. Anche per me è il primo gesso, sono un po' apprensiva». «Maremma, qui non si può più nemmeno scherzare. Suvvia, sono ortopedico».
Dove sarò domani, che ne sarà dei miei sogni infranti, dei miei piani Una delle idee forti di questo periodo (l'originale, peraltro, non è di Chiara Gamberale) è che valga la pena di provare ogni giorno a fare qualcosa di diverso dal solito, anche solo per pochi minuti. A voler guardare il lato positivo della faccenda, il braccio rotto mi permette di sperimentare attività del tutto inedite. Per esempio non posso più prendere in braccio la neonata normalmente, ma devo triangolarmela addosso con uno scatto del basso addominale seguito da un rapido quanto preciso movimento del polso (il sinistro, quello sano), lanciandomela tra petto e spalla come fosse una sciarpina. Lei ha pianto solo le prime volte, ora si limita a sbattere le ciglia per la sorpresa.
Ma sono lacrime Per pulirmi ho bisogno di Mike Delfino. Se la cava bene ma tende a strofinarmi con troppo vigore, a tratti quasi con rabbia. Ho calcolato che di qui al giorno della rimozione del gesso - sperabilmente il 28 maggio, la data esatta del compleanno della Pupa - dovrà farmi almeno 11 docce,  una ogni 48 ore. So che carezza l'idea di cominciare a lavarmi con l'idropulitrice, acquisto collettivo dei miei vicini della casa-cantiere: «Basta regolare la pressione al minimo. Sarà come portarti all'autolavaggio».
Dammi quel che vuoi, io quel che posso Ora ditemi sinceramente secondo voi quanto sono sfigata da 1 a 10. Bambini + cane + pesci di cui uno psicotico = ci mancava solo il polso rotto. Per forza di cose Baracca (la Pupa, se non l'aveste capito) e Burattini (suo fratello) sono dovuti entrare nel circuito del lavoro minorile. «Bambini, io non ce la faccio. D'ora in poi dovrete aiutarmi in tutto. Per esempio a caricare la lavastoviglie, a stendere i panni, ad apparecchiare. Vi vestirete da soli, smetterete di menarvi, farete i rutti in silenzio, tu Pupo ti addormenterai senza pretendere che restiamo sdraiati al tuo fianco per 40 minuti. Fate conto che per questo mese io divento la bambina e voi gli adulti». «Allora dobbiamo aiutarti anche a lavarti il culetto?». «No, Pupo. Sperabilmente quello, in qualche modo, continuerò a farlo da sola».

Soundtrack: Domani
L'ultimo bacio
La cura
Se ti tagliassero a pezzetti

giovedì 24 aprile 2014

Amiche mie (e altri dilemmi)

Mia madre, se contasse bene i panni che ha lavato, probabilmente vestirebbe il mondo
«Sbrigati a scrivere questo post, che il libro diventa vecchio» (dice la mia amica). «Non posso, non ce la faccio, non ho tempo». «Dì la verita, il problema è che sei pigra». «Hai ragione. È colpa mia. Perché al mattino verso le cinque cinque e mezza, dopo aver allattato e riaddormentato la Piccolissima, potrei benissimo alzarmi, andare a correre al parco profittandone per portare fuori anche il cane Laccio (che non è un pagliaccio), tornare e fresca di doccia, dopo essermi passata la crema idratante su tutto il corpo e un po' di contorno occhi che non guasta mai, preparare per il resto della famiglia ancora dormiente anche la colazione, magari qualche centrifugato, un po' di yogurt fatto in casa, e poi spalmare artisticamente generose quantità di marmellata biologica sul pane impastato a mano la sera prima, e ancora mi avanzerebbe tempo per scrivere un'oretta, dopodiché potrei svegliare il mio amato con qualche dolce carezza di quelle che piacciono a lui, e poi sottrarre i bambini al sonno ricoprendoli di baci e cominciare allegramente la giornata insieme a loro. Invece sai che faccio, dopo aver allattato e riaddormentato la Piccolissima?». «No». «Mi riaddormento pure io».
I battiti del cuore Però, però, però: la settimana scorsa ho incontrato Silvia Ballestra, di cui sono sempre stata fan e che ha da poco pubblicato il romanzo Amiche mie, diventando definitivamente la mia eroina personale. Perché racconta di quattro donne - Carla Sofia Norma Vera - che, amiche mie, potrebbero esserlo davvero, preoccupate del cibo scadente della mensa scolastica, afflitte dopo una separazione, stritolate dal ruolo di madre-moglie oltre il quale (a volte) c'è il nulla, sconcertate da uomini-piacioni impegnati a corteggiare ragazzine. Di cosa parla il libro? «Di donne che in fondo non erano state raccontate né studiate. Insomma, non erano state celebrate seriamente».
I cani hanno la febbre tutto l'anno Mi piace di Silvia Ballestra che dopo tanti anni a Milano, dove sono nati i suoi due figli, le sia rimasto appiccicato addosso l'accento marchigiano, viscoso e birichino, sicché mi accorgo riascoltando l'intervista che certe sfumature delle parole le escono diverse da come escono dalla mia bocca, ma per il resto mi sento simile a lei e alle protagoniste di Amiche mie, che affrontano i fatti della vita «semplicemente, perché è così che va fatto: sono appena passate da una fase precisa, quando i bambini sono piccoli, in cui si è chiamate a essere madri. Del resto di alcune cose, tipo le gravidanze, lo svezzamento, è ovvio che si debbano occupare le mamme. Il punto è che quando hai finito di farle tenti di tornare in possesso della tua vita, anche lavorativa, ma sappiamo che molte donne, quando tornano, il lavoro non lo trovano più. Manca la via di mezzo. Ci sono quelle che il lavoro non lo trovano da principio, quelle che lo perdono perché hanno avuto un figlio, e però all'opposto sono tante anche quelle che lavorano troppo; c'è ancora quel detto lì, o i figli o il lavoro, e invece bisognerebbe trovare un compromesso».
Tutto nasce dal basso (e poi va su) Quando parla Silvia Ballestra inclina la testa di lato e fa un mezzo sorriso, «Io penso che dal basso possiamo e dobbiamo cambiare le cose. Alcune cose positive adesso stanno succedendo, dei segnali ci sono. Dopodiché certo ci vuole fatica, il nostro è un percorso di lotta». Addirittura? le chiedo. «Massì. In una metaforica partita a Risiko l'uomo ammassa carrarmatini, la donna si indebolisce. Ancora accade, fuori e dentro il mio romanzo. L'importante è non deprimersi, semmai arrabbiarsi. Socialmente con la mensa che non funziona, nel privato con i mariti. Sono stufa dei "Che bravo, quest'uomo che cucina. Che bravo, questo papà che cambia il pannolino"». Quante volte sentite ripetere questa frase o magari la dite voi stesse? (Se la dite, perché la dite?)
Tutto può succedere, su questo non ci piove Se chiedete a un bambino di disegnare la sua famiglia è facile che sul foglio ci finiscano una mamma ai fornelli che cucina, e un papà che guarda la tv. «Non sarebbe un male in sé se a volte, almeno a volte, accadesse il contrario. Sennò si genera infelicità, almeno credo. Io non potrei starci in un rapporto così». Le protagoniste di Amiche mie lo sanno bene. «Per Carla, Sofia, Norma e Vera la relazione di coppia non è un "sogno da realizzare" ma piuttosto un "progetto". Mi piace la parola progetto perché ha dentro l'idea di qualcosa che bisogna sforzarsi di costruire, concretizzare, non è il sogno di Biancaneve. Mi interessava parlare anche di donne separate senza entrare nel giudizio sulle coppie, volevo almeno sfiorare il tema delle famiglie smembrate, poi lo so che chi rimane sul campo spesso ci rimane fra macerie, lì per lì è un vero choc, però è una fortuna, trovo, che il matrimonio non sia più una condanna "fine pena mai"».
E dopo un po' mi hai lanciato la solita scarpa col tacco A proposito di ruoli, «È pur vero che il maschio, mentre tu litighi e gli dici le peggio cose, ribalti tutta la tua vita, metti in discussione il rapporto, minacci di andartene, arrivi per la rabbia a prendere selvaggiamente a pugni l'auto in cui sei seduta, è capace di non dirti nulla se non "Ehi, guarda che quello è l'airbag del passeggero"».
E tu già lo sai che ritorno da te Certe cose dunque, ci ricorda Amiche mie, non cambiano mai. «Però cose che un tempo erano ovvie oggi non sono più tali, come la moglie senza bancomat a cui il marito elargisce ogni settimana il denaro contato per fare la spesa, anche se è ancora vero il contrario: un marito che perde il lavoro e deve farsi mantenere dalla moglie entra in crisi profonda». La donna invece no. «Sa farsi bastare quel che ha. Un aspetto tipico del femminile postmoderno sono "i lavoretti". L'altro giorno in piscina ho visto una donna con i suoi bambini che si tirava fuori dalle tasche dell'accappatoio decine di collane fatte da lei. Lo slogan è: "Almeno faccio qualcosa"». Da madre di figli maschi (due) come si regola nell'educarli? «Fatico tanto e dico a me stessa e alle "amiche mie": non dobbiamo tornare indietro, dobbiamo ricordare le lotte delle donne che hanno combattuto per noi negli anni 70, siano benedette sempre. Però penso che piano piano anche i maschi stiano cambiando, sono ottimista da questo punto di vista. Grossi spostamenti ancora non si sono visti, lo so. Ma secondo me arriveranno». Allora da madre di figlio maschio (uno) mi chiedo e vi chiedo, questi cambiamenti sono proprio dietro l'angolo, oppure un po' più lontano?   

Soundtrack: Capo Horn
Un raggio di sole
Dal basso
Tutto può succedere